“LucaLuca (2)” Tre rasoiate per separare Cordero dai guai di casa propria (O.Giannino)

26/05/2005
    giovedì 26 maggio 2005

    Risiko pag 4 e 5

      IL CONTROPELO. L’AUGURIO RUVIDO E IL BILANCIO DEL “PATTO DI TORINO”
      Tre rasoiate per separare Cordero dai guai di casa propria

      di Oscar Giannino

      Con sincerità che rasenta l’impudicizia,il mio
      punto di vista è eccentrico.Luca di Montezemolo
      oggi all’assemblea annuale all’Auditorium di
      Roma marcherà il suo primo anno alla guida degli
      industriali italiani.Penso che in un anno abbia
      mostrato grandi capacità nel campo in cui eccelle,
      la forza comunicativa. Ha superato Berlusconi,
      in questo.E il fatto che sia avvenuto quando il
      premier era in una fase discendente non deve distrarre
      da ciò che più conta: perché il talento di
      Montezemolo è stato sinora proprio di riuscire a
      serbare un’immagine tanto positiva, mentre i risultati
      concreti a nome dei quali parlava erano
      almeno altrettanto se non più deficitari di quelli
      che Berlusconi raccoglieva in politica.Per quanto
      aspro possa sembrare,è un giudizio totalmente
      alieno dal disconoscere le qualità personali di
      Montezemolo. Ma c’è una miriade di fatti, che
      spesso mi sembrano taciuti per ragioni varie e diverse
      da tanta parte dell’informazione economica,
      che dovrebbero indurre a un bilancio serio.
      Tutt’altro che trionfale.

      I fatti sono andati assai diversamente da
      quando Montezemolo fu indicato candidato al
      vertice di Confindustria con due anni di anticipo.
      Ne scrissi allora su un altro giornale,lo chiamai il
      “patto di Torino”, ed era il febbraio del 2002. Il
      club dei sostenitori: Pininfarina padre e figlio,
      Diego della Valle,Vittorio Merloni, Innocenzo
      Cipolletta, Riccardo ed Edoardo Garrone, Giorgio
      Squinzi, Marino Vago, Emma Marcegaglia. Il
      Patto di Torino vedeva lontano: aborriva il filoberlusconismo
      di D’Amato;riteneva che un candidato
      larvatamente filoulivista fosse preferibile
      alle strategie dichiaratamente filouliviste di molti
      dei suoi contraenti; contava che Berlusconi
      avrebbe deluso prima D’Amato, lasciandolo
      meglio sconfiggere, poi tutto il paese; e a quel
      punto meglio puntare su chi meglio di tutti poteva
      rappresentare un ottimo candidato non alla
      guida dei soli imprenditori, ma del riscatto di
      un’intera nazione piegata nella sua classe dirigente.
      Montezemolo è stato scelto per questo,ne
      aveva phisique du role, personalità e capacità di
      marketing.Quel che non era stato messo in conto
      - e ciò a cui a mio giudizio Montezemolo non
      ha saputo opporre una strategia vincente – sono
      stati tre diversi fenomeni. La gravità del sisma
      che ha attraversato l’intreccio banco-industriale
      a nome del quale Montezemolo parla.Il suo personale
      coinvolgimento alla guida di un gruppo la
      cui crisi irrisolta si trascina da anni, e che è palla
      al piede dell’intero settore manifatturiero del
      paese:la Fiat ,naturalmente.Infine,una sorprendente
      inadeguatezza nel disegnare e perseguire
      l’agenda del rinnovamento, in questo anno di
      presidenza. D’Amato era stata la rivolta dei piccoli
      e medi rispetto al ruolo storicamente prepotente
      rappresentato da Torino.Avrà sbagliato anche
      molto o quanto volete,ma nel suo appassionarsi
      nelle denunce e nelle staffilate,dal sindacato
      alle banche,a nessuno poteva venire in mente
      di confonderlo con i grandi nomi in difficoltà con
      la mano tesa verso lo Stato, o con la difesa dell’arrocco
      di potere rappresentato ieri e oggi ancora
      da Mediobanca e controllate,anche se negli
      anni ne sono cambiati i padroni protempore.La
      presa dell’estrema propaggine della Mediobanca
      post-cucciana presenta, a cinque anni di distanza,
      un bilancio da far tremare le vene e i polsi.
      Le banche azioniste che sconfissero Maranghi
      spinsero la Fiat alle diversificazioni temerarie
      dell’era Fresco,la indussero al portage filofrancese
      a favore di Edf in Montedison, ne respinsero
      Bondi e Colaninno come candidati credibili al risanamento,
      conquistarono Hdp-Rcs con metodi
      non diversi da quelli oggi messi al bando perché
      sono altri a porli in atto, giù giù fino alle recenti
      vicende che portano alla bandiera bianca di Impregilo
      come primario gruppo italiano nelle opere
      pubbliche, alla resa di Lucchini nell’acciaio, e
      via proseguendo. Il cartello bancario vincente
      porta l’enorme responsabilità storica di aver scaricato
      punti su punti di pil di obbligazioni dubbie
      dai propri portafogli sul groppone dei propri correntisti
      e clienti retail,nei casi dell’Argentina,Cirio,
      Parmalat. Una classe industriale seria, in un
      contesto in cui la leva debitoria diventa morsa
      così ferrea a scattare intorno al collo di sgraditi e
      non allineati,sarebbe stata meglio rappresentata
      da un presidente estraneo all’intreccio.Montezemolo
      non lo è, e non potrà mai davvero parlare
      a nome dei tanti associati che penano sotto il giogo
      del cartello bancario.A meno di denunce coraggiose,
      sin qui mancate.

