Lo sciopero, dal 18 ai tagli al welfare -1-

08/10/2002


            8 ottobre 2002

            PERCHE’ NO
            Lo sciopero, dal 18 ai tagli al welfare


            PAOLO ANDRUCCIOLI
            ROBERTO TESI


            Articolo 18, ma non solo: lo sciopero generale indetto dalla Cgil per il 18 ottobre parte da lontano (quando furono presentate le deleghe sul lavoro), ma si arricchisce ora quasi quotidianamente di nuovi contenuti, cioè di nuove ragioni di lotta visto che l’azione devastante della politica economica del governo non si blocca. Lo scontro sull’articolo 18 è stato (ed è) solo una tappa. Vale la pena ricordare che già con la presentazione nel settembre dello scorso anno della legge finanziaria (e dei collegati, in particolare quello che prevedeva la delega al governo per la riforma del mercato del lavoro) le intenzioni del governo erano estremamente chiare. E così, pochi mesi dopo l’approvazione della finanziaria 2002 è stata la volta del Patto per l’Italia (luglio 2002), poi è stata la volta delle scuola e più in generale del pubblico impiego. Dopodiché è stato presentato il Dpef e infine il 30 settembre il governo ha varato la finanziaria per il 2003. Una finanziaria che, sotto l’ombrello degli sgravi fiscali per i redditi medio bassi (un contentino a Uil e Cisl) sottrae risorse al Mezzogiorno, alla sanità, alla scuola e al wefare, visto il blocco dei trasferimenti agli enti locali. Come se non bastasse Berlusconi ha ricominciato a parlare della «necessità» della riforma della previdenza e in particolare delle pensioni d’anzianità. Il tutto in un contesto nel quale il governo seguita a privilegiare gli evasori fiscali (con un concordato che in parlamento si trasformerà in condono fiscale che sarà esteso anche al settore edilizio) e i «pirati della lira» (come li definiva il vecchio La Malfa) per i quali saranno riaperti i termini dello scudo fiscale, cioè la sanatoria per i capitali esportati clandestinamente all’estero, quasi sempre per evadere il fisco.

            Insomma, motivi per scioperare il 18 ce ne sono in abbondanza: c’è solo l’imbarazzo della scelta. Ma vediamo più da vicino le ragioni dello sciopero

            Articolo 18, diritto indisponibile

            La modifica (allo Statuto dei lavoratori) è stata sancita dal Patto per l’Italia. Per la Cgil è stato leso «un diritto che era indisponibile alla contrattazione». In pratica è stata aperta una falla nella diga dei diritti. In termini economici, come dimostrano le statistiche Istat sulla distribuzione delle imprese secondo la dimensione aziendale, non si evidenzia alcuna anomalia o «scalino» che indichi una distribuzione anomale di imprese attorno alla soglia dei 14 dipendenti. Lo scopo della Confindustria, però, era un altro: quello, appunto di «aprire una falla nella diga dei diritti». La modifica non riguarda solo le imprese con meno di 15 dipendenti che decidono di oltrepassare questa soglia con nuove assunzioni: l’articolo 18, infatti, non si applicherà in tutte le aziende di nuova formazione, qualunque sia il numero dei dipendenti. Di più: non ci sarà nessuna decadenza automatica della norma dopo tre anni. Tutte queste «novità» sono centenute nella delega 848bis (scorporata da quella originaria 848), che però ora risulta sospesa nel suo percorso parlamentare. Mentre cioè la parte generale sul mercato del lavoro privatizzato, gli enti bilaterali, le norme sul trasferimento d’azienda (delega 848) è stata varata dal senato e ora deve passare alla camera, la parte più calda (l’848bis appunto) sull’articolo 18 e i licenziamenti dovrebbe essere ripresentata subito dopo la finanziaria, almeno questo è stato l’annuncio del ministro Maroni.

            Contro la precarietà

            Mentre il governo siglava con Confindustria, Cil e Uil (e altri sindacati minori, Ugl in testa) il Patto per l’Italia, il parlamento in «piena autonomia» dava corpo alla delega (il disegno di legge è l’848) sul mercato del lavoro. Presupposto della legge è che in Italia non c’è sufficiente flessibilità del lavoro. In realtà, accanto al lavoro a tempo indeterminato esistono già almeno una trentina di forme contrattuali che precarizzano il lavoro. Ma la riforma del governo va oltre questa precarizzazione e introduce nuovi istituti contrattuali (staff leasing, lavoro a chiamata, lavoro a progetto) che rendono ancora più precario il lavoro, più forti le imprese e più debole il lavoratore. La legge contempla anche la normativa sul trasferimento di ramo di azienda: consente cioè la frantumazione delle imprese che, grazie a questo espediente, non dovranno più applicare l’articolo 18.

            La Cgil sottolinea che la legge «dà un totale via libera a operatori privati in tutti i servizi che riguardano il mercato del lavoro e rende impossibile la costruzione di un sistema integrato sul territorio». Di più: la legge approvata dal senato prevede la possibilità per gli enti bilaterali costituiti da sindacati e imprese di gestire i servizi del mercato del lavoro. E questo comporta «una posizione privilegiata per le parti sociali impegnate nella gestione». Di fatto l’adesione al sindacato non sarebbe più una libera scelta, un decisione libera e volontaria, ma c’è il rischio di precostituire un obbligo per trovare un lavoro.
            (1. continua)