L’obiettivo di Maroni sulle pensioni

30/04/2003





 
   

              ECONOMIA
              mercoledì 30 Aprile 2003

               
              L’obiettivo di Maroni sulle pensioni
              Il ministro invita i sindacati a trattare. Ma se non ci sarà l’accordo, sarà sciopero generale
              P. A.
              Prove generali per il nuovo negoziato sulle pensioni che si aprirà la prossima settimana. Il ministro del welfare, Roberto Maroni, ha confermato l’appuntamento per il 6 maggio con i sindacati confederali e ha ribadito che un clima da ultimatum e di contrapposizioni non giova a nessuno. A proposito della delega previdenziale in discussione al senato, Maroni ha detto che «i tempi ci sono per una approvazione prima dell’inizio del semestre italiano». E ai giornalisti che gli chiedevano informazioni sullo stato delle trattative sulle pensioni, Maroni ha detto che «c’è una situazione aperta con i sindacati che speriamo venga superata perché non è utile a nessuno un clima di conflitto». Si tratta dunque di una ulteriore dimostrazione di una linea che Maroni avrebbe scelto nell’ultimo periodo. Proprio quando si parla di una possibile Maastricht europea previdenziale, ovvero di un intervento sulle pensioni gestito a livello europeo, il ministro del welfare preferisce parlare di gestione nazionale della politica previdenziale, cosa tra l’altro in linea proprio con gli equilibri giuridici e il rapporto tra i poteri dell’Unione e quelli dello stato nazionale. Respingere una Maastricht previdenziale diventa però anche una scelta politica, oltre che legislativa, perché significherebbe evitare un intervento di fondo sul sistema delle pensioni a partire dalle pensioni d’anzianità, pallino fisso del partito più interventista in questo campo. Maroni punta invece – forse in dissaccordo con lo stesso ministro Tremonti – a trovare un compromesso con i sindacati sulla delega previdenziale in modo che si possa lanciare la previdenza complementare dei fondi pensione.

              La linea di Maroni è alquanto ardita non solo perché si distingue (quali saranno i margini reali di manovra nella coalizione e con lo stesso Berlusconi?) da altre posizioni di maggioranza, ma anche perché deve mettere in conto una possibile rottura con i sinadacati confederali. Finora, infatti, Cgil, Cisl, Uil si mostrano unite nel rifiuto dei due punti cardine della delega: il trasferimento obbligatorio del tfr ai fondi pensione e il taglio dei contributi previdenziali per i neoassunti. Su questi punti e sul resto della delega è stato presentato un documento unitario, ma sono state elaborate e presentate anche proposte alternative, in particolare sulla fiscalizzazione degli oneri in cambio della rinuncia a un taglio dei contributi che determinerebbe – secondo i sindacati – un abbassamento progressivo delle pensioni future e uno sconquasso dell’Inps perché si ridurrebbero le entrate.

              Il quadro si chiarirà meglio la prossima settimana con l’incontro tra Maroni e i sindacati. La cosa più probabile, allo stato attuale delle cose, è che dall’incontro del 6 si avvii un processo che possa portare entro un mese a un accordo. E’ questa anche la sensazione che rimanda la battuta di Maroni sui tempi dell’approvazione della delega prima dell’inizio del semestre italiano di presidenza Ue. Ma se non ci sarà accordo con i sindacati, la scena potrebbe cambiare radicalmente. La Cgil non ha escluso il ricorso ad azioni di lotta molto forti sulle pensioni. E così la Cisl e la Uil non potranno che essere coerenti con le loro posizioni e con le richieste delle loro federazioni dei pensionati. In questa scena è previsto anche uno sciopero generale in autunno proprio sulle pensioni.

              Intanto il ministro Maroni ha deciso di condurre – quasi solitario – un’altra battaglia: quella per la «responsabilità sociale di impresa», tema che in Europa è conosciuto da tempo. La Corporate social responsability è contenuta nel Libro verde del 2001 e nella comunicazione della Commissione del 2002. Nel nostro paese è invece una materia pressoché sconosciuta e che finora ha trovato resistenza proprio da chi dovrebbe applicarla, le imprese.