L’Italia poco competitiva per colpa del caro-servizi

10/12/2004

    venerdì 10 dicembre 2004

      ELABORAZIONI LA VOCE.INFO: SCARSI EFFETTI DALL’APERTURA DEI MERCATI
      L’Italia poco competitiva
      per colpa del caro-servizi
      In otto anni prestazioni finanziarie +70% e assicurazioni +110%
      Enel, Eni e Telecom restano quasi monopolisti per luce, gas e Tlc

        Luigi Grassia

        Se vi ricordate il periodo del passaggio fra la lira e l’euro (e come dimenticarlo) forse vi ricorderete pure che a dare il via alla corsa dei prezzi che si inseguivano e si superavano l’uno con l’altro furono proprio coloro che (invece) avrebbero dovuto dare il buon esempio di temperanza, cioè gli amministratori delle società dei servizi pubblici, dal trasporto locale alle tasse alle utility domestiche, tutti scatenati all’arrotondamento selvaggio. Solo un episodio, un momento infausto di storia? Non sembrerebbe. Secondo una serie di studi elaborati da «lavoce.info» aggregando dati del Ref, di Eurostat e dell’Ocse, il sovrapprezzo dei servizi, inclusi quelli finanziari, le banche, le assicurazioni, è stato l’handicap costante dell’Italia in questi ultimi anni rispetto ai Paesi europei nostri concorrenti sui mercati.

        Per i servizi finanziari, ad esempio, fatto pari a 100 il costo per i clienti nel 1996, otto anni dopo si paga 115 in Germania, 130 in Francia e ben 170 in Italia. Nelle assicurazioni la Francia è arrivata a 110, la Germania a 115 e l’Italia addirittura a 210. Fa parzialmente eccezione, in questa corsa ai rincari in regime di liberalizzazione, la telefonia, i cui costi per la clientela italiana sono calati (tra fisso e mobile) di un approssimativo 10% fra il 1996 e il 2004, in misura comunque deludente rispetto alle aspettative e al resto d’Europa.

        La liberalizzazione all’italiana nei servizi pubblici spesso non è una vera liberalizzazione come si intende in altri Paesi, ma solo un maggiore «orientamento al mercato» degli operatori esistenti. Per farla semplice, significa che le aziende municipalizzate attive in un certo settore si trasformano in Spa e poi vengono in tutto o in parte privatizzate, creando però non un mercato libero ma un monopolio (appunto) privato; per esempio nel settore idrico quasi in ogni provincia si sta arrivando ad avere un unico fornitore di tutti i servizi connessi: acquedotto, fognatura e depurazione, a prezzi che invece di scendere aumentano. Questo perché i sussidi pubblici non arrivano più, e allora in nome dell’orientamento al mercato le tariffe esplodono (+33%) fra il ‘97 e il 2003.

        Nell’elettricità e nel gas la concorrenza resta poca a causa del peso preponderante dell’Enel e dell’Eni mentre a livello locale, o regionale o macroregionale, tendono a crearsi dei mini monopolisti, in genere di natura mista pubblico-privata; né si possono biasimare queste imprese se tendono a introitare il massimo anziché a svolgere il vecchio servizio pubblico, perché hanno degli azionisti a cui rendere conto. Detto questo, altrove le liberalizzazioni sono state fatte meglio.

        Gli ex monopolisti italiani hanno un’altra giustificazione plausibile per continuare a lucrare la loro rendita di posizione, cioè la necessità di offrire il cosiddetto «servizio universale» – la fornitura del servizio anche ai territori e alle fasce di mercato non remunerative. In nome di questa esigenza, per esempio, l’Authority ha riconosciuto a Telecom un graduale ma forte aumento del canone mensile per la telefonia fissa, dai 10,10 euro al mese nel 1998 ai 14,57 del 2004. Oggi il canone è pari al 40% delle spese medie di una famiglia per la telefonia fissa e dal 2003 la Telecom guadagna più con il canone che con il traffico dal fisso. Questo aumento si è mangiato buona parte dei decrementi di prezzo che ci sono stati nelle tariffe al minuto, soprattutto a opera dei nuovi operatori (su queste tariffe al minuto Telecom ha potuto operare di meno perché se lo avesse fatto avrebbe facilmente strangolato la concorrenza e allora il Garante glielo ha impedito).

        La telefonia mobile è l’unico settore in cui si è creato un vero mercato libero; il risultato si vede nell’andamento del ricavo medio per abbonato delle compagnie del settore: da 56,04 euro nel ‘96 a 27,29 nel 2000. Da allora però c’è stato un rialzo di questa voce, forse dovuto all’offerta di nuovi servizi multimediali ma anche a colpi di mano come l’inopinato aumento del prezzo del Sms a 15 cent.

          Ieri Paolo Landi (Adiconsum) chiedeva un incontro urgente con l’Autorità delle comunicazioni per protestare contro «la contestualità fra il lancio dell’Opa e la richiesta di aumento delle tariffe fisso-mobile, che lascia pensare si voglia far pagare la fusione Telecom-Tim ai consumatori». Per la precisione non si tratta di un aumento secco ma di una rimudulazione, tale però da comportare rincari del 30% per chiamare i cellulari in ora di punta.