L’orario che serve è un po’ più flessibile

06/07/2004


          Lunedì 5 luglio 2004

          Imprese & lavoro

          L’orario che serve è un po’ più flessibile

          Noi e i tedeschi dopo l’accordo Siemens

          Lavorare di più, lavorare tutti. All’insegna di uno slogan che capovolge quello in voga negli anni Settanta in Italia e non solo, in Germania si stanno firmando accordi tra aziende e sindacati per allungare l’orario di lavoro ed evitare così il trasferimento di interi stabilimenti nei Paesi dell’Est o in Oriente. Una soluzione inevitabile anche nel resto d’Europa e quindi in Italia?

          L’intesa più clamorosa è quella tra il colosso dell’elettronica Siemens e il sindacato dei metalmeccanici, la potente Ig Metall: l’azienda ha rinunciato, per i prossimi due anni, a spostare in Ungheria 2 mila posti di lavoro (su 4.500) in cambio dell’aumento dell’orario settimanale da 35 a 40 ore. Almeno altre cento imprese tedesche stanno trattando accordi simili. Tanto che che, secondo Han Werner Sinn, presidente dell’Ifo, autorevole istituto per la ricerca economica, quello della Siemens «è solo un segnale: adesso è chiaro che arriverà la settimana di 40 ore».

          Il punto è proprio questo, sottolinea Innocenzo Cipolletta, presidente di Ubs Italia, economista molto vicino al nuovo leader della Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo: «La Germania si ritrova con un mercato del lavoro molto rigido. Loro hanno l’orario settimanale di 35 ore, che per fortuna l’Italia ha evitato. E quello che sta accadendo in Germania, ma anche in Francia, dove pure si sta cercando di evitare il vincolo delle 35 ore, dimostra il fallimento dell’equazione che a una riduzione dell’orario corrisponda un aumento dell’occupazione».


          In Italia non abbiamo le 35 ore, ma la tentazione di fuggire verso Est tocca lo stesso sempre più aziende. Piccole manifatturiere, l’ultima è la storica camiceria Frarica («La camicia coi baffi»), a Este (Padova), dove, spiegano i sindacati, sono stati annunciati 107 licenziamenti per spostare la produzione in Romania. Ma riguarda per alcuni segmenti produttivi anche importanti gruppi con stabilimenti nel Nord-Est, come la Zoppas, la De Longhi, l’Electrolux. E pone Cgil, Cisl e Uil davanti a scelte difficili.


          Del resto, dice Cipolletta, è meglio non farsi illusioni: «Bisogna fare i conti con la rilocalizzazione delle imprese». Non solo in Germania, ma anche nel resto d’Europa e quindi in Italia: «Sempre un’azienda va dove ci sono convenienze. Ed è un fatto positivo, un segno di vitalità. Adesso avviene più che in passato perché il mercato si è allargato». Ma si può fare qualcosa per evitare la fuga in massa: «Non si tratta di abbassare i costi al livello dei Paesi d’Est o dell’estremo Oriente, perché noi comunque abbiamo una produttività maggiore, ma di trovare, soprattutto per le imprese al margine, soluzioni organizzative che consentano loro di rimanere competitive». Soluzioni che vanno trovate «col consenso dei sindacati», dice Cipolletta, che è stato anche direttore generale della Confindustria dal 1990 al 2000, è che richiedono «uno scatto di fantasia».


          In questo senso, aggiunge, in Italia, «ancora più dell’aumento dell’orario, è importante la flessibilità». Ma «non tanto quella in entrata o in uscita oggetto della riforma Biagi quanto quella organizzativa». Oltretutto, la Biagi, «avendo portato al superamento dei co.co.co (collaboratori) a favore dei lavori "a progetto" ha introdotto un elemento di rigidità più che di flessibilità».


          Anche su questi argomenti si eserciteranno le parti sociali nella nuova fase di concertazione lanciata da Montezemolo alla ricerca di un nuovo patto sociale. Lo conferma Alberto Bombassei, vicepresidente della Confindustria per le relazioni industriali, che, a proposito del modello Siemens, suggerisce: «Non sarebbe male parlarne anche in Italia». Ma il segretario confederale della Cgil, Carla Cantone, subito frena: «La delocalizzazione non si può fermare scaricandone i costi sui lavoratori».


          Cipolletta, però, osserva: «I posti di lavoro? Non si salvano arroccandosi in difesa, ma accrescendo il valore dell’azienda. Se questo avviene, si ha poi una ricaduta positiva anche all’interno. Le produzioni dove i costi incidono di più magari si spostano all’estero, ma se ne creano altre a più alto valore. Alla fine non c’è una perdita di occupazione, ma una sua riqualificazione». Posizioni distanti tra imprese e sindacati, come è naturale che sia all’inizio di una discussione delicata.

          Enrico Marro