“LucaLuca (2)” La partita con il governo si gioca sul taglio dell’Irap

27/05/2005
    venerdì 27 maggio 2005

    Pagina 2

    NON C’È LA TENSIONE DI CUI MOLTI PARLANO FRA PALAZZO CHIGI E VIA DELL’ASTRONOMIA: IL CONFRONTO È SUI CONTENUTI
    La partita con il governo
    si gioca sul taglio dell’Irap
    Gli industriali temono un intervento a pioggia, pre elettorale
    Il premier sospetta che vogliano solo intascare un contributo

    retroscena
    Ugo Magri

      ROMA
      NON c’è tutta quella tensione, tra Confindustria e governo, che certi segnali farebbero pensare. Un braccio di ferro sì, anche duro, sulle strategie per rialzare la testa, sulle risorse da mettere in campo, sulle tasche dove trovarle. Ma chi volesse interpretare la faccia scura del premier come espressione della sua ira, e intendere le poche parole rivolte all’assemblea degli industriali come protesta diretta contro Luca Cordero di Montezemolo, è fuori strada. Berlusconi, giura chi gli sta vicino, era veramente stanco, davvero non aveva voglia di parlare, sul serio si sentiva provato dall’incubo di Istanbul. Per tutta la notte non aveva chiuso occhio. E di buon’ora, già prima di ascoltare Montezemolo, aveva declinato tramite Paolo Bonaiuti la garbata insistenza di Confindustria perché intervenisse dalla tribuna.

      Insomma, sebbene non lo ammetterebbe nemmeno sotto tortura, Berlusconi ha opinioni in parte diverse da Fini, che ieri mattina s’è congedato dal palazzo dell’Auditorium con espressioni di aperta critica. Contrariamente al suo vice, il Cavaliere non teme che la leadership imprenditoriale voglia trasformarsi in soggetto politico, e preparare con Romano Prodi il ribaltone del 2006. No: sotto questo aspetto Berlusconi si sente abbastanza tranquillo, convinto com’è di conoscere il mondo imprenditoriale come le proprie tasche, di coltivare tali e tanti rapporti sul piano personale da non temere sorprese. E quando certi consiglieri gli descrivono una Confindustria alleata della sinistra, lui mostra di crederci molto poco.

      La distanza tra Palazzo Chigi e viale dell’Astronomia, in effetti, va misurata su un terreno molto più concreto, che poco ha a che vedere con gli scenari dell’alta politica. In queste ore oggetto del contendere è, dietro le quinte, il decreto con cui il governo dovrebbe tagliare entro giugno 4 miliardi di Irap, la tassa sulle imprese. Potrebbe costituire una salutare boccata d’ossigeno per il sistema produttivo, e sull’utilità dell’intervento tutti concordano. Però Confindustria teme, da certi discorsi uditi, che Berlusconi voglia intervenire sull’Irap in modo sbagliato, con l’occhio rivolto alle prossime elezioni e il desiderio di premiare i suoi elettori (di qui, forse, l’invito di Montezemolo ai partiti, perché pensino anzitutto al bene del Paese); a sua volta il premier sospetta che gli industriali vogliano limitarsi a intascare i denari pubblici, senza neppure dir grazie.

      Sul piano squisitamente tecnico, Confindustria contesta la logica della distribuzione a pioggia. Da un taglio puro e semplice dell’Irap trarrebbero quasi esclusivo vantaggio le piccole e piccolissime aziende, bacino elettorale del centrodestra. L’utilità per la grande impresa sarebbe tutto sommato modesta. Tanto più che, per tagliare l’Irap, il governo dovrebbe far tornare i conti. E a tal fine potrebbe inventarsi qualche forma di tassazione alternativa sulle imprese. Ad esempio, attingendo direttamente dagli utili aziendali, perlomeno là dove esistono. Col risultato di danneggiare ancor più la grande industria che sulla carta si vorrebbe soccorrere. Il timore di una simile manovra dev’essere particolarmente vivo, se perfino Carlo Azeglio Ciampi (il Presidente non parla mai a caso) ieri ha sentito il bisogno di intervenire, rammentando che «quanto giova alla crescita delle grandi imprese giova alla crescita di tutta l’economia».

      Vista da Palazzo Chigi, la disputa ha contorni diversi. Forse ricordando il suo passato da imprenditore, Berlusconi teme che gli ex colleghi possano intendere il taglio dell’Irap come una regalìa. Lui vorrebbe invece, se si crede ai collaboratori, che neppure un soldo risparmiato dalle imprese venisse iscritto a bilancio come dividendo per gli azionisti, ma fosse integralmente reinvestito. Interpretando il punto di vista del premier, Domenico Siniscalco ieri l’ha dichiarato apertis verbis: «Le risorse che si ricaveranno dal taglio dell’Irap dovrebbero finire tutte in investimenti. Altrimenti, soprattutto in questa fase, l’operazione non avrebbe alcun senso».

        Proprio il titolare dell’Economia, ieri a pranzo, ne ha ragionato a lungo con Montezemolo: segno che le comunicazioni non sono interrotte. E nessuno può credere che Siniscalco, ministro tecnico, si muova senza il benestare del premier. Al quale dunque il discorso di Montezemolo non è risultato poi così intollerabile. Unico commento che da fonti sicure gli viene attribuito: «Lo sappiamo tutti che l’economia è in crisi. Mi dicano, piuttosto, al posto mio dove prenderebbero i soldi. Di criticare siamo capaci tutti, ma sarebbe anche ora di fare proposte».