L’Italia si ferma contro la riforma della previdenza

24/10/2003


24 Ottobre 2003

I LAVORATORI PROTESTANO, CONFINDUSTRIA APPOGGIA LE NUOVE NORME
L’Italia si ferma contro la riforma della previdenza
I sindacati al governo: prima azzerate tutto e poi si può tornare a discutere
Roberto Ippolito
ROMA
A ironizzare per primo è Roberto Maroni. Il ministro del lavoro e delle politiche sociali definisce lo sciopero di oggi contro la riforma delle pensioni «generale… anche se part-time, di quattro ore soltanto».
Subito dopo ironizza Savino Pezzotta. Il segretario della Cisl dice a proposito dello sciopero: «Se ne vogliono uno a tempo pieno, non abbiamo problemi». E aggiunge: «Ironia per ironia dico che lo preparemo. Se il ministro sente questa esigenza, perchè non soddisfarlo?».
Le battute, dunque, non nascondono la tensione nei rapporti fra il governo e le organizzazioni dei lavoratori. L’Italia si ferma, per decisione della Cgil, della Cisl e della Uil, e le posizioni non potrebbero essere più divaricate. Tanto che la segretaria confederale della Cgil Morena Piccinini è categorica: «Il governo ritiri la riforma delle pensioni così da poter affrontare temi che già abbiamo cercato di affrontare prima che agisse di testa sua».
Pezzotta puntualizza al governo che non c’è alcuno spazio per trattare oggi: «Azzerate tutto e noi siamo pronti a sederci al tavolo per esaminare i conti della previdenza e vedere quali interventi sarebbero necessari dal 2005 in poi». E il leader della Uil Luigi Angeletti è convinto che il governo «sbaglia di grosso» attendendo un significativo risparmio dalla riforma previdenziale.
Riforma che in realtà verrà formalmente presentata soltanto dopo lo sciopero. E’ lo stesso Maroni ad annunciare per la prossima settimana, probabilmente lunedì, l’emendamento con le misure decise dal consiglio dei ministri al disegno di legge delega sulla previdenza all’esame del parlamento da un anno.
Dando scarsa importanza allo sciopero contro la riforma Maroni, impegnato a Rabat, sostiene che la giornata di oggi, 24 ottobre, «sarà una giornata storica perché entra in vigore la riforma Biagi», le nuove regole del mercato del lavoro, e «tutto il resto è cronaca».
Ma l’irritazione sindacale per le vicende degli ultimi tempi è forte. Spiega Pezzotta, ritenendo solo una «furbizia» le offerte di dialogo di Maroni: «Stavamo parlando di legge delega sulle pensioni da cinque mesi ed erano previsti solo gli incentivi e la decontribuzione, sulla quale tra l’altro non siamo mai stati d’accordo. Avevamo avanzato le nostre controproposte e invece che succede? Tutto a un tratto s’inventano questo intervento pasticciatissimo e vanno direttamente in casa degli italiani a dire che occorre approvarla subito».
In base a un sondaggio effettuato da Ricerca-demoskopea l’opinione pubblica è schierata con il sindacato: sei italiani su dieci (il 58,5%) sono contrari alla riforma delle pensioni. Il no delle donne è lievemente superiore a quello degli uomini.
Il governo, invece, trova il conforto della sua maggioranza di centrodestra. Oggi, in coincidenza con lo sciopero, un gruppo di deputati e senatori della Casa delle libertà dà vita al comitato parlamentare per la riforma previdenziale. E giudica l’astensione dal lavoro un «atto preminentemente politico» e «un’azione demagogica priva di reali ragioni sociali».
Il presidente della Confindustria Antonio D’Amato dichiara poi che «fatto lo sciopero va subito recuperata quell’attenzione riformista che aveva caratterizzato le relazioni tra le parti sociali fino a qualche settimana fa». D’Amato considera lo sciopero solo una «ritualità conflittuale» e ritiene necessario «tornare al confronto».
Per il numero uno della Confindustria è positivo l’intervento del presidente del consiglio Silvio Berlusconi «in tv a reti unificate che appare come un segnale di cambiamento di rotta verso un rinnovato impegno per fare questa riforma».
Anche il viceministro dell’economia Mario Baldassarri afferma che un «minuto dopo» lo sciopero bisogna sedersi «a un tavolo» per ragionare «attorno ai paletti posti dal governo, con un’apertura su tempi e metodi e fermezza sugli obiettivi della riforma strutturale».
Angeletti fa sapere che dopo lo sciopero i sindacati presenteranno una loro proposta con l’obiettivo di completare la riforma Dini e rendere «progressivamente omogenei i contributi versati dai lavoratori dipendenti». Ma negoziare sulle decisioni già prese dal governo no: «Noi trattiamo se il governo cancella l’emendamento» avverte il segretario aggiunto della Uil Adriano Musi.
Dall’opposizione di centrosinistra arrivano poi segnali di attenzione per i sindacati: alle manifestazioni di oggi partecipano anche i leader della Margherita e dei ds, Francesco Rutelli e Piero Fassino.