Lotta di classe nel Duemila

20/11/2000

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I PERICOLI DEL MURO CONTRO MURO

Lotta di classe nel Duemila

di MASSIMO GIANNINI


LA PRIMA Finanziaria che "dà e non toglie" infiamma la campagna elettorale e riaccende l’ eterna contesa tra capitale e lavoro. Berlusconi attacca frontalmente la manovra di restituzione del bonus fiscale. Confindustria boccia in chiave preventiva ogni possibile intervento di smobilizzo del trattamento di fine rapporto, che proprio attraverso la Finanziaria il governo vuol far passare prima delle elezioni. Sul centrosinistra si stringe una anomala "tenaglia".
L’offensiva del Polo dimostra che la portata "elettorale" della Finanziaria è realmente insidiosa, perché attrae consensi nella società e recupera Bertinotti in Parlamento. L’assalto degli industriali, per contro, conferma che in questa Confindustria guidata da Antonio D’Amato sta prevalendo una linea antagonista che non fa sconti all’Ulivo, come è giusto, ma fatica ad essere equidistante tra i due Poli, come invece pretenderebbe di essere.
La tenaglia si chiude, e a tratti alimenta il fondato sospetto che i due "bracci" che la compongono non si muovano l’uno indipendente dall’altro. Soprattutto alla luce del "cordiale faccia a faccia" di due settimane fa tra Berlusconi e D’Amato. Amato e Visco, nonostante queste pressioni, tengono salda la barra del timone. "Gli attacchi di Berlusconi – dice il ministro del Tesoro – non possono impensierirci. Anzi, sono pressoché comici. Ed è assurdo che oggi siano proprio loro, quelli del Polo, a darci lezione di rigore finanziario e di rispetto dei vincoli europei. Dov’erano in questi anni, quando abbiamo portato il paese al traguardo di Maastricht?".

I SALDI contabili della manovra, secondo via XX Settembre, non sono a rischio. Gli emendamenti approvati alla Camera sono "di entità modestissima", e non alterano in nessun modo la composizione della manovra, nella sua compatibilità con gli obiettivi di bilancio indicati nel documento di programmazione e nel patto di stabilità. "Nessuna preoccupazione", conferma dunque Visco. Sa bene, sia lui che il premier, che in campagna elettorale la Casa delle libertà deve tentare di depotenziare una finanziaria che, per la prima volta da otto anni a questa parte, riduce di oltre 2 punti di Pil le tasse sulle famiglie e di 2 punti secchi il carico fiscale sulle imprese.
E per depotenziarla sceglie come punto debole della Finanziaria il suo presunto lassismo, nella convinzione che questo da una parte screditi il governo ulivista al cospetto dei tecnocrati della commissione Ue, dall’altra parte accrediti il futuro governo del Polo di fronte ai molti che, in Europa, continuano a non fidarsi della "Santa Alleanza" tra il moderato populista Berlusconi e l’ haideriano xenofobo Bossi.
La lotta politica ha i suoi tempi e le sue leggi. Ma quello che può colpire, semmai, è che ad essa si sovrapponga una rinnovata, ma pericolosa "lotta di classe". In realtà, secondo il ministro del Tesoro, non c’è nulla da stupirsi. Lo schema di questa "nuova Confindustria" è collaudato. Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si scambia. L’Irpeg ridotta di 12 punti secchi per le imprese si scambia a Bruxelles addirittura con la possibilità di allargamento dell’Unione ad Est. Lo smobilizzo definitivo del Tfr delle aziende, invece, si scambia con il taglio definitivo delle pensioni di anzianità e soprattutto con la flessibilità totale del lavoro. Cioè con contratti di emersione per il sommerso nel Mezzogiorno sul modello inglese, e con la libertà piena di licenziamento dei lavoratori. Questa è la visione mercantilistica delle dialettiche sociali di D’Amato. Questo è il "neo- contrattualismo" politico che D’Amato ha iniziato a praticare, dal giorno successivo al suo insediamento, con il sindacato e con il governo. "Se non mi danno la flessibilità e il completamento della riforma delle pensioni – ha sempre detto il presidente di Confindustria – io non cedo sul trattamento di fine rapporto". D’Amato, in questo, si dimostra coerente. Voleva discutere di riforma del Tfr nell’ambito della generale verifica delle pensioni. Non c’è riuscito: la verifica si farà dopo le elezioni, mentre sul Tfr il governo Amato ha urgenza di agire subito.

Confindustria puntava e punta ad un unico tavolo negoziale e trilaterale, in cui ciascuno dà e prende secondo la propria forza politica e contrattuale. Il governo punta invece a moltiplicare i negoziati e frammentarli su più tavoli, esercitando la sua forza contrattuale ma evitando di mettere a repentaglio la sua tenuta politica. È un limite fisiologico naturale, a quattro mesi dalle elezioni. Confindustria lo contesta, ed è legittimo che lo faccia. Quello che è meno legittimo, è che mentre D’Amato con una mano indica le patologie di un sistema politico ingessato, nel quale le minoranze parlamentari tengono in scacco le coalizioni e le rappresentanze sociali suppliscono alla debolezza dei partiti fino a soffocarne la libertà d’azione, con l’altra mano bussa alla porta di Palazzo Chigi per chiedere altri sconti fiscali sull’Irpeg.
Il ministro del Tesoro ripete: aspettiamo di sapere il parere di Mario Monti, che arriverà tra pochi giorni. Ma le lettere che la commissione Ue ha inviato al governo italiano in quest’ultimo anno parlano chiaro: se concentrati in modo più sensibile al Sud le riduzioni Irpeg rischiano di essere considerate come aiuti di stato regionali, e quindi sarebbero inaccettabili per la commissione.
Ma Confindustria non si rassegna. Ha fretta e non aspetta. Questo è andato a dire D’Amato al presidente del Consiglio, nell’incontro di venerdì scorso: l’industria italiana pretende gli sgravi Irpeg. Quelli sì, da varare subito, qui ed ora, e da far transitare con la diligenza della Finanziaria. Ma non si può denunciare l’ assalto solo quando vuole salirci il signor no della Cgil Sergio Cofferati. Al fondo, sembra soprattutto il vero "nemico" da battere, agli occhi degli industriali. Se è realmente così, si apre una fase più delicata delle relazioni sociali, che va oltre la Finanziaria. Sulla stagione dei contratti, che culminerà con il rinnovo di quello dei metalmeccanici, per i quali a dicembre scade il biennio retributivo, si possono scaricare tensioni ed esasperazioni esterne, che potrebbero spingere Confindustria da una parte, sindacati dall’altra, a un durissimo scontro muro contro muro. Una parte del ceto produttivo, deluso dalle sconfitte patite sull’Irpeg e sul Tfr, potrebbe cercare sui contratti il varco per una miope rivincita, che avrebbe come posta in palio non la semplice disfatta della controparte sindacale ma la ben più preoccupante eutanasia della politica dei redditi. Con l’inflazione che cova sotto le ceneri, e il rialzo dei tassi d’interesse in pieno corso, sarebbe una iattura per l’Italia il riesplodere di un conflitto sociale vecchio stampo. Magari a partire dal contratto delle mitiche tute blu, che ormai non sono più solo rappresentate da quel milione e mezzo di operai alle presse della Fiat ma anche da alcune centinaia di migliaia di impiegati e quadri dei settori più diversi. E soprattutto, sarebbe uno schiaffo in faccia alla modernizzazione, di cui tutti parlano sempre, senza praticarla mai.