Lo Statuto dei lavoratori ha 35 anni (B.Ugolini)

20/05/2005
    venerdì 20 maggio 2005

    pagina 15

    ANNIVERSARIO
    Una grande conquista del lavoro rimane ancora di attualità: la prossima sfida sarà quella di estenderla a chi, come i giovani precari di oggi, non hanno tutele
    Lo Statuto dei lavoratori ha 35 anni.
    Ma i diritti non sono per tutti

      di Bruno Ugolini

        Era il 20 maggio del 1970 e lo Statuto dei lavoratori diventava una legge suscitando polemiche acute tra i benpensanti. Oggi compie 35 anni. Eppure da quell’insieme di norme, all’epoca assai innovative, sembra trascorso un secolo. Sosteniamo questo riflettendo su come quel mondo del lavoro chiamato "fordista", culla dello Statuto, sia profondamente cambiato. E’ totalmente irriconoscibile per chi ha vissuto quelle vicende lontane. Siamo passati da un mondo del lavoro che pareva compatto ad un mondo del lavoro frammentato, diviso, individualizzato come dicono i sociologi, dentro le fabbriche e fuori dalle fabbriche. Un tale mutamento obbliga all’innovazione e non certo ad assecondare quanti a destra – ma qualche volta anche nel centrosinistra – sarebbero solo tentati dal gusto della rottamazione. Il governo di centrodestra ha cercato, come si sa, d’introdurre un primo cuneo, con l’attacco all’articolo diciotto, quello che impone il ritorno nel luogo di lavoro, di chi è stato licenziato senza un plausibile motivo. L’articolo 18 è rimasto. L’attacco è stato sbaragliato da una risposta massiccia. E’ bene ricordare che quel pacchetto di diritti del 1970 non nasce solo su tavoli di studiosi e d’uomini politici, come il ministro socialista al Lavoro Giacomo Brodolini (in un governo di centrosinistra), come i giuristi Gino Giugni e Giorgio Ghezzi (un fine e prezioso docente, recentemente scomparso). Quell’insieme di diritti erano stati imposti, prima di essere codificati, nelle lotte sindacali tumultuose della fine degli anni Sessanta. Nelle riunioni di massa che procedevano, fabbrica per fabbrica, alla nomina dei "delegati di gruppo omogeneo", i rappresentanti di base di una classe operaia allora coesa, nelle miriade d’accordi aziendali, e, infine, nel contratto dell’autunno caldo (fine 1969).

        Nell’entrata del sindacato in fabbrica, quando i dirigenti sindacali, con in testa Trentin, Carniti e Benvenuto erano letteralmente trascinati dagli operai all’interno dei capannoni. Era l’epoca in cui il manifesto delle tute blu Fiom, Fim e Uilm presentava una mano, un pugno con cinque dita ed erano le cinque rivendicazioni principali: dal diritto d’assemblea alla settimana di 40 ore. Un contratto storico che all’epoca i gruppi estremisti chiamarono "contratto bidone" e nessuno dei loro leader mai si è fatta una pur leggera autocritica. E’ quella realtà esplosiva e costruttiva che fece partorire lo Statuto. Una legge che rompeva con una tradizione fatta di divieti, imponeva una svolta nei rapporti sociali. Una legge che sollevò qualche discussione nello stesso Partito comunista: il suo gruppo parlamentare, non si dichiarò completamente soddisfatto e si astenne, essendo stati esclusi, nei vari dispositivi, i diritti di libertà nelle aziende, anche a favore delle forze politiche. Altri esponenti politici, a sinistra del Pci, considerarono addirittura quello Statuto uno Statuto "dei diritti dei sindacati" e non dei lavoratori. Oggi esso conserva grandi potenzialità, anche se spesso, temiamo, non sono sfruttate come si dovrebbe. Pensiamo alla conquista di un ruolo sindacale in fabbrica, sui temi allora centrali, oggi quasi dimenticati dell’organizzazione del lavoro. Magari esplodono all’improvviso, com’è successo alla Fiat di Melfi. Ma, certo, dopo 35 anni lo Statuto è invecchiato, perchè quella realtà "fordista" in cui è nato è profondamente mutata. Provate a chiedere ad un Co.Co.Co. o ad un lavoratore interinale o ad un lavoratore a progetto o ad un lavoratore degli appalti che cosa è lo Statuto. E’ probabile che non ne sappia nulla e che non lo viva come una sua personale carta costituzionale. E’ stato del resto uno dei padri di quella legge, Gino Giugni, a pronunciarsi per un’iniziativa capace di riempire lacune, aggiustamenti, innovazioni. E un altro insigne giurista Massimo D’Antona aveva saputo pervicacemente sostenere ipotesi di rinnovamento in questo campo.

        Parliamo di quel Massimo D’Antona di cui proprio in questi giorni si celebra l’assassinio ad opera delle Bierre. Due anniversari insieme. E proprio ieri la Cgil lo ha ricordato, con un seminario che prendeva l’avvio dagli ultimi lavori dello studioso. Sono i temi della rappresentanza sindacale, una questione spinosa, sempre rimasta irrisolta. Ora il sindacato di Guglielmo Epifani ipotizza (come ha spiegato la relazione del professor Piergiorgio Alleva) una proposta che potrebbe trovare ascolto anche nella Cisl (sempre restia ad affrontare l’argomento). E’ un’indicazione che ripercorre la strada percorsa unitariamente dai metalmeccanici e riprende proprio alcune idee di D’Antona. Un modo per non fare della celebrazione dello Statuto solo una nostalgica cerimonia.