L´ufficiale della riserva – di Massimo Giannini

23/09/2002


 
SABATO, 21 SETTEMBRE 2002
Prima Pagina e Pagina 17 – Commenti
 
 
 
 
L´ufficiale della riserva e il futuro del centrosinistra
 
 
 
Le battaglie di questa fase sono tutte azzeccate Ma nella passata legislatura il Cinese doveva farsi carico di una grande campagna riformista su nuove tutele e flessibilità
In questi anni la Cgil è diventata un organo di rappresentanza che punta a esprimere non una piattaforma contrattuale ma un modello di società
 
 
MASSIMO GIANNINI

QUESTA mattina, tra un tripudio di bandiere rosse e una folla commossa di delegati, Sergio Cofferati dà l´addio alla sua Cgil. La lascia in ottime mani, quelle di Guglielmo Epifani. Dopo quasi dieci anni, se ne va uno dei leader più forti e carismatici che il sindacato italiano abbia mai avuto, e forse non solo il sindacato. Stimato dagli osservatori neutrali, rispettato dai nemici, venerato dalla sua gente e dal ritrovato «popolo della sinistra», Cofferati entra in un limbo indefinito. Si fa da parte come un «ufficiale della riserva». Pronto a rientrare con un´altra uniforme, se lo chiamano. Sarà lui, prima o poi, il nuovo leader investito dalla missione impossibile di riportare alla vittoria il centrosinistra? Sarà lui, da solo o magari in tandem con Prodi, a tentare la grande riscossa dell´Ulivo nel 2006? Chi lo ha osannato in questi mesi, e che oggi gli tributerà l´ultimo, commosso arrivederci, ne sembra convinto.
Resta da capire se l´ipotesi sia plausibile davvero. E soprattutto se, rispetto all´obiettivo finale della riconquista del governo, la soluzione sia efficace. I dubbi, anche in una giornata festosa come quella di oggi, sono leciti. Servono, anche se fanno male perché sono il chiodo piantato nel cuore della questione del centrosinistra italiano: la sua identità, il suo profilo riformista, riflesso nei mutamenti della società italiana. È una questione che investe la platea del Palazzetto dello Sport di oggi, come sette giorni fa ha investito Piazza San Giovanni.
A Roma, come a Ground Zero, c´è un momento che gli scienziati della comunicazione chiamano rally around the flag. Raccogliersi intorno alla bandiera, celebrare un simbolo sull´onda emotiva che sommerge critiche e autocritiche. Ma passata l´emozione, deve imporsi la ragione. Arrotolate le bandiere gonfie di vento e di orgoglio, e smaltita la vertigine esaltante del «ritrovarsi» in una grande folla che condivide qualcosa, in un rito collettivo in cui le differenze si perdono si attenuano o si nascondono, sulla piazza vuota restano alcune domande.
Si tiene assieme, nel grande Ulivo, la piattaforma riformista del congresso dei Ds di Pesaro (che Fassino rilancerà con forza domani a Modena) con il modello di Welfare che ha in mente proprio Cofferati? Si tiene assieme, nel grande Ulivo, il pacifismo a senso unico di Gino Strada che dice «Bush è un terrorista come Saddam», con l´anima moderata e filo-atlantica di Rutelli e di Prodi? Si tiene assieme, nel grande Ulivo, il papà di Carlo Giuliani, cui si deve l´affetto e il rispetto più profondo, che ripete che suo figlio era un «non violento» come tutti i ragazzi di Genova, e la «global governance» di cui parlano D´Alema e Amato sulla rivista Italiani Europei?
Cofferati è stato un grande segretario generale della Cgil. Non meno del suo maestro, Luciano Lama. Lo dimostrano l´affetto enorme che lo circonda e le battaglie che ha vinto e che sta ancora combattendo con Berlusconi. Ha azzeccato tutto: le stime fasulle del Dpef, il bluff strumentale del patto per l´Italia, la campagna ideologica contro l´articolo 18. Ma per paradosso, nella sua magnetica capacità di persuasore politico si insinua anche il suo limite di sindacalista. Dal punto di vista degli equilibri del Paese, la sua gestione si chiude con un attivo straordinario. Cofferati ha fatto ingoiare alla «classe operaia» un´operazione di colossale risanamento delle finanze pubbliche. Un «conto» di oltre mezzo milione di miliardi di vecchie lire, pagato in prima persona dal lavoro dipendente e dai pensionati. Dal punto di vista delle politiche rivendicative, la sua gestione si chiude invece con un lieve passivo. Con la promessa di salvarlo dalla tassa occulta dell´inflazione, Cofferati ha fatto ingoiare a Cipputi il boccone amaro di una severa moderazione salariale. In questi ultimi cinque anni, il potere di acquisto delle retribuzioni reali non è affatto cresciuto. Ma la sua apparente debolezza di negoziatore contrattuale è stata anche la sua forza di interlocutore istituzionale.
A conti fatti, per lui che al contrario di Lama non l´ha fatta in modo così solenne ed esibito, la vera «svolta dell´Eur», strisciante e silenziosa, è stata proprio questa: la rinuncia a un sindacalismo di lotta, in nome di un´acquisita corresponsabilità nelle scelte dei governi. Tutto questo è stato possibile in una stagione di crisi della rappresentanza politica, che ha visto la rappresentanza sociale assumere un ruolo di costante supplenza, insieme alla tecnocrazia illuminata di un Paese senza più leader. Tutto questo è stato possibile con Amato e Dini, con Prodi e con Ciampi, che è salito fino al Quirinale in forza di quella supplenza, trasferita nella Costituzione materiale attraverso la politica dei redditi.