      La vicenda Fiat, vale appena la pena di richiamarla.
      Diciamo che aveva ragione il Wall
      Street Journal,il giorno dell’elezione di Montezemolo
      un anno fa,quando intitolava ironico ai Lemon
      Loans,i crediti-bidone,in cui univa insieme
      l’accordo swap di quattro anni prima con General
      Motors,e il prestito convertendo con il cartello
      bancario che ancora incombe su Torino.Dieci
      amministratori delegati dopo l’inizio della crisi,
      tra Fiat Holding e Fiat Auto, la caduta verticale
      della Fiat resta tale che mai e poi mai sarebbe
      pensabile per una Confindustria che vi si identifica
      pronunciare parole simili a quelle di Ludolf
      von Wartenberg, direttore generale della analoga
      associazione tedesca,la Bdi,quando ingaggiò
      un duello a coltello con Schroeder difendendo i
      tagli energici agli organici per recuperare produttività
      e redditività compiuti in questi anni da giganti
      tedeschi come Eon e Siemens. Naturalmente
      resta vero quel che diceva Piero Fassino
      quando era ancora ministro per il Commercio
      estero,e cioè che nessuno in Italia può essere così
      matto da guardare con noncuranza al futuro
      dell’auto italiana. Ma il presidente di Confindustria
      doveva e dovrebbe separare il proprio destino
      personale da quello del grande malato torinese,
      per essere credibile davvero.

      Il terzo aspetto è forse il più sorprendente:
      gli errori compiuti nell’ultimo anno. Ho ripreso
      in mano i 20 punti dell’agenda delle imprese
      lanciata da Montezemolo il 21 giugno del 2004.
      In tutta sincerità, a un anno di distanza bisogna
      segnarvi più croci che fiori.Il «ciclo di speranze»
      iniziali veniva berlusconianamente descritto affermando
      testualmente «non pretendo di essere
      stato io solo la causa di questo avvio»: passi,
      ma è svaporato.L’ampliamento in un solo fronte
      delle imprese era rivolto in primis all’Abi e
      alle banche: è fallito.L’iniziativa speciale sull’energia:
      non c’è stata,e la settimana scorsa quando
      il secondo player italiano dell’elettricità è
      stato ripubblicizzato, giocoforza Montezemolo
      ha taciuto:perché è la sua Fiat e far cassa – insieme
      alle banche – per l’opa lanciata da francesi e
      Aem. Riforma del risparmio: Confindustria è
      favorevole, a che si torni ad allentare il vincolo
      alla concessione di crediti agli industriali che siedono
      nei cda bancari. Sole 24 ore e Luiss: tutto
      fermo come un anno fa,per effetto dei veti contrapposti.
      E soprattutto, poi, la delusione peggiore,
      i rapporti col sindacato che dovevano
      prefigurare il trampolino della leadership montezemoliana:
      la nuova stagione “della responsabilità
      e delle intese” si è risolta nel nulla. Da luglio
      2004 il tavolo della riforma della contrattazione
      è rimasto deserto, né Montezemolo può
      avere la forza di denunciare unilateralmente a
      questo punto i contratti,come un tempo fecero
      i Lucchini: semplicemente perché, con lo scontro
      - sacrosanto, a questo punto Cremaschi ha
      ragione da vendere, e Pezzotta è rimasto privo
      di interlocutori proprio per via di Confindustria
      “passiva” – dei metalmeccanici alle porte.Montezemolo
      non se lo può permettere.

      Direte voi che sin qui le critiche sono state
      troppo abrasive, che in fondo non è colpa di
      Montezemolo se le imprese manifatturiere italiane
      perdono da 12 anni quote sui mercati.Certo
      che no, ci mancherebbe. Ma chi ha l’idea che
      in un mercato serio non sia agli industriali che bisogna
      chiedere la tutela degli interessi generali,
      ma di svolgere al meglio la difesa dei propri interessi
      per far crescere l’economia e il paese, non
      può chiedere a questo punto a Montezemolo se
      non alcune rasoiate che gli restituiscano capacità
      di azione. Fuoiri dalla Fiat. Fuori dall’intreccio
      banco-industriale, che lo vincola al partito sotto
      attacco contro quello che mira alla doppia opa
      bancaria e a Rcs. Fuori dal mutismo verso i sindacati.
      Vengono prima queste tre scelte, per poter
      con credibilità prendere a sganassoni il prossimo
      premier, chiunque sia, chiedendogli finalmente
      un’agenda per tornare a far crescere e arricchire
      il paese.Senza quelle rasoiate,consentite
      un ultimo pensierino malizioso. Chissà che non
      sia di Berlusconi,quel 5% di azioni Fiat parcheggiate
      per comodo nel portafoglio dell’olandese
      Ing. Non crederete davvero che il primo azionista
      della Fiat attuale sia qualcuno disinteressato
      al futuro, un puro speculatore finanziario. Per il
      premier, sarebbe una briciola del suo patrimonio,
      ai corsi attuali.A Montezemolo chiedo personalmente
      scusa, della sincerità brutale di questo
      mio saluto.Ma le migliori amicizie piemontesi
      sono quelle “ruvide”e mai compiacenti.