L’ora dei «radicali-riformisti»

14/05/2004


  Sindacale


14.05.2004

La svolta
L’ora dei «radicali-riformisti»

Bruno Ugolini

Sono i radical-iriformisti della Cgil e aprono una possibile pagina nuova del sindacato italiano. Le antiche anime del movimento operaio – quelle che un tempo a dire il vero erano riassunte nel confronto aspro tra “massimalisti” e “riformisti” – qui trovano una sintesi. Lo si capisce bene ascoltando la relazione di Guglielmo Epifani e cercando di interpretare gli applausi che spesso la interrompono. E’ lo stesso successore di Sergio Cofferati a descrivere questo strano intreccio. Lo fa riflettendo su alcune recenti vicende, come quelle di Melfi o dell’Alitalia. Erano lotte radicali, spiega, ma per obiettivi riformisti. E come definire in termini diversi gli accordi conclusivi, su salari, turni, futuro produttivo?

Questi delegati del più grande sindacato italiano, riuniti in una specie di precongresso, appaiono così come centauri a due teste. E anche quando accolgono, con fragore di consensi, la richiesta di ritiro delle truppe italiane dall’Iraq tormentato dai massacri, non lo fanno perché spinti da un irresponsabile desiderio di fuga. Quello che li spinge, come spiega bene ancora Epifani, è l’assunzione di altra e diversa responsabilità. Il desiderio di contribuire davvero alla fine dei massacri, con un Iraq restituito ad una nuova classe dirigente lo cale, sotto l’egida dell’Onu e della comunità internazionale. Unica strada per combattere davvero il terrorismo.

Pazienza e realismo, dunque, nella Cgil, ma anche fermezza d’opinioni. E’ in questo clima che prende le mosse una possibile nuova fase, come testimoniano i discorsi di Luigi Angeletti per la Uil e soprattutto di Savino Pezzotta per la Cisl. Sembrano trascorsi anni luce da quando le tre Confederazioni si guardavano in cagnesco, Cisl e Uil firmavano accordi separati. C’era allora una strategia di centrodestra e Confindustria, acclamata nel cosiddetto “patto di Parma”, fondata sull’attacco ai diritti e sulla rottura sindacale. Una situazione che ispirava in qualche settore della Cgil la tentazione del Grande Sindacato di sinistra, collegato alla divisione dell’Italia in poli. Quel patto di Parma oggi può essere capovolto e semmai diventare – come hanno detto Epifani e Pezzotta – un patto, un’alleanza tra interlocutori diversi, sindacati, imprenditori, associazioni, movimenti, capaci di condizionare il governo di centrodestra. L’analisi dei mali crescenti del Paese oggi, infatti, è spesso condivisa. Anche se man cano immediate risposte di lotta, ad esempio sul tema scottante delle pensioni, forse anche perché è in corso in queste setti mane un decisivo match politico elettorale.

La Cgil, in ogni caso, precisa le sue proposte, come la ripresa di un progetto di programmazione democratica, come il ripristino di un ruolo pubblico, come il lancio di una nuova politica dei redditi basata soprattutto sulla leva fiscale. Qui la relazione ha implicitamente polemizzato con una tesi di fondo della maggioranza Fiom, quella che invece da per scontata la fine della politica dei redditi e della concertazione. La relazione ha però riconosciuto, nello stesso tempo, con la sottolineatura d’applausi scroscianti, i meriti del sindacato metalmeccanico nella guida delle vertenza di Melfi. Un’esperienza che, anche per l’intervento delle tre Confederazioni, ha finito con il riproporre il tema di un percorso unitario.

Tale rinnovata prospettiva ha bisogno, però, di regole nel rapporto con gli iscritti e con i lavoratori. Non ci sarà la legge detestata da Angeletti e Pezzotta, ma potrebbe esserci un accordo tra le parti, capace di salvaguardare l’amore cislino per gli iscritti e la propensione cigiellina a collegarsi con tutte le masse dei lavoratori. Il particolare e inedito calore che ha accolto ieri anche Pezzotta testimoniano del clima mutato. E così appaiono lontanissimi anche i tempi in cui nella Cisl andava di moda (con uno slogan del nostro amico Bruno Manghi) la cosiddetta “unità competitiva”.

Oggi siamo, parola di Pezzotta, ai “pluralismi convergenti”. La competizione spesso sfrenata ha fatto male a tutti.