L’onore perduto del lavoro

25/09/2002


      25 settembre 2002

      L’onore perduto del lavoro
      Senato: si batte l’opposizione, ma la delega berlusconiana passa articolo su articolo

      CARLA CASALINI


      Per otto volte ieri è mancato il numero legale nell’aula del senato dove si vota la legge delega 848 sulla berlusconiana «riforma del mercato del lavoro»: il governo ha traghettato nell’altra legge delega, la 848 bis, la manomissione dell’«art.18»; ha lasciato nella delega
      madre tutto il resto, la privatizzazione completa del collocamento pubblico, l’abrogazione del divieto di interposizione di manodopera, la «modifica» della distinzione tra «lecito» e «illecito» nell’intermediazione; generalizzazione del lavoro in affitto, a «chiamata», e quant’altro di destre invenzioni per una totale precarietà di chi lavora e lesione di libertà, nonché stravolgimento del codice civile (e perfino penale). Si capisce l’opposizione strenua in parlamento del Prc e di tutto l’Ulivo, che hanno usato ogni strumento dell’ostruzionismo, chiedendo il voto elettronico e la verifica del numero legale quasi su ogni emendamento – con la maggioranza che più volte è risultata semiassente – per poi vedere di volta in volta i propri emendamenti bocciati a uno a uno, tranne quelli già cassati in partenza. Un freno costante contro la forza dei numeri, che, seppur a rilento, hanno però raggiunto l’obiettivo di far passare al senato l’articolo 1 giovedì, e ieri gli aericoli 2, 3, 4.

      Nel primo articolo si è cassata la legge 1369 del 1960 e l’art.2112 del codice civile. Con le nuove norme «ogni impresa, invece di assumere propri dipendenti, potrebbe affittare e utilizzare a tempo indeterminato i lavoratori di un certo fornitore di fiducia, che si trasforma in un vero e proprio commerciante di lavoro altrui», «è evidente la volontà di ridurre il lavoro e il lavoratore a una merce liberamente commerciabile», ha rincarato in aula l’opposizione contro l’abrogazione della 1369.

      Libertà di collocamento privato a scopo di profitto, e anche di ogni forma di «interposizione». La battaglia, già avviata in commissione, ha ottenuto almeno di tenere in vita la legge Salvi sugli appalti, che il governo voleva «modificare» aprendo di fatto la via al dilagare di pratiche illecite, offerte anomale.

      Ma anche la «riforma» dell’art. 2112 va al nocciolo della disintegrazione del lavoro: riguarda la criticatissima materia del «trasferimento di ramo d’azienda». Mentre oggi vi è posto almeno un limite – che i comparti d’aziende trasferiti esistano per autonomia economica e produttiva – in futuro si potrebbero trasferire anche singoli reparti, uffici, batterie di macchinari. Vuol dire che potrebbero nascere tante aziendine di comodo sotto i 15 dipendenti, dove quindi non si applica, ad esempio, il famoso «art.18» che tutela dai licenziamenti illegittimi. Berlusconi aveva promesso a Cisl e Uil – che hanno firmato il Patto per l’Italia e la manomissione dell’art.18 – che in questo caso ci avrebbe però messo lui una pezza. La pezza non è buona, ma il senato l’ha comunque strappata, e il governo assicura che la ricucirà «alla camera».

      Sono solo alcuni punti del corposo art.1 della delega – un corpo orrendo, da apprezzare con cura nei dettagli – cui seguono gli articoli «mirati», votati ieri. Di nuovo battaglia punto per punto, ma l’art.2 sui «contratti di formazione» e «tirocinio» alla fine ieri pomeriggio è passato con il suo carico avvilente di deculturazione della destra: «formazione», sia chiaro, non ha niente a che vedere con la qualità in dotazione a un individuo, definito un «capitale» per le stesse imprese nella «società della conoscenza» in tante parole al vento degli uomini berlusconiani; non ha niente a che vedere con la scuola, l’istruzione, l’obbligo scolastico, macché «formazione permanente».

      Francia e Germania spendono fior di soldi in questi investimenti sul futuro, il governo italiano non mette un soldo, se non per garantire incentivi alle imprese, per una «formazione» solo «dentro le aziende», secondo le loro esigenze «a breve»).

      L’art.3, dedicato al part time, ha reciso di netto i vincoli posti dalla legge del centrosinistra «per trovare un equilibrio» tra necessità, volere delle imprese, e delle lavoratrici e lavoratori. L’equilibrio si spezza, in favore del padrone. Il tempo parziale si libera per legge: da lei, lui, si può pretendere tutto, come lavoro supplementare nel part time disteso sulla settimana, un elastico a discrezione dell’impresa in quello concentrato, «verticale», e la fantasia di combinazioni si applica anche nel lavoro temporaneo. La cosa più violenta e odiosa, è che non è più «previsto» il «consenso del lavoratore interessato» al mutare continuo di orari e tempi del suo lavoro (per chiarire: non è più «obbligatorio»).

      Infine, nella serata di ieri la maggioranza al senato ha portato a casa anche l’art. 4 della delega, con le chicche come il «lavoro a chiamata», quello «discontinuo» e «intermittente», occasionale, dove sono coinvolti anche i collaboratori, aumentando al massimo la «flessibilità» a disposizione delle imprese, e l’impossibilità di parola da parte dei «prestatori d’opera», diminuendo addirittura le già scarsissime «tutele». L’opposizione ha votato contro tutti i 4 articoli; ne restano tre per i prossimi giorni.