“Lsu 3″ I precari stabili, uno spreco italiano (M.Tiraboschi)

19/01/2005

    mercoledì 19 gennaio 2005

    sezione: PRIMA – pagina 1

    RIFORME IN RITARDO

    I precari stabili, uno spreco italiano

      di Michele Tiraboschi

        Negli ultimi due anni ben 17mila lavoratori socialmente utili — su un bacino di 24mila unità — hanno rifiutato un’assunzione con contratto stabile. Un risultato paradossale, anche se non inatteso dato che nella Finanziaria 2005 non è mancata la puntuale proroga del regime dei lavoratori socialmente utili.

        Stupisce tuttavia che, mentre ancora si discute sterilmente sulla bontà della Legge Biagi, passi sotto silenzio la conferma di una misura di "precariato stabile" che non serve ad altro che alimentare la propensione ad accettare occupazioni in nero. Che, per definizione, non offrono alcuna forma di tutela, ma consentono di fatto di sommare al reddito proveniente dalla economia sommersa il tanto agognato sussidio pubblico.

        A parole sono tutti d’accordo. È da almeno un decennio che le coalizioni di Governo che si sono via via succedute pongono la riforma degli ammortizzatori sociali tra le priorità dell’agenda politica. E anche le stesse parti sociali reclamano a gran voce, a completamento della riforma Biagi, un intervento organico sugli strumenti di sostegno al reddito dei lavoratori. Non occorre del resto essere dei profondi conoscitori delle complesse logiche di funzionamento del mercato del lavoro per constatare un dato sotto gli occhi di tutti. L’attuale regime degli ammortizzatori dà luogo a un corpus normativo disorganico e pletorico, caratterizzato com’è da una miriade di leggi e leggine che lo rendono neppure lontanamente riconducibile al concetto di "sistema". Un vero e proprio labirinto normativo che, nel privilegiare logiche passive di sostegno al reddito, alimenta distorsioni, abusi, iniquità di trattamento, spesso veri e propri privilegi. Un quadro emblematico alla luce del confronto con l’esperienza di altri Paesi europei. Pur a fronte di una spesa complessiva non dissimile, l’Italia presenta due evidenti anomalie. La prima è relativa alle categorie protette, in ragione di un forte divario tra le prestazioni previste per i lavoratori del mercato del lavoro regolare e ordinario rispetto a quelle riservate agli altri gruppi di lavoratori (gli atipici e quelli della piccola impresa) e ai non occupati. La seconda riguarda invece la copertura dei rischi di disoccupazione, con una spesa pubblica tra le più basse d’Europa, che diventa tuttavia di gran lunga tra le più elevate con riferimento ai sostegni passivi. Solo negli ultimi tre anni sono stati spesi ben 20 miliardi per ammortizzatori e solo 12 per politiche attive.

        Invero, si registra oggi un ampio consenso non solo sulla necessità di riformare un sistema tanto iniquo quanto inefficiente. Condivisa, almeno a parole, è anche l’idea di abbandonare la tradizionale impostazione assistenzialistica e passare a interventi attivi e personalizzati, tali cioè da promuovere la permanenza attiva nel mercato del lavoro e il reinserimento di quanti ne sono usciti. Eppure la riforma tarda a venire.

        Tiraboschi@unimore.it