Lombardia. Quella piena occupazione

28/03/2002

Lombardia





Il lavoro in Lombardia

QUELLA PIENA OCCUPAZIONE

di Walter Passerini

      Michele Introzzi da Mariano Comense è il campione italiano di lavoro interinale. In tre anni ha collezionato 22 missioni, cioè ha cambiato 22 posti di lavoro diversi. Ha fatto il metalmeccanico, il mulettista, il falegname, il magazziniere, il lucidatore, l’autista, l’operaio tessile e altro ancora. E’ il recordman del lavoro a tempo, da Guinness dei primati, anche perché lui ha solo 25 anni. Michele è il prototipo del giovane che si dà da fare e che sceglie di non avere un posto fisso. E se lo può permettere, finché è giovane. La Lombardia è quasi senza disoccupati: sono il 3,7% (quasi 200 mila) rispetto al 9,1% a livello nazionale; l’1,6% a Lecco, l’1,7% a Mantova, l’1,8% a Bergamo. A Milano va «peggio», con il 4,6%, la metà del dato nazionale. Sono percentuali da piena occupazione, ottenuta grazie a un’articolata e dinamica struttura industriale e dei servizi e a un’intensa iniezione di flessibilità. Tutto bene nella «Lombardia felix»? Sì, ma senza trionfalismi. Nessuno può oscurare i record, ma il buon governo esige di pensare alle possibili ombre e minacce.
      La prima è la quota di flessibilità accettabile. Le imprese non sono infatti interessate a una generica e massiccia dose di occupazione flessibile, ma a una soglia accettabile e diversa situazione per situazione. E anche per le persone vale la stessa regola. I casi come quelli di Michele vanno bene, ma quando passano gli anni e si vuol metter su famiglia i conti non tornano più. L’intermittenza del lavoro e del reddito fa a pugni con il mutuo e con i figli. E poi, come garantire diritti e tutele a coloro che non scelgono la flessibilità, ma ne sono in qualche modo costretti?
      La seconda è il tasso di occupazione. Se la riduzione della disoccupazione è un indicatore rilevante, va anche misurato con il tasso di occupazione, che in Lombardia è del 60%: cioè «solo» sei persone su dieci tra i 15 e i 64 anni che possono lavorare lavorano, mentre nella media nazionale sono 5,3. Sono senz’altro tante, ma lontane dall’obiettivo del 70% previsto dal Libro bianco e dalla media europea. E ancora fuori da una situazione di occupazione perfetta sono soprattutto i giovani, le donne e gli «over 50».
      La terza ombra è il rapporto tra domanda e offerta. Sono molte le imprese in crisi di manodopera, che cercano personale specializzato e non lo trovano. La domanda inevasa crea perdita di occasioni, di commesse, di ricchezza, di occupazione. La responsabilità è soprattutto di un inadeguato sistema di formazione professionale, ed è la quarta minaccia, ancora spesso autoreferenziato che, anziché misurarsi sugli effettivi fabbisogni professionali delle imprese, è figlio di un’offerta formativa non sempre all’altezza.
      La quinta ombra è il sistema dei nuovi servizi pubblici all’impiego. A Milano e in Lombardia, ma questo succede un po’ in tutt’Italia (anche se non deve valere il mal comune mezzo gaudio), si trova lavoro indipendentemente dagli uffici di collocamento, vecchi o rinnovati che siano. Sono la spontaneità e la flessibilità del mercato a creare occupazione. Che va bene e può funzionare nei momenti in cui tira la domanda, ma che va in «tilt» all’apparire delle prime nuvole e dei primi segnali di crisi.


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