L’Ocse: Italia in affanno

02/07/2003


02 Luglio 2003

LA FOTOGRAFIA DELL’ANNO PASSATO SECONDO GLI ESPERTI DI PARIGI
«Interventi strutturali su pensioni, sanità e pubblica amministrazione
Troppe una tantum, indispensabile far ripartire le privatizzazioni»

L’Ocse: Italia in affanno
urgente tagliare le spese


analisi
Stefano Lepri


ROMA
ITALIANI, non consolatevi con il «mal comune mezzo gaudio». In un maxi-rapporto sull’economia italiana, l’Ocse sostiene che il nostro Paese è stato messo in difficoltà più di altri dal rallentamento mondiale cominciato nel 2001. Ha quindi grande urgenza di adottare riforme che possano farlo crescere di più e renderlo meno vulnerabile. Tagliare le spese pubbliche è il suggerimento principale, con altre misure per le pensioni in primo luogo, smettendola di aggiustare i bilanci con le «
una tantum»; e poi riprendere le privatizzazioni, aumentare la concorrenza nei mercati, tra l’altro evitando di indebolire le autorità indipendenti che li tutelano.
Dalla scuola all’ordinamento delle professioni liberali, dalle relazioni industriali alla gestione delle risorse umane nel pubblico impiego, è lunga e dettagliata la lista delle possibili riforme nelle 184 pagine del documento diffuso ieri a Parigi dall’Ocse, che è una sorta di ufficio di consulenza per i 30 maggiori Paesi industrializzati. La diagnosi di partenza è piuttosto sconfortante, con l’eccezione del consistente aumento dei posti di lavoro, che è avvenuto per effetto delle «riforme degli anni ‘90» (il «pacchetto Treu») e che potrà proseguire grazie al «patto per l’Italia».
L’Italia ha conosciuto nel 2002 «risultati deludenti, con una delle più rapide decelerazioni della crescita» fra tutti i grandi Paesi industriali; non ha in sè, secondo l’Ocse, le forze per una ripresa autonoma: «è improbabile un’accelerazione dell’attività economica che preceda quella dei suoi partner commerciali». Al momento, «sia il tasso di inflazione sia i costi unitari del lavoro stanno crescendo più in fretta della media dell’area euro, mentre gli esportatori italiani sembrano aver perduto competitività, e sicuramente hanno perduto quote di mercato».
Nonostante «l’ambizioso programma di riforme strutturali degli anni ‘90», l’Italia ha ancora da risolvere problemi assai gravi:

1) «benché la produttività del lavoro sia alta, nell’ultimo decennio la sua crescita è stata modesta; il problema non sta tanto nei salari quanto nell’efficienza delle imprese e del «sistema Paese»;
2) una quota troppo piccola della popolazione, nel confronto al resto d’Europa, ha un impiego, anche includendo (per stime) l’«economia sommersa»;
3) la spesa per ricerca e sviluppo è molto bassa;
4) il livello di istruzione della forza lavoro «benché in aumento è troppo basso per un Paese a questo livello di sviluppo»;
5) gli investimenti produttivi dall’estero continuano ad essere molto modesti.
Può il governo dare una spinta alla ripresa con la politica di bilancio? No, nell’analisi dell’Ocse: «il suo spazio di manovra è stato ristretto dagli sgravi fiscali, pur desiderabili in sé» che sono stati già attuati, mentre «per assicurare l’equilibrio di lungo termine della finanza pubblica occorreranno misure correttive». Occorre dunque tagliare le spese «in modo strutturale e permanente» intervenendo tra l’altro sul sistema previdenziale, combinando misure come il «
pro rata» (cambio parziale del calcolo della pensione per i lavoratori con più di 18 anni di anzianità che furono esentati dalla riforma Dini, che nella scorsa legislatura fu bloccato dalla Cisl di Sergio D’Antoni), come un «ulteriore graduale aumento dell’età minima di quiescenza», come «revisioni automatiche annuali del meccanismo di calcolo per assicurarne la neutralità attuariale».
Grave è secondo l’Ocse che il processo di privatizzazioni si sia interrotto: «dovrebbe essere ripreso con vigore». «Un passo indietro» nella liberalizzazione dei mercati è stato compiuto restituendo al governo l’autorità di approvare le tariffe elettriche, che sono «tra le più alte del mondo»: «dovrebbe essere annullato». Una legge sui fallimenti «superata», procedimenti giudiziari «lunghi e costosi» riducono la competitività delle imprese. Il sistema bancario guadagnerebbe dall’orientare le Fondazioni che ne possiedono gran parte a un comportamento più privatistico, «ma le più recenti proposte di riforma del governo vanno in direzione opposta».
Sullo sfondo, l’Italia mostra una composizione sociale gravemente distorta, con forti ineguaglianze di reddito (a livello più americano che europeo) soprattutto a danno del Mezzogiorno, delle donne e dei giovani, di contro a un relativo appiattimento dei livelli di stipendio, che non incita all’iniziativa e all’ascesa. In un sistema efficiente sarebbe piuttosto desiderabile il contrario. Contrariamente a quanto molti pensano, il nostro sistema previdenziale non è strumento di maggiore eguaglianza «ma potrebbe perfino avere un effetto leggermente regressivo». Secondo l’Ocse si dà molto ai pensionati, poco ai disoccupati.