Lo «schema Mirafiori» e le ragioni di una battaglia culturale

10/01/2011

Reggio Emilia – Non è la prima vlta che a Reggio Emilia le federazioni del Commercio proclamano uno sciopero in concomitanza della festività dell’Epifania. Nel 2007 lo sciopero venne proclamato perché la vecchia delibera comunale consentiva l’apertura in questa giornata se esse coincideva con un sabato.
Dopo più di un mese di lavoro praticamente ininterrotto per commessi della piccola e grande distribuzione, il riuscire ad offrire a questi lavoratori la possibilità di avere due giornate di riposo consecutive ci parve ragione sufficiente per indire una mobilitazione. Mobilitazione che ebbe grande successo tanto che le maggiori imprese della grande distribuzione cooperativa e privata pensarono bene di ritirare all’ultimo momento l’apertura. Successivamente, con l’allora assessore alla Città Storica di Reggio Mimmo Spadoni si giunse all’attuale delibera che escludeva l’Epifania dalle festività disponibili. Fu una vittoria di civiltà e un segno di grande sensibilità verso tantissimi lavoratori che troppo spesso non assurgono agli onori della cronaca. Il tema del lavoro domenicale e festivo è da sempre molto sentito fra gli operatori del settore. Ed è stato liquidato in questi giorni troppo sommariamente e con ragioni a volte davvero imbarazzanti. L’affermare che il lavoro festivo nel commercio sia gradito ai lavoratori e non piaccia a certo sindacalismo retrogrado è quanto di più assurdo si possa affermare. Sarebbe interessante sentire il parere di qualche cassiera part-time di qualche ipermercato a caso, e ci si accorgerebbe che il dover sacrificare la cura della propria famiglia, dei propri affetti, in giornate in cui tutti o quasi i lavoratori dei servizi non essenziali (il commercio fino a prova contraria non lo è) sono a casa, non è compensato da qualche maggiorazione salariale (laddove queste vengono garantite). Il punto è questo: non si può paragonare lo shopping, all’esigenza di trovare un pronto soccorso con medici e infermieri nelle giornate di festa, non si può ritenere l’avvio dei saldi come motivazione sufficiente a costringere al lavoro migliaia di persone in una giornata di festa. Lo sciopero di oggi è innanzitutto un segnale di dissenso a questa sottocultura del consumo che dilaga, è una battaglia appunto «culturale» contro un pericoloso disgregante sociale che le aperture selvagge stanno rappresentando. E oggi appaiono fuori luogo davvero le affermazioni di chi, come il consigliere comunale del Pdl Marco Eboli, lega il lavorare il giorno della Befana alla salvaguardia del posto di lavoro, lasciando intuire uno «schema Mirafiori» in tono minore, una sorta di sottile ricatto che lega il posto del lavoro ad accondiscendere a qualsiasi condizione di lavoro in qualsiasi giornata e a qualsiasi ora. Se non si va a lavorare l’epifania, Caro Monsignor Caprioli, rispettando il comandamento di «santificare le feste» si finisce in fila alla Caritas e quindi il problema diventerebbe automaticamente un «aggiungi un posto a tavola che c’è un povero in più». Molti comuni della nostra provincia, è giusto sottolinearlo, in questi anni hanno proceduto a delibere autonome, consultando di rado le Organizzazioni sindacali dei lavoratori, nonostante la legge regionale in materia stabilisca l’obbligo della consultazione preventiva, lamentandosi poi di eventuali momenti di conflittualità da parte del sindacato. L’invito dell’assessore al commercio del Comune capoluogo Natalia Maramotti, che pare andare in senso contrario a questa tendenza, a sedersi attorno ad un tavolo e ad aprire la discussione sul tema più generale della conciliazione tempi di vita e di lavoro, è un’apertura importante che immagino i sindacati territoriali responsabilmente non si lasceranno sfuggire. La Filcams Cgil nazionale in pieno tormentato rinnovo del contratto nazionale del Commercio ha inaugurato un’importante campagna nazionale «La festa non si vende» per riaprire la discussione sul tema coinvolgendo tutti gli interlocutori: imprese, enti locali, consumatori. Lo slogan racchiude un doppio significato: da un lato infatti è un dato che le vendite nelle giornate di festa siano spesso inferiori ai costi di gestione degli impianti, dall’altro le lavoratrici e i lavoratori non sono disposti a mettere «in saldo» il proprio tempo di vita che deve continuare ad essere dedicato al riposo e alla cura della famiglia. Creare una nuova cultura del consumo è l’obiettivo non certo miope e conservatore che il sindacato si propone.

Cristian Sesena Responsabile nazionale Filcams Cgil Progetti di Conciliazione tempi di vita e di lavoro