Lo confesso, amo un hamburger, L’Espresso 12 ottobre 2000


L’Espresso 12 ottobre 2000



MCDONALD’S / I CLIENTI INSOSPETTABILI
Lo confesso, amo un hamburger

Bertinotti condanna i fast food all’americana. In compenso Folena li adora. Come Mughini, Bassolino, Mannheimer…

di Roberto Di Caro

Fortuna per Fausto Bertinotti che la lotta di classe non si fa a colpi di hamburger, o l’avrebbe già persa in partenza. Nomadi nella scelta del cibo e tutti belli globalizzati come siamo, il segretario di Rifondazione si ritrova infatti in un mondo di collaborazionisti.

Colpire McDonald’s è colpire un simbolo, dice a difesa degli "antagonisti" che a Praga ne assaltano uno contro la globalizzazione. Noi preferiamo le osterie, corregge dopo che gli danno del sobillatore. «Faccia un giro a Milano», gli suggerisce Renato Mannheimer, «ormai si chiamano osteria solo quei ristoranti carissimi dove possiamo andare lui, io e pochi altri. Quanto alle masse popolari, giovani e famiglie, le trova al McDonald’s: simbolo per loro del tutto positivo». D’accordo con l’equazione di Bertinotti, dice il mago dei sondaggi, c’è una fetta di opinione assolutamente minoritaria: giusto qualche intellettuale.

Ahilui, anche qui si annidano insospettabili rei confessi di intelligenza col nemico. Giampiero Mughini tesse un nostalgico peana del McDonald’s di piazza di Spagna, che nei primi anni Ottanta salvò dalla fame lui e l’intera redazione romana dell’"Europeo". Chiedi a Pietro Folena, numero due dei Ds e neocommissario per il nord Italia, e ti dice: «Per mia figlia di sei anni andare al McDonald’s, con me o con i suoi amichetti, è un po’ un rito, come la pizza. E poi fa la raccolta delle sorpresine». Senti Bruno Ceretto, dell’omonimo Barolo e del dotto premio a studiosi dell’alta cucina, e ti racconta che «nella mia carriera di giramondo più volte ho ringraziato il padreterno d’aver trovato aperto un McDonald’s in città disperate come Cleveland negli States o Millau nel sud della Francia»: quella in cui a smontare il simbolo dell’imperialismo si diede da fare José Bové, paladino del roquefort contro la civiltà dell’hamburger.

Siamo tutti slow food e fast food, biologici e artificiali, raffinati e frettolosi, spendaccioni e attenti al soldo, dipende dai momenti. E infatti alle prese coi Big Mac vedi fustigatori dei costumi come Beppe Severgnini, attori-registi col culto dell’olio d’oliva come Leonardo Pieraccioni, bellezze come Natasha Stefanenko sportivi che immagini a dieta controllata come Buffon, Cannavaro, Tacchinardi, più mezza canzone italiana da Masini a Bennato, da Britti a Pelù. I politici lo sanno. Antonio Bassolino, da sindaco di Napoli, non mancava alle inaugurazioni dei McDonald’s. E Paolo Costa, ieri ministro oggi doge, che ai McDonald’s in laguna ha imposto i filtri perché un po’ puzzavano, ne constata la funzione di servizio per quei ragazzi che saranno «i ricchi turisti di domani». Per amore o per soldi, al Big Mac non si comanda.

(12.10.2000)