ll sindacato gioca la partita multietnica

15/06/2004


        sezione: ITALIA – LAVORO
        data: 2004-06-15 – pag: 23
        autore: SERENA UCCELLO
        COME CAMBIA LA RAPPRESENTANZA
        Sono quasi 270mila i lavoratori extracomunitari iscritti alle organizzazioni confederali
        ll sindacato gioca la partita multietnica
        Edilizia e metalmeccanica i settori più coinvolti – Ancora esigua però la presenza nella contrattazione di temi legati agli immigrati
        MILANO • Il primo approccio è una richiesta di sostegno: per la casa, per ottenere un permesso di soggiorno, per un ricongiungimento familiare. Il passo successivo è "l’iscrizione", quindi l’integrazione. Il sindacato italiano cambia volto, ai tratti mediterranei dei lavoratori italiani affianca sempre più spesso quelli africani, orientali, asiatici, espressione di un mercato del lavoro multietnico.
        Un cambiamento della società che il sindacato respira appieno e che anzi asseconda: e così accade che a guidare la rappresentanza in fabbrica siano gli "ormai" ex-immigrati.
        A Pordenone, alla Elettrolux, è cronaca l’elezione, qualche mese fa, nella liste della Uilm di una operaia cinese. L’episodio non è isolato ma anzi indicativo di un fenomeno nuovo: la sindacalizzazione dei lavoratori extracomunitari.

        Gli iscritti al sindacato. Basta, infatti, scorrere i numeri degli iscritti ai tre sindacati confederali per scoprire che la Cgil di tessere tra i lavori extra comunitari ne conta 131mila, 105mila la Cisl, mentre la Uil (31.400 nel 2002) non ha ancora fatto un monitoraggio preciso «anche se — dice Carmelo Barbagallo della Uil — la presenza comincia a essere consistente».
        E così spiega uno studio dell’Ires sull’immigrazione e la contrattazione: «Ipotizzando ragionevolmente che i dati sulle iscrizioni riguardino in prevalenza lavoratori regolari, si rileva un tasso di sindacalizzazione davvero notevole: poco meno del 45 per cento.
        Restringendo il campo d’osservazione agli iscritti Cgil, al primo posto c’è l’Emilia Romagna (26 per cento d’iscritti), seguita a grande distanza da Campania, Marche, Friuli-Venezia Giulia, Piemonte e Lazio, che rappresentano, insieme, il 20 per cento del totale); il rimanente è distribuito in proporzioni diverse tra le restanti regioni».

        I settori. Quanto ai comparti nei quali è più diffusa la presenza di lavoratori extra-comunitari "sindacalizzati", edili e metalmeccanici, sempre secondo lo studio dell’Ires, totalizzano il 41 per cento delle adesioni, segue il comparto agroalimentare (14 per cento), commercio/servizi (12 per cento); il rimanente 33 per cento è distribuito tra gli altri settori. Certo in percentuale sul totale degli iscritti, il rapporto di forza è tutto ancora da una parte, dalla parte cioè dei lavoratori italiani, ma il dato significativo è un altro: la crescita, costante, di iscritti e soprattutto la partecipazione sempre più massiccia dei lavoratori extracomunitari alle attività del sindacato. Una partecipazione che vuol dire uscire dal perimetro dell’attività a sfondo sociale e di servizio che le confederazioni mettono in campo per i lavoratori extracomunitari, per diventare "rappresentanza" di tutti: non dunque solo di una fascia, minoritaria, come può essere quella dei lavoratori stranieri, ma di tutti i dipendenti. La sola Cgil ha infatti oltre un migliaio di delegati tra i lavoratori stranieri e 150 persone inserite in un ruolo dirigente nei diversi settori. «Questi dati — spiega Piero Soldini, responsabile politiche per l’immigrazione Cgil — rappresentano per la Cgil un promettente processo di contaminazione e d’integrazione multietnica.
        Tuttavia, occorre ancora un salto di qualità nel far assumere al tema una rilevanza primaria generale che riguarda tutto il gruppo dirigente e che dunque non è relegato agli addetti ai lavori». Cresce dunque il peso dei lavoratori stranieri sul mercato del lavoro italiano (791.396 secondo il rapporto Caritas 2003) e parallelamente cresce il processo d’integrazione multietnica all’interno del sindacato.
        Una trasformazione come dire «inevitabile» e che ricalca l’esperienza di altri Paesi, come la Germania e la Francia, con un’esperienza più antica in fatto di immigrazione.
        Tanto che oggi gli immigrati rappresentano un nuovo bacino di riferimento del sindacato. È infatti a questa nuovo platea che il sindacato offre i propri servizi «dal momento — dice Carmelo Barbagallo della Uil — che a questi lavoratori il sindacato dà quelle risposte che le altre istituzioni non sono in grado di dare». Ma non solo: «Proprio perché questi lavoratori, rispetto agli altri — dice Soldini — hanno più bisogno del sindacato, costituiscono anche una rivitalizzazione del sindacato: gli immigrati cioè in un momento di "disinnamoramento" rappresentano il rilancio del sindacato stesso».
        All’interno della Cisl l’integrazione passa attraverso il lavoro di un’associazione nazionale, Oltre le Frontiere (Anolf). «Per mezzo di questa associazione — spiega Omar Ciucci della Cisl — gli immigrati sono protagonisti, ricevono assistenza, vengono orientati per la formazione professionale. Tanto che, dopo il Marocco, stiamo aprendo una sede di Anolf anche in Senegal». La contrattazione. Ma se crescono gli iscritti resta invece esigua «la presenza nei contratti nazionali di categoria di materie connesse con la specifica condizione dei lavoratori stranieri»: trenta su un totale di 350 contratti esaminati nel rapporto Ires.
        Negativo il dato della contrattazione aziendale. Su 850 accordi contenuti nell’archivio Cnel e relativi a 640 imprese, solo 8 trattano materie inerenti alla condizione lavorativa o sociale dei lavoratori immigrati. Non va meglio per la contrattazione territoriale di secondo livello: su 200 accordi territoriali in vigore, solo 16 affrontano questioni relative al lavoro degli immigrati. Nella contrattazione nazionale, a essere maggiormente trattati sono i temi della formazione (professionale e linguistica), delle ferie (possibilità di periodi più estesi e di accorpare permessi per rientrare nei paesi d’origine) e il monitoraggio dei problemi e delle dinamiche del lavoro degli immigrati.
        Nella contrattazione aziendale, i capitoli largamente maggioritari riguardano le ferie, mentre nella negoziazione territoriale torna al primo posto la formazione.