“LucaLuca (7)” Prove di nuovo Patto: produttività l’ostacolo

27/05/2005
    venerdì 27 maggio 2005

    PRIMO PIANO – pagina 5

    Dialogo sociale / I nodi

      Prove di nuovo Patto
      Produttività l’ostacolo

        LINA PALMERINI

        ROMA • L’esigenza di « rifondare le relazioni industriali » nasce di fronte alla lettura di una serie di indicatori. Numeri e basta. Che scavalcano ogni polemica con il sindacato e tra i sindacati. Prima serie: negli ultimi cinque anni, la produttività è aumentata in Germania del 10%, in Francia del 12%, in Italia è diminuita di un punto e mezzo. Negli stessi anni, il costo del lavoro per unità di prodotto, è diminuito in Francia e in Germania, in Italia è aumentato di oltre il 12 per cento. L’Ocse prevede — per il 2005 — addirittura un incremento del costo del lavoro in Italia del 3,9% a fronte di un 1,3% in Francia e di una probabile diminuzione tedesca. Seconda serie: il costo del lavoro è tra i più alti tra i Paesi industrializzati, con l’Irap per ogni 100 euro di salario netto, il costo per l’impresa è di 193 euro. Ultima serie: in Italia il rapporto tra patrimonio e Pil è pari a otto volte, il maggior rapporto tra paesi industriali, la Francia resta indietro e anche gli Stati Uniti. « In questa situazione il valore annuale della rendita si avvicina paurosamente al reddito da lavoro » , ha detto il presidente Montezemolo chiedendosi se vale ancora la pena « intraprendere » in un contesto dove trattamento fiscale e carico contributivo penalizzano la produzione di ricchezza.

        Questo è il punto di partenza. Produttività negativa, alto costo del lavoro, carico fiscale che favorisce la rendita. In questo squilibrio c’è la spiegazione di una parte della debolezza competitiva italiana. Confindustria così rompe gli indugi e — a fronte della stasi dei sindacati — si prepara a presentare un documento/ manifesto sui temi delle relazioni industriali. A spiegare il lavoro che sta impegnando la Confindustria è il suo vice presidente, Alberto Bombassei: « Saranno linee guida in cui declineremo, nei fatti, il tema della competitività. Abbiamo aspettato un anno il sindacato per poter scrivere a più mani un testo, ma il tempo è passato e non è successo nulla. Ora le imprese hanno deciso di andare avanti autonomamente e affrontare i temi del salario, del cuneo fiscale e contributivo, degli assetti, di un moderno modo di interpretare le relazioni industriali lasciandoci indietro gli inutili cerimoniali del passato » .

        Era luglio dello scorso anno quando la Cgil lasciò il tavolo in polemica con un documento delle imprese che includeva la riforma della contrattazione. La Cgil disse: « Prima bisogna trovare un accordo sindacale, poi partirà il confronto con Confindustria » . Bene, le confederazioni hanno istituito una commissione sindacale unitaria sul tema dei contratti. Questa commissione non è arrivata a nulla. Tempo passato, tempo perso.

        « Resta irrisolto il nodo centrale: il rapporto tra produttività e salari. Non c’è accordo su di noi su questo punto. La Cgil non ha mantenuto l’impegno a concludere i lavori » , racconta Paolo Pirani, segretario confederale della Uil che di quella commissione fa parte. Ieri Guglielmo Epifani, leader della Cgil, contestando la relazione del presidente di Confindustria ha detto: « La questione non è se noi sindacati siamo pronti o meno. Il punto è cosa si vuole fare. Noi lo sappiamo, non è chiaro se corrisponde a quello che vuol fare l’impresa » . Ma il punto è che proprio il sindacato non trova l’intesa su cosa vuole fare.

        « Senza aumenti di produttività non c’è maggior torta da dividere » , ha detto ieri il leader degli imprenditori. Ecco, il nodo del rapporto tra salario e produttività vuole dire lasciare sul terreno anche una distribuzione di reddito. Al netto di quello che può fare il fisco. Lo stallo sindacale lascia invariate le porzioni, anzi, il pericolo è che si riducano ancora.

        La Cisl e la Uil scalpitano, soprattutto ora se si profila il taglio dell’Irap e se qualche porzione di torta torna sul tavolo. « Parlare di produttività, di orari, di salario ma anche di modelli organizzativi, di innovazione è un tema che vogliamo affrontare. Ed è un tema che non chiama in causa il Governo: dobbiamo farlo noi » , insiste Savino Pezzotta, leader della Cisl. E dalla Uil si sentono parole simili. « C’è una grande ipocrisia in chi difende l’accordo del ‘ 93 quando le piattaforme contrattuali lo superano nei fatti. Vogliamo parlare di quella dei metalmeccanici? Forse — dice Pirani — la Cgil pecca di ottimismo puntando alla vittoria del centro sinistra » .

        La produttività non è solo fatta della componente lavoro. E il peso fiscale che grava sul lavoro non è un tema che appartiene alle parti sociali. Coinvolge il Governo. Se l’Italia « diventa il Paese delle rendite», la riflessione deve diventare ampia, chiama in campo l’Esecutivo.

        « Non vedo gli spazi per arrivare a un grande scambio. Lo scorcio di questa legislatura mi pare centrata sull’emergenza. A meno di uno shock che costringa il ministro Siniscalco a un cambio di marcia » , dice Pierluigi Bersani, responsabile economico dei Ds. Ma senza un cambio nelle relazioni industriali che guardino in una prospettiva ampia il tema della competitività, il rischio è che « maggiori salari sarebbero l’anticipo dei licenziamenti » . Il rischio è di diventare « i polli di Renzo » .