Era scontato che tutto questo, prima o poi, sfociasse in uno snaturamento della funzione sindacale, estesa ben al di là della sua dimensione di tutela corporativa. Era scontato che dall´epoca del pansindacalismo metalmeccanico degli anni ’70, il modello cofferatiano portasse a un neosindacalismo concertativo degli anni ’90. Dal sindacato dei conflitti e degli interessi al sindacato delle regole e dei diritti. Quanto più possibile condivise le prime, e universali i secondi. Fino a valicare i confini della fabbrica, dei luoghi di lavoro, delle categorie sociali e infine addirittura degli Stati. Solo così si spiega l´ostinata battaglia «europea» che Cofferati ha giocato e continuerà a giocare nella vicenda della flessibilità e dell´articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.
Piaccia o no, la tradizione del sindacalismo confederale italiano è questa, ripete spesso il Cinese. Non dice la verità. Lo è diventata, e molto per merito suo. La Cgil è diventata con lui, molto più che con i suoi predecessori, un organo di rappresentanza che punta ad esprimere molto più che una semplice piattaforma contrattuale, ma addirittura un modello di società. Questo è valso al segretario generale l´accusa ricorrente di «non fare il suo mestiere». Questo lo porterà fatalmente a incrociare la politica, forse addirittura in posizione di comando. Questa, oggettivamente, è stata anche l´impronta forte che si lascia alle spalle e l´eredità positiva che lascia al Paese. Eppure, questa metamorfosi della funzione, questa declinazione necessaria dagli interessi di classe ai diritti di cittadinanza, ha sofferto e soffre ancora di errori e contraddizioni.
Come si spiega altrimenti che un riformista come Cofferati, che ha chiesto e promosso le privatizzazioni al posto delle vecchie rendite burocratiche e si è battuto per una disciplina severa dello sciopero per governare la conflittualità endemica dei servizi pubblici, abbia opposto una resistenza ostinata ad altre riforme come quella delle pensioni o quella del mercato del lavoro? Come si concilia una visione universale dei diritti collettivi con la difesa di un doppio regime previdenziale, a vantaggio di chi ha più di 18 anni di contributi versati, pretesa e ottenuta nella riforma Dini? Come convive un progetto di inclusione sociale nel quale tutti si possano riconoscere con una tutela anelastica di tutte le garanzie, che esclude dal sistema interi pezzi di società italiana?
A queste domande, nonostante gli sforzi concettuali che ha fatto in questi anni, il segretario uscente non ha ancora fornito risposte convincenti. Cofferati non ha sbagliato oggi, a combattere con tutte le sue forze contro la sedicente «riforma» dell´articolo 18 presentata da Berlusconi. Non ha sbagliato perché è chiaro a tutti che la gigantesca mobilitazione della Cgil ha dato una scossa al torpido centrosinistra, e ha fatto sì che il governo riducesse almeno ad uno solo il caso di «non computo» dei nuovi assunti nelle aziende che valicano il limite di 15 dipendenti, e che quindi possono non applicare la giusta causa nei licenziamenti. Non ha sbagliato perché è chiaro a tutti che, nella strategia del centrodestra, questo intervento sull´articolo 18 era o voleva essere solo un primo passo, per arrivare a regime alla sua totale abolizione dallo Statuto dei lavoratori.
Cofferati ha sbagliato ieri. Il suo errore più grave è stato quello di non farsi carico lui, nella passata legislatura, di una grande iniziativa riformista sui temi delle nuove tutele e delle nuove flessibilità. Poteva e doveva farlo quando al governo c´era il centrosinistra, e una riscrittura del patto sociale tra le categorie e le generazioni non correva il rischio di trasformarsi in una minaccia per il sistema universale del Welfare, né in un attacco strumentale all´economia sociale di mercato, ormai dominante in Italia come in Germania. Doveva e poteva fare un passo con i governi dell´Ulivo, scavalcando le loro ambiguità e lasciando Bertinotti a fare la guardia rossa del radicalismo, invece di opporsi ai progetti di riforma della prima commissione Onofri, al progetto originario di revisione delle pensioni presentato da Prodi, alle sollecitazioni di D´Alema sul superamento delle rigidità contrattuali rispetto al lavoro nero, al Sud o alla microimpresa pronta al salto dimensionale. Doveva e poteva. Ma non ha voluto. Sarebbe assurdo, oggi, imputargli per questo qualche responsabilità per le sconfitte del centrosinistra alle regionali del 2000 e alle politiche del 2001. Ma certo, questo resta ora un velo di nebbia che Cofferati deve diradare dall´orizzonte del futuro. Se applicasse all´impegno e al progetto politico lo stesso impianto culturale che ha usato nella Cgil, probabilmente anche lui, come ha detto Umberto Eco a proposito dei girotondi, «farebbe bene alla sinistra, ma non farebbe male a Berlusconi».
Il nodo del centrosinistra è l´identità. Ancora una volta e tanto più oggi, che gli si rende disponibile un potenziale leader, riconoscibile e riconosciuto, che incarna più di chiunque altro l´»alterità» rispetto al Cavaliere. Il nodo del centrosinistra è anche il bacino di consensi che si vuole acquisire, o piuttosto soltanto recuperare. Per riuscire nel secondo compito basta il Cofferati che abbiamo conosciuto alla Cgil. Per puntare al primo obiettivo, forse l´unico che consentirà al centrosinistra di tornare ad essere maggioranza nel Paese e in Parlamento, serve un altro Cofferati. Un Cofferati che porti a compimento la sua parabola riformista. Forse già esiste. Basta che, da oggi, abbia la forza e il coraggio di venire allo scoperto.