Lo sfogo del Cavaliere: Bruxelles ci lega le mani

11/11/2004


    giovedì 11 novembre 2004

    Il retroscena

    Lo sfogo del Cavaliere: Bruxelles ci lega le mani
    E Siniscalco disse: Silvio, non ci sono i soldi

    PAOLA DI CARO

    ROMA – «Ma che figura faccio a tornare sui miei passi? Come posso, dopo averlo ripetuto per mesi, dire agli italiani che le tasse non le taglio più? Io ci perdo la faccia, questa non è la mia linea». Il vertice era ormai entrato nel vivo, i volti dei presenti erano gravi, i silenzi pesanti quando Silvio Berlusconi si è lasciato andare, amareggiato, allo sfogo di un leader che gli stessi azzurri ieri consideravano «sconfitto, come mai prima d’ora», «indebolito», solo, soprattutto solo. Era successo, nella notte più lunga del Cavaliere, che tutte le voci che si erano levate a proporre soluzioni su come mandare in porto la riforma fiscale suonavano la stessa canzone, tranne una: quella di Silvio Berlusconi, appunto.

    Era stato chiaro il ministro Siniscalco, oggi obiettivo numero uno degli strali di Forza Italia: «Presidente, non ce li abbiamo ora i soldi per coprire i tagli all’Irpef e gli sgravi alle imprese, è un passaggio dolorosissimo, non sappiamo dove prenderlo il denaro. E sul tuo schema ci sono tutti contro: le categorie, la Confindustria, le banche, i mercati, soprattutto i mercati… E il Fondo monetario… Per non dire dei partiti della maggioranza: mi pare chiaro che l’accordo non c’è».

    Davanti a sè aveva un muro Berlusconi: «Mai visti Calderoli e Follini andare tanto d’accordo» commentava a notte un partecipante al vertice. Per non dire di Fini e, poi, De Michelis, Nucara, tutti, ma proprio tutti gli alleati facevano muro. Infine, ha parlato Gianni Letta. Uno a cui, nei momenti importanti, Berlusconi non dice di no: «Ascoltali, Silvio, dà loro retta – è stata quasi la preghiera -. Accetta questa linea, lo dico nel tuo interesse».

    C’è stato un ultimo, doloroso grido di impotenza del premier contro tutto e tutti, contro l’Europa e i vincoli e le strettoie, perché «insomma, qui non si può fare niente, non si può fare politica economica! E dire che vogliamo tagliare l’1% di Pil, che in sè non è niente, non basta certo a rimettere in moto l’economia, per quello ci vorrebbe il 7%, come hanno fatto in America! La verità è che abbiamo le mani legate, governare così è impossibile». Ma poi, alla fine, raccontano i presenti che il premier ha «ceduto di schianto», che è stato lui a proporre la soluzione secca: «Allora basta, se tutte e due le cose non si possono fare perché andremmo in deficit, tagliamo solo l’Irap e rimandiamo l’Irpef al 2006». Un capovolgimento così clamoroso delle carte che, sospettano gli alleati, «lo schema doveva averlo già pronto da prima: ha provato a far passare la sua tesi, ma, quando ha visto che nessuno lo sosteneva, ha scelto l’altra soluzione».

    Dal suo staff accreditano l’ipotesi: «Non ha "dovuto" rinunciare alla sua ipotesi preferita, ha "voluto" farlo. Ed è chiaro che certe cose non vengono fuori in un’ora: la prudenza, la cautela, i messaggi che arrivavano da molti ambienti e la necessità di salvaguardare la stabilità dell’esecutivo erano ben presenti nella sua testa» perché, andava ripetendo il premier nelle ultime ore prima del vertice, «è chiaro che, se sulle tasse non chiudiamo, questa tensione enorme che dilania la maggioranza continuerà e finiremo per perdere consensi proprio quando stiamo dando segni di ripresa. E poi dobbiamo stare attenti: Forza Italia non può passare come il partito che vuole solo tagliare le tasse ai ricchi».

    E però nessuno nega che il peso della sconfitta, oggi, lo porti tutto Berlusconi.
    Che ha scelto comunque, dicono da Palazzo Chigi, rivendicando una strategia mediatica, «l’unica strada che conosce: presentarsi agli italiani e spiegar loro chiaramente e sinceramente come stanno le cose, senza negare la realtà». Da «impolitico», come ama sentirsi e presentarsi, il premier ha deciso di mostrarsi in conferenza stampa «con il suo umore vero», di dire «le cose come stanno», dichiarandosi sconfitto, ma puntando il dito contro chi lo ha frenato: «Io faccio la guerra con i soldati che ho…». Perché, aveva avvertito i suoi prima di andare praticamente alla resa davanti alle telecamere, «se si aspettano che io sto lì ad arrampicarmi sugli specchi, come i politicanti da prima Repubblica, non mi conoscono per niente».