Lo «sboom» del nero. Studio Cgil

14/06/2004

lunedì 14 giugno 2004

Lo «sboom» del nero
Lavoro sommerso, le colpe di imprese e governo. Lo studio Cgil

ANTONIO SCIOTTO

Dai contadini del dopoguerra agli edili in nero del mitico boom anni `60, passando per gli irregolari della recessione Settanta-Ottanta fino agli invisibili di oggi, gli sfruttati della globalizzazione: spedizionieri, commessi, operatori dei call center, agenti finanziari e immobiliari. Non più impiegati solo in industria e agricoltura, ma diffusissimi soprattutto nel commercio e nel terziario, spesso travestiti da «atipici» pur essendo subordinati a tutti gli effetti. Il lavoro sommerso ha tantissime facce, ma non è un residuato del passato quanto piuttosto uno dei perni fondamentali dell’impresa italiana di oggi, che su esso si basa per sopravvivere a bassi costi e infima qualità. E se non si inverte la rotta – «missione» fallita dall’attuale governo – aumenterà a dismisura già nei prossimi anni. E’ questa, in sintesi, la tesi del libro Lavoro nero e qualità dello sviluppo, di Alessandro Genovesi, responsabile politiche attive del lavoro Cgil (edito da Ediesse, prefazione di Guglielmo Epifani). Innanzitutto i dati, ottenuti incrociando i rapporti di diversi istituti, dall’Istat all’Inps, dall’Inail allo Svimez e all’Oil. Le posizioni lavorative sommerse in Italia sono oggi 6 milioni 152 mila, in termini economici producono il 20% del Pil (percentuale che secondo le proiezioni può salire al 25-26% già nel 2005). Il 74% del valore è prodotto dal terziario. Nel totale sono compresi i lavoratori in nero, ovvero mai dichiarati, e i «grigi»: irregolari per diversi motivi, o dipendenti camuffati da atipici. Quattro i miliardi di euro evasi ogni anno al fisco (Irpeg e Irpef), 16 miliardi sottratti a Inps e Inail. «Solo per restare all’Inps – spiega Genovesi – ogni anno non viene versata una cifra pari all’1,5% del Pil: il che vuol dire che il famoso 0,7% che il governo vuole racimolare tagliando le pensioni, si potrebbe recuperare anche solo facendo emergere metà dell’evasione contributiva». E’ lo stesso governo, però, che proprio sull’emersione ha fatto flop: come spiega il libro, alla chiusura del 2003, con la fine degli effetti del provvedimento di emersione lanciato da Tremonti nei primi 100 giorni dell’esecutivo (legge 383), sono state totalizzate solo 1.029 domande di emersione e regolarizzati 3.854 lavoratori. Su 6 milioni di sommersi, è un vero successo.

Da un altro studio compiuto da Capitalia sui bilanci delle imprese negli anni `98-2000, si può vedere inoltre confutata la tesi (difesa negli ultimi anni da governo e Confindustria) secondo cui le aziende si immergono nel nero per l’alto costo del lavoro: «Nei tre anni – spiega Genovesi – si vede che la maggiore spesa sui fatturati è data dai consumi (tra il 55 e il 59%), il 19% è assorbito da logistica, burocrazia e infrastrutture e solo il 13% dal costo del lavoro. Dunque gli imprenditori scelgono il nero per risparmiare su diversi fattori, ed è vero poi che riescono a tirare di più e senza limiti sul costo del lavoro». E’ necessario dunque non solo investire su qualità e innovazione, ma anche ricondurre nelle regole milioni di persone attraverso la riunificazione dei cicli produttivi, frammentati da appalti, terziarizzazioni, precarietà. Basti pensare che mentre negli ultimi 6 anni le irregolarità riscontrate dai servizi ispettivi nel lavoro dipendente e autonomo sono cresciute di meno di un punto percentuale, dal `99 al 2003 c’è stato un boom degli irregolari nell’atipico (+6% apprendisti, +11% interinali, +8% partite Iva, +7% co.co.co., +13% associati in partecipazione).