Lo show di Caprotti: «Non vendo Esselunga»

24/09/2007
    sabato 22 settembre 2007

    Pagina 29 – Economia

    Personaggio
    La prima volta con la stampa del nemico delle Coop

      Lo show di Caprotti
      “Non vendo Esselunga
      e forse vado in Borsa”

        ARMANDO ZENI

          Quasi si offende. Ma come, dice, «un anno fa è stato eletto un presidente della Repubblica che ha la mia stessa età, ma nessuno gli chiede se morirà prima di Natale o prima di Pasqua». Poi sorride, Bernardo Caprotti, 82 anni tra quindici giorni, facendo capire che solo di battuta si tratta, svelando a sorpresa che ad alimentare l’attesa per un’imminente cessione della sua Esselunga e di un suo prossimo abbandono è stato proprio lui rivelando a un giornalista che «tutto era già stato fatto». Una bugia, ammette, per cercare di tener segreto il vero motivo della sua prima conferenza stampa – e pazienza se poi il segreto è finito anzi tempo sui giornali – e cioè la presentazione di “Falce e carrello”, atto d’accusa contro il sistema delle Coop che in ogni modo, insiste, cercano di tenere alla larga Esselunga dalle loro roccaforti. Che concorrenza c’è in Italia, chiede, «se a Livorno o a Genova o a Bologna io non posso andare?» e si risponde: «Non c’è concorrenza ma distorsione, tendenza al monopolio», rivelando d’aver detto queste cose anche al commissario europeo per la concorrenza Neelie Kroes che ha aperto un’inchiesta.

          Una bugia, quella di un suo prossimo ritiro, che aveva alimentato mille attese e rimesso in corsa, per l’acquisto di Esselunga, colossi come l’inglese Tesco, la spagnola El Corte Inglés, l’austriaca Rewe. Tutto campato in aria. Perchè di ritirarsi Caprotti giura di non aver alcuna intenzione anzi, anticipa, «spero di essere ancora qui tra un anno a parlarne». 81 anni di silenzio, alimentando il mito di personaggio schivo, carattere spigoloso, di imprenditore duro ma capace, maniaco della qualità e del particolare. E poi due ore, da showmen, davanti a cento giornalisti e cento telecamere parlando di tutto e di più. Negando l’evidenza: il cattivo carattere? Macchè. La prova nelle parole dell’amico Indro Montanelli che, rivela, gli diceva: «Tu non hai un cattivo carattere, hai carattere». Negando la sola idea di un ritiro che nemmeno passa per la testa di uno che, spiega, «è stato colpito dal bacillo del retail» e che mentre visitava tempo fa un suo supermercato in Brianza è riuscito persino a vendere asparagi peruviani a un pensionato che nemmeno sapeva cos’erano. «Questo lavoro lo puoi fare solo se lo ami», insiste lasciando intendere che chi vorrebbe comprare l’Esselunga senza essere contagiato dal «bacillo dell’asparago peruviano» è meglio che lasci perdere. Comunque, non c’è alcun progetto di cessione, anche se prima o poi il problema del futuro dovrà essere affrontato. «Ma perchè, allora, non quotarsi in Borsa?»: sia chiaro, anche questa solo un’ipotesi, frena subito («Non abbiamo fatto nessuno step»), ma è indubbio, dice chi sa, che a Caprotti piaccia molto l’idea di fare della sua Esselunga una public company con clienti, dipendenti e piccoli risparmiatori come soci. Se poi toccherà vendere, meglio mettere subito dei paletti: «L’azienda potrà anche passare di mano ma è molto difficile trovare un compratore di qualità», dice spiegando che «in Italia, forse al mondo, ci sono solo tre o quattro gruppi che potrebbero conservarne lo spirito e la qualità, gli altri sono dozzinali». Escluse per ovvi motivi le odiate Coop, l’elenco dei candidati depennati non è corto. Si comincia dal gigante Usa Wal-Mart, «discount straordinario del MidWest, ma con una clientela bassa: l’antitesi di Esselunga». Fuori uno. E si continua con il colosso inglese Tesco dove, rivela, «alle quattro di pomeriggio di una vigilia pasquale non c’era più un pezzo d’agnello»: inammissibile. Via un altro. Qualche esitazione in più su Rewe, proprietaria di Standa: «Stimo molto l’amministratore di Standa Francesco Rivolta», dice escludendo il gruppo austriaco dall’elenco dei «dozzinali». Resta il fatto, taglia corto, che per ora «non c’è alcuna ragione di vendere» e nessun motivo, da parte sua, di farsi da parte: «Mi diverto molto in azienda dove ci sono manager giovani e preparati». Però non c’è più suo figlio, gli viene contestato, quel figlio che due anni fa era ai vertici dell’azienda e che è stato rimosso da un giorno all’altro. Nessun imbarazzo da papà Caprotti nella risposta: «Non è stato messo fuori, è sempre in consiglio ma partecipa poco, è un ragazzo sensibile che ha risentito del fatto che siano stati allontanati i manager di cui si era circondato, una ghenga che voleva impadronirsi del potere». Duro, diretto, senza mezzi termini: non c’è figlio che tenga, prima l’azienda, poi la famiglia. Esselunga davanti a tutto, al sogno rimasto tale di fare l’architetto, ala voglia di sci («In questo mestiere si lavora anche di sabato e domenica»), all’idea di scrivere un libro non sulle Coop ma sulla cura del verde, lui che in vita sua «ha piantato 50mila alberi». E se poi qualcuno, di fronte ai suoi proclami, alla fermezza antisindacale, alle polemiche contro le Coop rosse, lo pensasse pronto al salto in politica, beh, qui la smentita davanti all’amico Tremonti (unico politico presente) è decisa: «In politica alla mia età? Ma via», giura prima di descriversi come «liberale», «ammiratore della «Thatcher», «calvinista» e rifiutando con decisione ogni etichetta con l’ultima battuta a effetto: «Come si fa a vivere in un paese dove le piste ciclabili sono di sinistra e l’alta velocità di destra?».