“LucaLuca (9)” Quella matassa della rendita che sta dentro Confindustria

27/05/2005
    venerdì 27 maggio 2005

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    RICARDIANI. E RAZZA MATTONA
    Quella matassa della rendita che sta
    dentro Confindustria

      Una vera e propria requisitoria ricardiana (nel senso di David Ricardo): salario e profitto contro la rendita. E una strizzatina d’occhio all’idea di colpirla direttamente con il fisco, persino con quella patrimoniale che tanto piace a sinistra. E’ uno dei punti più rilevanti del discorso di Montezemolo. Se questa è la piattaforma della Confindustria, allora le prime serie contraddizioni, le trova al suo interno. Alcuni dei grandi nomi dell’imprenditoria privata italiana, infatti, fanno parte della «razza mattona». E non parliamo dei costruttori veri e propri come i Ligresti o i Caltagirone (per citare i più noti), tanto meno parliamo dei nouveaux riches, gli immobiliaristi rampanti Ricucci, Coppola e Statuto. Ma di nomi come Marco Tronchetti Provera che con Pirelli Re è senza dubbio uno degli operatori immobiliari più forti. Naturalmente, per il presidente di Telecom Italia e Pirelli, il real estate non è il core business. Tuttavia è un business importante che ha consentito al gruppo di cogliere i vantaggi della bolla immobiliare.

      Ma vediamo cosa ha detto Montezemolo. «Il nostro paese ha tanto capitale disponibile e troppe aziende sottocapitalizzate. Stiamo diventando il paese della rendita. In Italia il rapporto tra patrimonio (immobiliare e finanziario) e pil è pari a otto volte! Il maggior rapporto tra i paesi industriali. La Francia sta dietro di noi e così gli Usa. In questa situazione, il valore annuale della rendita si avvicina paurosamente a quello del reddito da lavoro». Tutto questo significa che «stiamo usando male le nostre risorse» e stiamo diffondendo anche nelle nuove generazioni una «cultura della rendita». Se è così, non basterà certo la leva fiscale, più leggera su lavoro e capitale e più pesante sulla rendita.

      Per spostare una massa consistente di risparmio dall’impiego immobiliare a quello mobiliare, ci sarà bisogno di varare strumenti complessi e nuovi canali finanziari (dei fondi pensione non si parla ormai quasi più). Ci sarà bisogno che la cultura della rendita venga scrollata di dosso dalle imprese le quali dovrebbero concentrare le loro risorse verso investimenti produttivi. Un invito in questo senso, altrettanto forte e pressante come quello rivolto a politici, sindacati, banchieri, manca nella relazione la quale imposta il problema in modo corretto, apre un capitolo e lascia le pagine bianche.

      Anche perché non è vero che i grandi gruppi siano rimasti all’asciutto. Gli utili realizzati dalle principali società quotate, secondo i calcoli di Mediobanca non sono pochi: circa 30 miliardi, con un aumento del 47%. Naturalmente. l’aumento maggiore tocca alle banche e ai settori protetti dalla concorrenza internazionale. Chi ha dovuto competere, è stato in genere penalizzato. Prendiamo Benetton: ha preso un bagno del 20%, ma non Autostrade. Anche Autogrill è andato male, ma qui la concorrenza è maggiore. Ha subìto colpi Indesit (negli elettrodomestici c’è una guerra di mercato rispetto alla quale quella del tessile è all’acqua di rose). Tra i finanziari non sono andati bene gli assicurativi (tranne Generali) nonostante i rincari agli automobilisti. Ma anche in questo caso, hanno trovato più spazio compagnie e prodotti assicurativi esteri. Chi si è ben protetto sotto le bandiere nazionali, le tariffe pubbliche, il mattone, ha fatto soldi a palate. La cultura della rendita, dunque, non coincide solo con la ricchezza dei patrimoni finanziari e immobiliari, ma anche con la protezione dalla concorrenza, con i monopoli e gli oligopoli che caratterizzano ampiamente il settore dei servizi il quale, infatti, è quello che ha guadagnato di più. Lo dimostra l’andamento delle aziende dei servizi pubblici: Enel (+6%), Edison (+14%), Acea (+20%), Aem (+3,6%), Aem Torino (+7%), Asm Brescia (+10%), Snam rete gas (+6%). Insomma, non vogliamo annoiare con un lungo elenco, ma i dati parlano chiaro.

        La Confindustria, dunque, ha al suo interno – essa stessa – un intreccio di rendita e profitto che è diventato contraddittorio con le esigenze di sviluppo dell’economia italiana (oltre che con la linea enunciata ieri da Montezemolo). Una matassa di interessi divergenti che gli imprenditori per primi sono chiamati a sciogliere. Il presidente ha parlato di concorrenza, «libera concorrenza», ne ha fatto il mantra della sua relazione. «Occorre far crescere la concorrenza – ha detto – Sul mercato dei beni, dove è già forte da anni, ma dove è necessario vegliare sulle pratiche distorsive. Sul mercato dei servizi pubblici e in concessione, dove è più difficile, ma dove occorre investire per avere minori prezzi e qualità del servizio elevata. Non possiamo pagare l’energia più di altri paesi europei.». E nelle professioni dove «l’Italia resta tra le realtà più chiuse». La lotta alla rendita, dunque, è anche una battaglia contro le rendite di posizione, più che una operazione fiscale una tantum. Montezemolo ne è convinto. Lo sono davvero anche tutti i suoi grandi elettori?