L’Italia si scopre pessimista: la povertà fa paura

02/02/2004


31 Gennaio 2004
Rapporto Eurispes 2004

DUE MILIONI E MEZZO DI FAMIGLIE AI MARGINI DELL’INDIGENZA
L’Italia si scopre pessimista: la povertà fa paura
Sei persone su dieci non riescono più a risparmiare, scompare il «ceto medio»

Raffaello Masci

ROMA
Due milioni e mezzo di famiglie sono povere e altrettante lo stanno diventando. L’inflazione reale è aumentata negli ultimi due anni del 16,1 per cento (con buona pace dell’Istat che rileva un timido 5,5). Il potere di acquisto dei salari è diminuito in media del 15 per cento con punte (è il caso degli impiegati) che sfiorano il 20 (19,7 per l’esattezza). Quasi il 60 per cento degli italiani non riuscirà a risparmiare alcunché quest’anno (contro il 37,5 dello scorso anno). Il lavoro nero dilaga e riguarda ormai quasi sei milioni di italiani. Il costo della vita – per valutazione pressoché unanime (96,7 per cento) – è il grande dramma dell’Italia del 2004.
I dati sono contenuti nel «Rapporto Italia 2004» realizzato da Eurispes e presentato ieri mattina a Roma, dal suo presidente, il sociologo Gian Maria Fara. L’Italia che ne viene fuori è quella in cui il benessere degli anni passati si sta rapidamente sfaldando e la deriva delle ristrettezze economiche (se non dell’esplicita indigenza) guadagna terreno costantemente.
«Lo spettro della povertà – si legge nel Rapporto – si allarga sino ad occupare territori che solo fino a un anno fa erano sconosciuti: i ceti medi sono costretti, per la prima volta dopo decenni, a difendersi dal pericolo di una incalzante proletarizzazione».
«la società italiana – ha detto Gian Maria Fara – è divisa in tre terzi: un terzo di supergarantiti che si possono permettere di comprare prodotti di lusso, un terzo di poveri costretti a rivedere le proprio abitudini di consumo, e un terzo, identificabile con il ceto medio, che fa ormai i conti con la calcolatrice».
Se povere – secondo altre rilevazioni statistiche – erano circa 2,5 milioni di famiglie, Eurispes sottolinea come oggi almeno altrettante (2,4 milioni) si trovano a un passo da questa condizione. La causa è senz’altro nelle dinamiche inflattive che gli italiani hanno percepito ben più di quanto l’Istat non abbia rilevato ma – precisa Eurispes – la colpa di questo fenomeno non è ascrivibile all’Euro, quanto alla mancanza di controlli da parte del governo nel momento del passaggio alla nuova moneta. L’esecutivo, in definitiva, avrebbe fatto il pesce in barile – «ha pagato una cambiale ai commercianti» ha detto Fara – allentando i controlli sui prezzi, ma questa «cambiale» si sarebbe poi ritorta contro i commercianti medesimi, producendo un calo dei consumi e un ripiegamento verso quelli di minore qualità.
L’esecutivo si trova più volte sul banco degli imputati, nell’arco delle 1.400 pagine del Rapporto. Tant’è che sull’Istituto di ricerca sono piovuti ieri gli strali di molti esponenti della maggioranza e il professor Fara si è ritrovato nel novero dei «comunisti» suo malgrado. A poco gli sono valse le spiegazioni e l’aver ricordato che anche ai tempi della precedente maggioranza gli venivano mosse le medesime accuse di «antigovernativo».
L’Italia «formichina» risparmiosa – dice ancora il Rapporto – ha ormai smesso questo habitus: se lo scorso anno (già stagione di vacche magre) solo il 6,5% degli italiani era sicuro di poter risparmiare qualcosa, questa certezza quest’anno si è ridotta al 5,5%, mentre il 56,4% sa bene che non potrà mettere via alcunché e il 19,2% dovrà addirittura utilizzare i risparmi accumulati per far fronte alla bisogna. Alla domanda «da che cosa si sente più minacciato», gli italiani potevano rispondere in 8 modi diversi (terrorismo, disoccupazione, calamità naturali eccetera), ma al primo posto della lista (24,6 per cento) hanno messo «il costo della vita». E le prospettive non sono buone: il 44,25 per cento percepisce la situazione attuale come «in netto peggioramento».
Per far quadrare i conti – dice Eurispes – molti italiani ricorrono al lavoro nero che riguarda 5,6 milioni di cittadini, quasi un quinto della popolazione attiva, e produce il 27 per cento del Pil (con una evasione fiscale stimata in 130 miliardi di euro). Il fenomeno coinvolge giovani in cerca di prima occupazione, cassintegrati, lavoratori in mobilità, immigrati clandestini (sarebbero ancora 800 mila secondo il Rapporto), casalinghe. La «flessibilità» ha prodotto, per intanto, solo precarizzazione.