L’onda lunga degli scioperi di quel marzo ’43

07/04/2003

              domenica 6 aprile 2003
              L’onda lunga degli scioperi di quel marzo ’43
              Sessanta anni dopo Cofferati, Epifani, Scalfaro li ricordano a Genova. Perché parlano dell’oggi

              DALL’INVIATA
              Susanna Ripamonti

              GENOVA Cauti, moderati, quasi celebrativi. Guglielmo
              Epifani e Sergio Cofferati hanno lasciato
              a Milano, alla convention programmatica dei Ds
              i toni più accesi del confronto politico e ieri a
              Genova hanno ricordato il sessantesimo anniversario
              degli scioperi del marzo del ’43, limitando
              all’essenziale i riferimenti all’attualità: la pace e la
              difesa dei diritti. Un applauditissimo Oscar Luigi
              Scalfaro non si è sottratto invece alla polemica
              quasi frontale con il governo e il suo premier e
              non si è preoccupato di andare fuori tema deplorando
              la politica giudiziaria, lo scempio della
              Costituzione e gli sconsiderati attacchi alla magistratura
              e alla sua indipendenza. Piazza Matteotti,
              riscaldata da un sole quasi estivo si è riempita
              con lentezza, con il passo un po’ svogliato di chi
              ieri ha fatto il pari e dispari per scegliere tra la
              piazza e il mare. Alla fine ha vinto la piazza, che
              con buona pace di Silvio Berlusconi (come sottolinea
              Epifani) era piena di bandiere arcobaleno
              mescolate a quelle rosse della Cgil. Almeno cinquemila
              persone, che per Genova sono un successo.
              Il primo lungo applauso è per Cofferati: il
              suo intervento è quasi una lezione di storia. È lì
              per ricordare gli scioperi del marzo del 43, snodo
              decisivo della storia italiana del XX secolo:
              «un incrocio importante tra la crisi della dittatura
              fascista, che in poche settimane si dissolse, e la
              ricerca di premesse per dare a questo Paese un
              impianto democratico». Parla dell’onda lunga di
              quegli scioperi, partiti nel triangolo industriale
              Milano-Genova-Torino e arrivati fino in Sicilia.
              Gli obiettivi erano minimi: aumenti salariali, la
              possibilità di consumare un pasto caldo sul lavoro.
              «Può sembrare banale – dice – ma era sintomatico
              delle condizioni di lavoro esistenti».
              Con quegli scioperi, per la prima volta dopo
              vent’anni, la classe operaia alzava la testa, lanciava
              un messaggio: si può lottare, ci si può opporre
              alla dittatura fascista e al nazismo. Seguì la repressione,
              l’arresto degli organizzatori, ma la lotta
              non si fermò, correndo in parallelo con la lotta
              partigiana. Poi l’ex segretario Cgil passa all’oggi,
              all’esigenza di un’Europa unita che non sia solo
              un mercato più vasto come vuole la destra, ma
              che sia una nuova nazione, con una sua Costituzione
              che mutui da quella italiana l’articolo 11,
              «perché parta da una somma di valori che sappiano
              parlare all’intelligenza e al cuore dei cittadini
              europei». E ancora, rivolto questa volta alla sinistra,
              parla della necessità di una politica estera
              basata su un’idea forte di pace, della «credibilità
              di chi può dire, in un mondo che sta impazzendo,
              fermiamo la guerra per evitare danni e disastri
              ulteriori, per evitare processi di destabilizzazione».
              Scalfaro ci tiene a mettere ben in chiaro la
              sua «diversa provenienza» forse per sorprendere
              il pubblico con un discorso iperresistenziale e
              nettamente sbilanciato a sinistra. E il pubblico
              soddisfatto ringrazia, con abbondanti applausi.
              Un po’ di amarcord da parte dell’85enne presidente,
              la cui storia personale coincide con quella
              di un lungo tratto della storia italiana, e la sua
              cultura giuridica, da ex-magistrato che analizza
              la natura dello stato fascista, che dispensava ai
              cittadini diritti ma riservandosi il potere di revocarli
              e sospenderli. Anche lui parte dagli scioperi
              del ’43 che diedero il via all’inizio della ripresa
              democratica, che ridava ai lavoratori proprio
              quei diritti negati. Ma soprattutto parla della
              realtà attuale, della posizione del governo rispetto
              alla guerra: «Se il consiglio supremo della
              difesa definisce l’Italia come nazione non belligerante,
              passi. Ma è assolutamente insufficiente se
              è un governo ad utilizzare questa espressione.
              Un governo che avrebbe dovuto dire che noi
              siamo estranei a questa guerra che ha travolto il
              diritto e le istituzioni internazionali». Già che
              c’è, non rinuncia a polemizzare col premier e
              con la sua voglia di rafforzare l’esecutivo arrogandosi
              magari il potere di sciogliere le Camere. E
              ancora parla della «pericolosa avversione e sfiducia
              nella magistratura, che può provocare una
              crisi mortale dello Stato» e dell’assoluta necessità
              di rispettare autonomia e indipendenza della magistratura.
              Alla fine Epifani ricorda la primavera di Genova
              del ’43, la conquista della democrazia e
              delle istituzioni repubblicane, ma anche gli anni
              cupi del terrorismo, e a Genova, l’assassinio di
              Guido Rossa. «Oggi dobbiamo ancora lottare
              per evitare che la sanità sia smantellata, perché il
              diritto alla pensione non sia sempre oggetto di
              discussione e manipolazione». Parla della Bossi-
              Fini: «Una vergogna e un insulto, soprattutto
              per noi italiani, che non meritiamo di essere
              responsabili dei tanti casi in cui un lavoratore
              comunitario viene trattato come un oggetto, ridotto
              a schiavitù». E ancora ricorda la Genova
              del G8, delle manifestazioni represse a bastonate.
              E chiude con un accenno alla guerra e all’articolo
              11 della Costituzione: «Se oggi lo possiamo
              difendere, lo dobbiamo a quei combattenti che
              diedero riscatto a un paese ferito e umiliato.
              Fecero rinascere con la Cgil il sindacato democratico
              e unitario. Ci consegnarono un testimone
              capace ancora di accompagnarci nel futuro».