L’ombra della guerra sul sindacato italiano

27/09/2001
 
   


27 Settembre 2001



 



L’ombra della guerra sul sindacato italiano
La Cgil si attorciglia su se stessa, non riesce a proferire un chiaro "no alla guerra". Voci dissidenti in Cisl
CARLA CASALINI

Il sindacato confederale italiano si dibatte e si attorciglia, in giri di frase, in distinguo, quando non nell’attesa di vedere cadere bombe, giacché non sa pronunciare un "no alla guerra". Non è che manchino dentro Cgil, Cisl, Uil voci di dissenso, che tentano di percorrere le faticose vie della ragione; ma una indicazione univoca, generale non arriva. Capace di una posizione chiara nello scenario politico italiano; capace di interlocuzione con le paure, la confusione, le tensioni (non escluse quelle della "guerra in casa", del rinfocolarsi della "cultura" di ostracismo verso gli immigrati) suscitate nei luoghi di lavoro dall’orrore del massacro terrorista in Usa.
Esempio di questa
bellicosa incertezza sindacale è il testo che sta girando in Cgil, tra alcuni dirigenti, prima bozza di quel che dovrebbe essere il pronunciamento del sindacato di Cofferati contro il terrorismo e sulle vie per sconfiggerlo. In una lunga giornata di confronto, lunedì scorso a Roma, presenti anche i segretari confederali regionali e i segretari nazionali di categoria, seppur molte cose restavano non chiarite, sembrava essersi aperto uno spiraglio per tentare un documento unitario tra la maggioranza e la sinistra di "Cambiare rotta-Lavorosocietà" su una discriminante fondamentale come la guerra, la pace, la democrazia. Ma la bozza prodotta in seno alla segreteria nazionale, stando alle notizie sulla discussione che provoca, sulle richieste di cancellare un aggettivo qua, una parola là, sembra priva dell’unica cosa che andrebbe invece aggiunta: il ripudio della guerra.
Dentro la Cgil il "no alla guerra" lo pronuncia senza equivoci la Fiom, e lo ha appena ribadito la sinistra Cgil in una affollata manifestazione a Roma. Non a caso, Ferruccio Danini, uno dei coordinatori di "Lavorosocietà", mentre iniziava la stesura del suddetto possibile
testo unitario ha avvertito: "la Cgil deve scegliere se dire no alla guerra o far finta di non vedere", e ha chiesto "la convocazione degli organismi dirigenti a tutti i livelli dell’organizzazione". Richiesta reiterata anche dalla Cgil di Brescia, che ha già votato un documento nel proprio direttivo.
Senza il rifiuto della guerra come risposta al terrorismo – guerra già cominciata, sol che si guardi ai milioni di profughi afghani – la Cgil, unitaria o a pezzi, si assumerà una responsabilità gravissima. E non possono non destare preoccupazione le quasi contemporanee dichiarazioni in casa Ds di Giovanni Berlinguer – nessun rifiuto della guerra, e la sottolineatura dell’unità del partito, e dello stesso parlamento italiano sulle risposte da dare al terrorismo. Quale la relazione tra le discussioni in Cgil e nei Ds?
Ma c’è anche un buco nero tutto sindacale dietro questa vicenda: il non detto, la discussione mai aperta dopo che i vertici di Cgil Cisl, Uil offrirono copertura alla guerra Nato in Kosovo, definendola "contingente necessità".
Ora, ci preme citare un documento inviatoci dalla Cisl di Ancona, votato dal suo esecutivo: una voce dissidente nel sindacato di Pezzotta, insieme ad altre in casa Fim. La Cisl di Ancona, ritornando sull’orrore della strage americana, sottolinea come si sia di fronte "a un organizzato e devastante progetto di morte, che rende ancor più tragicamente tangibile la dimensione planetaria della violenza". Perciò "tutti" si è chiamati in causa per "fronteggiarlo e sconfiggerlo". Ma alla "strage disumana non si risponda con un intervento bellico", "troppi parlano di guerra, poche le voci che che dicono ‘un’altra via è percorribile’". Ineludibile "esplorare le cause profonde", "gli squilibri di questo nostro mondo, arrivati a livelli insostenibili per miliardi di persone". Necessario, per il "crimine orrendo che colpisce tutta l’umanità" "un tribunale che rappresenti l’intera comunità internazionale, a guidare le indagini, perseguire i responsabili, emettere un giudizio, rendere pubblici contenuti ed esiti del percorso giudiziario".
E’ un’
altra via: possono non piacere "i tribunali internazionali", ma allora si indichi qualcosa di superiore alle garanzie liberali: non è la guerra, di cui il governo Usa ci avverte in anticipo che "non" saremo informati di alcuna sua tappa via via "necessaria".