Lo scalone cadrà a colpi di quote

18/07/2007
    mercoledì 18 luglio 2007

      Pagina 2 – Primo Piano

        Retroscena
        La bozza segreta

          Lo scalone cadrà
          a colpi di quote

            ALESSANDRO BARBERA

              Lo schema è pronto, anche se nella maggioranza e fra i sindacati c’è ancora qualche mal di pancia. Età pensionabile a 58 anni dal primo gennaio 2008, «quota 96» dopo due anni e «quota 97» a partire dal 2012. L’unica soluzione possibile per superare lo «scalone» Maroni sembra essere questa. Fra i sindacati e Rifondazione che spingono per quota 95 e il Tesoro che preme per 98 dovrebbe prevalere l’ipotesi intermedia che, a partire dal 2010, permetterebbe di andare in pensione con 60 anni di età e 36 di contributi o 61 e 35. Rifondazione ha ottenuto una lista di esenzioni che coinvolgerà circa diecimila pensionandi l’anno. Per loro lo scalone è abolito e dal primo gennaio potranno andare in pensione con 57 anni e 35 di contributi. La lista dovrebbe restringersi a coloro che lavorano su tre turni nelle 24 ore, ai dipendenti impegnati nelle catene di montaggio e alcune singole categorie come i minatori. Rifondazione chiede un segnale anche per chi ha maturato 40 anni di contributi. In questo caso ci sono ancora due opzioni sul tavolo: o un incentivo per chi resta al lavoro, oppure la possibilità di lasciare il lavoro quattro volte l’anno e non due, come invece accadrà dal prossimo primo gennaio per tutti gli altri aspiranti pensionati. Non ci sarà invece – e questa è stata la ragione principale dell’ira di Emma Bonino – alcun aumento dell’età pensionabile per le donne. Oggi è ferma a 60 anni, l’aumento a 62 entro il 2014 avrebbe permesso di finanziare quasi completamente la revisione dello «scalone». Troppe le resistenze da parte della Cgil, Rifondazione, ma anche fra le donne dei Ds. Una fonte di governo, sconsolata, spiega: «Non c’è spazio per farlo. Sarà compito del prossimo governo di Winston Churchill».

              Per mettere a punto la mediazione, ieri il premier Romano Prodi si è visto più volte con il ministro dell’Economia Padoa-Schioppa e del Lavoro Cesare Damiano. Ha parlato al telefono più volte con i leader di Cgil, Cisl e Uil. Ha sentito i segretari della maggioranza, poi ha deciso che era ora di chiudere. La mossa di Emma Bonino lo avrebbe convinto una volta di più della necessità di trovare l’accordo, senza attendere – come speravano alcuni – un rinvio a settembre. Ogni giorno in più senza decidere – spiegavano ieri a Palazzo Chigi – è un problema in più per il governo. Oggi ci potrebbe essere ancora qualche ritocco, ma è quasi certo che la proposta approderà al Consiglio dei ministri di venerdì insieme alla proposta sugli incentivi per la contrattazione di secondo livello nelle imprese (prevede un aumento della decontribuzione da tre a cinque punti). Domani Prodi, al ritorno dal suo viaggio di Stato a Bratislava, dovrebbe formalizzare lo schema a Cgil, Cisl e Uil.

              Non tutte le pedine sono però ancora al posto giusto. C’è ancora da chiudere la trattativa sulla platea dei lavori usuranti e sulla revisione dei coefficienti di trasformazione. I sindacati, e in particolare il segretario della Uil Luigi Angeletti, spingono per allargare le esenzioni ad alcune categorie di pubblici. Ma il vero braccio di ferro è sulla revisione dei coefficienti di trasformazione, ovvero della percentuale sulla base della quale calcolare le pensioni future. Il governo insiste per varare da subito il taglio (circa il 6-8%) previsto dalla Legge Dini e mai attuato. I sindacati restano contrari perché – dicono – penalizzerebbe le pensioni dei più giovani; insistono per prendere tempo e chiedono una commissione che riveda i parametri di calcolo come l’andamento demografico e dei flussi migratori. In sostanza – forti del fatto che comincerebbero a produrre risparmi solo dal 2012-2014 – puntano ad un rinvio dell’entrata in vigore dei nuovi coefficienti di un paio d’anni. Il Tesoro spinge perché la revisione venga fatta subito. Un possibile compromesso potrebbe essere l’insediamento della commissione e un termine entro la fine dell’anno per chiudere lo studio. Su questo punto Padoa-Schioppa non molla: la rinuncia al taglio – dicono i tecnici del Tesoro – porterebbe pesanti aggravi per la spesa previdenziale nel medio periodo. Una delle condizioni essenziali perché Bruxelles non bocci tutto il piano del governo.