L’Ocse: addio ripresa

28/04/2003



              25 aprile 2003

              RILANCIO SOLO NEL 2004.
              RIDOTTE ALL’1,9% LE STIME DI CRESCITA 2003
              L’Ocse: addio ripresa
              Le raccomandazioni: tagli di spesa durevoli e riduzione dei tassi Fra i rischi una frenata degli acquisti, nuovi crolli azionari e la Sars

              Dopo il Fondo monetario e la Commissione europea, anche l’Ocse prevede una crescita economica lenta nel 2003. Una vera e propria ripresa, ammonisce l’organizzazione dei Paesi più industrializzati, è rinviata al 2004, ma ne beneficeranno solo quei Paesi che avranno affrontato con decisione i problemi strutturali all’origine della crisi. All’Italia viene accreditato uno sviluppo dell’1% quest’anno e del 2,4% il prossimo. Ieri il ministero del Tesoro segnalava che le stime dell’Ocse «non sono molto distanti da quelle formulate dal governo» (1,1% nel 2003 e 2,3% nel 2004) mentre la Margherita denunciava «lo stato comatoso dell’economia italiana». Per il complesso dei Paesi industrializzati, l’Ocse ridimensiona all’1,9% la sua previsione di crescita per il 2003, rispetto al 2,2% del precedente rapporto semestrale (mentre per il 2004 è confermato il 3%). In realtà, il quadro è così incerto che non viene nemmeno scartata l’ipotesi di una ricaduta mondiale nella recessione. Le debolezze che potrebbero causare quest’evoluzione negativa sono tre:
              1) l’indebitamento delle famiglie per finanziare i consumi o l’acquisto di case, pur essendo di per sé positivo (in quanto sostiene il ciclo in una fase difficile), potrebbe rivelarsi insostenibile se i tassi di interesse ricominciassero a crescere, come ad esempio può accadere negli Usa, dove le casse pubbliche rischiano di trovarsi a corto di liquido dopo i tagli fiscali voluti da Bush; in quel caso la spinta dei consumi verrebbe meno.
              2) I mercati azionari potrebbero non essersi ancora stabilizzati: se le aspettative di una ripresa degli utili non si concretizzassero, ai crolli degli ultimi due anni potrebbe seguire non un recupero ma un nuovo crollo, riducendo ancora la capacità di spesa delle famiglie. Anche l’eventuale riduzione dei posti di lavoro in Europa, da parte di imprese che ristrutturano per recuperare margini, contrarrebbe la domanda aggregata.
              3) La diffusione globale della Sars potrebbe generalizzare quegli effetti distruttivi sull’economia che già l’epidemia di «polmonite atipica» ha prodotto in Asia Orientale. Come si vede c’è un misto di preoccupazioni strutturali e congiunturali, con l’accento posto sulle prime; quanto all’Iraq, si conta su una rapida stabilizzazione che fra l’altro ridurrebbe la bolletta petrolifera. L’Ocse segnala che il beneficio sarebbe più marcato per l’Europa, sommandosi il calo del prezzo del barile in dollari alla rivalutazione dell’euro sul dollaro. L’Ocse non dà pagelle agli Stati (se non altro perché non è un organismo indipendente, essendo espressione dei Paesi membri, di cui, ovviamente, non può criticare i governi) ma lascia trapelare fra le righe alcuni giudizi sui rispettivi meriti e demeriti. Degli Stati Uniti dice che la loro politica fiscale è riuscita a mitigare il ciclo economico negativo e che la politica monetaria della Federal Reserve è stata particolarmente incisiva e coraggiosa; dei Paesi dell’Unione monetaria europea dice che hanno fatto altrettanto nei limiti concessi dal patto di stabilità e che la Bce è fra le banche centrali il più probabile candidato a tagliare i tassi nel prossimo futuro. Ancora sul patto di stabilità europeo (che limita al 3% il deficit di bilancio e impone di avviarsi al pareggio) la necessità di essere diplomatici impone agli esperti dell’Ocse qualche contorsione verbale: «Laddove le condizioni di base siano sane, un peggioramento congiunturale dei bilanci dovrebbe essere accettato, in quanto una politica restrittiva pro-ciclica sarebbe controproducente. Tuttavia, in diversi Paesi la spesa pubblica sta crescendo al di là di quanto sarebbe consentito dal potenziale economico e richiede di essere riportata nei binari, soprattutto alla luce delle incipienti pressioni dovute all’invecchiamento della popolazione». La prima indicazione è che non bisogna essere troppo rigorosi, la seconda è che bisogna esserlo, e fra le due il margine di manovra è stretto. Anche per gli Usa c’è una velata critica allorché il rapporto segnala che per assicurare «la sostenibilità a lungo termine della politica fiscale» sarebbe necessario «un graduale rientro dall’attuale politica di stimolo». Comunque per l’America si prevede una ripresa più veloce, grazie alla sua economia più flessibile: +2,5% nel 2003 e +4% nel 2004, contro +1% e +2,4% per l’Eurozona (le stesse cifre dell’Italia).

              Per il Giappone si stima rispettivamente un +1% e +1,1%. Riguardo all’Italia, l’Ocse prende atto che il disavanzo 2002 è «leggermente migliorato» rispetto all’anno prima, nonostante il rallentamento della crescita, ma sottolinea che occorre tagliare in modo duraturo le spese, per compensare gli effetti transitori di alcuni interventi. L’«Economic Outlook» invoca una maggior liberalizzazione del mercato del lavoro e la moderazione salariale. Quanto ai prezzi, l’Ocse prevede (sempre in Italia) un’inflazione del 2,3% quest’anno
              e fra l’1,8 e l’1,9 per cento l’anno prossimo.

              Luigi Grassia