“LucaLuca (1)” Un’idea contro la «razza mattona»: ritornare in fabbrica (S.Cingolani)

26/05/2005
    giovedì 26 maggio 2005

    Risiko pag 4 e 5

      INDUSTRIALI. CHE COSA DEVE DIRE OGGI MONTEZEMOLO ALL’AUDITORIUM DELLA MUSICA
      Un’idea contro la «razza mattona»: ritornare in fabbrica
      Il partito della borghesia è rimasto un progetto sulla carta
      per questo è tanto esposto agli attacchi del partito della rendita

      di Stefano Cingolani

      Cosa dirà oggi Luca di Montezemolo davanti a un parterre delle grandi occasioni riunito per la prima volta all’Auditorium della Musica? Quali note sgorgheranno dal primo violino dell’imprenditoria privata? E’ facile prevedere che il leitmotv sarà lo stesso dell’anno scorso, con un arrangiamento un po’ diverso e una coloritura più drammatica, perché in questi dodici mesi le cose sono, purtroppo, peggiorate. Le cifre dell’Ocse e dell’Istat lo dimostrano.

      La nuova giunta della Confindustria si è riunita ieri, prima dell’assemblea privata. Sono entrati tre nuovi membri che rappresentano tre realtà diverse dell’Italia che ancora produce: l’erede di una dinastia familiare, una delle poche rimaste in piedi (Carlo Pesenti), la manager del più ricco tra i gruppi del nuovo business, forse l’unico a non essere toccato finora dalla recessione (Gina Nieri per Mediaset) e il capo della più grande impresa privata nell’energia, altro settore che tira (Umberto Quadrino per Edison). Intanto a Portofino, l’ex leader della ex razza padrona, presentava il suo nuovo prodotto, la Vespa Gts. Roberto Colaninno, l’uomo che aveva osato dare l’assalto al cielo conquistando Telecom, ha scelto di impiegare l’opulenta «liquidazione » ottenuta dalla vendita a Marco Tronchetti Provera, non nel mattone, non in giochi di pura finanza (dove pure aveva mostrato una certa maestria), ma nell’industria manifatturiera. Sì, proprio in quel comparto dell’economia che soloni professionali e dilettanti allo sbaraglio, giudicano ormai finito, residuo di una società che non c’è più, mentre l’Italia dei servizi, del leisure e del turismo si avvia a diventare la Florida del Mediterraneo. «Se vogliamo affrontare il problema dello sviluppo e soprattutto dell’occupazione, bisogna considerare il manifatturiero elemento fondamentale per questa strategia», ha detto ieri Colaninno. La nostra speranza è che queste parole vengano rilanciate e amplificate dalla relazione che Luca di Montezemolo leggerà all’assemblea pubblica della Confindustria. Sapremo oggi se accoglierà l’invito kennedyano di Domenico Siniscalco. Ieri è filtrato sulla Repubblica che la nuova parola d’ordine sarà il «patto tra cittadini», non il patto dei produttori che del resto in questo anno non è decollato affatto. Bacchetterà il governo per quel che non ha fatto e l’opposizione per quel che ancora non ha detto. Inviterà, dopo le elezioni dell’anno prossimo, a non smantellare quel che di buono è stato messo in cantiere. E denuncerà il primato della rendita sul valore aggiunto della produzione (salari e profitti).

        Del resto, è proprio “il partito della rendita”, scrivono in molti, ad assediare “il partito della borghesia”. Se è vero che i protagonisti della nuova guerra di mercato sono i figli della bolla immobiliare che ha gonfiato ricchezze e patrimoni. In realtà, tra i due partiti ci sono, eccome, notevoli sovrapposizioni. Tra i figli della bolla non ci sono solo i Ricucci, i Coppola e gli Statuto, né solo i Caltagirone o i Ligresti (che pure con i mattoni costruiscono case, non li scambiano con carta). Ci sono anche i Tronchetti Provera, perché Pirelli Re (real estate) è uno dei maggiori operatori immobiliari. E c’è persino la mano pubblica che cerca (con risultati più scarsi dei privati) di mettere a frutto l’immenso patrimonio in case e terreni. La «razza mattona» come l’ha chiamata il settimanale Il Mondo, è ben più trasversale di quel che sembra.

          Il partito della borghesia, del resto, è rimasto un progetto in gran parte sulla carta, tutt’al più un work in progress. L’arrivo di Montezemolo alla Confindustria ha coinciso con la voglia di riscatto di una imprenditoria divisa e prostrata dalla crisi strisciante e dagli scandali (Parmalat e Cirio innanzitutto). Messa sotto tiro dalla politica proprio nel momento in cui al governo c’era un imprenditore. E dalle banche, le uniche nelle quali circola il risparmio (per fortuna ancora consistente) degli italiani. L’embrassons nous tradotto da Montezemolo nel «fare squadra», aveva il senso di superare queste lacerazioni, ricostruire una compattezza della business community, e avviarsi verso la riconquista di una posizione non egemonica (perché in fondo in Italia l’egemonia è sempre stata in mano alla classe media), ma rilevante. Un new establishment basato sul rinnovamento nella continuità. E a segnare proprio questa filosofia evoluzionista è venuta, ad appena un mese dalla sua elezione alla Confindustria, la scelta di accettare la presidenza della Fiat. Che ha fatto storcere il naso a chi vi hanno visto più continuità che rinnovamento.

          Il partito della borghesia fa politica (per questo l’abbiamo chiamato in questo modo) non solo nel senso che propone i contenuti della politica, ma perché è sempre alla ricerca di una sponda. Ha preso le distanze dal governo ed è stato accusato di fare il gioco dell’opposizione. Poi, vista la mal parata, ha puntellato il governo ottenendo la riduzione dell’Irap (e l’opposizione lo ha criticato). Il partito ha le sue voci. Possiede giornali (Il Sole direttamente, la Stampa con la Fiat e il Corriere della sera con Rcs), agenzie di stampa e una televisione sia pur in standby (La7). Dunque, bon gré mal gré è al centro dell’arena. Ne ottiene visibilità e influenza, ma ne paga un costo, non solo in denaro, ma in termini di imparzialità. E’ per questo che chi lo insidia, porta l’attacco proprio al cuore dei giornali, rendendoli ancor più sotto ricatto. Banche, media, produzione, rendita immobiliare, servizi, convergono in un sistema in cui gli intrecci creano una matassa che soffoca il mercato. E, con esso, blocca e paralizza il paese. L’Istat scrive che la stagnazione attuale ha origine un decennio fa. In realtà, le sue origini coincidono con la fine del «protezionismo liberale», come lo chiamò Giuliano Amato, nel cui bozzolo era abituata a vivere l’economia e l’industria. La liberalizzazione dei mercati e la fine della lira debole hanno aperto il baccello. Le privatizzazioni hanno offerto la possibilità a una parte del capitalismo italiano (la più potente) di trovare un nuovo cocoon. Così, la competizione globale è stata perduta ex ante, ritirandosi dalla gara. Oggi il re è nudo e l’Italia si trova con un apparato produttivo inadeguato. Riprendiamo le parole di Colaninno, uno che è tornato in fabbrica. La sua fede nel manifatturiero non basta se gli industriali che credono ancora nella produzione e non si accontentano di staccare cedole, non saranno capaci di rinnovare, reinventare persino, un modello manifatturiero che risponda alla sfida. Senza chiedere altre protezioni che, come la storia dimostra, hanno fatto più male che bene. E’ questo, in fondo, quello che loro possono dare al paese.