L’Italia perde la gara della competitività

13/11/2002

            13 novembre 2002

            Roma cade al 39esimo posto nella classifica del World Economic Forum – Nelle prime posizioni Stati Uniti, Finlandia e Taiwan
            L’Italia perde la gara della competitività
            I nostri punti deboli: scarsa flessibilità del lavoro, tasse sulle imprese, innovazione tecnologica in ritardo, conti pubblici, criminalità

            GINEVRA. Italia in caduta libera
            sulla competitività. Nella classifica
            stilata dal «World economic forum»,
            l’organismo non profit organizzatore
            del Forum di Davos, il nostro Paese
            è scivolato dal 26esimo posto dello
            scorso anno alla 39esima posizione
            del 2002. Terreno perso soprattutto
            a causa della scarsa flessibilità nel
            mondo del lavoro, del peso delle
            tasse sulle attività produttive, ma
            anche della criminalità e del cattivo
            andamento dei conti pubblici.
            La classifica. Primi nell’inchiesta
            svolta fra 4.700 dirigenti d’impresa
            in 80 Paesi in tutto il mondo, sono
            risultati gli Stati Uniti, che hanno
            riconquistato la vetta ceduta nel 2001
            a un Paese europeo, la Finlandia,
            scivolata al secondo posto.
            A contribuire alla rimonta americana
            hanno contribuito i risultati raggiunti
            nei settori tecnologici.
            Seguono Taiwan, Singapore,
            Svezia, Svizzera e Australia.
            L’Estonia, che si aggiudica il
            26esimo posto, si conferma il primo
            tra i Paesi candidati a entrare
            nell’Unione europea. Riguardo le
            economie emergenti, il rapporto
            sottolinea i «sostanziali progressi»
            compiuti da Cina e India, rispettivamente
            al 33esimo e al 48esimo posto nella
            classifica. Se la prima guadagna terreno
            sul fronte delle istituzioni pubbliche, la
            seconda trae giovamento dal fronte
            tecnologico e macroeconomico.
            Tra le nazioni che hanno realizzato
            i più sensibili miglioramenti figurano
            Giappone (che, nonostante il
            deterioramento dell’ambiente macro-
            economico, migliora nell’innovazione)
            Israele (con un sorprendente balzo in
            avanti della performance tecnologica),
            Cile e Lituania.
            L’Europa. C’è un’ampia divergenza
            nei risultati raggiunti dai principali Paesi
            europei. Svezia e Svizzera avanzano
            alla quarta e quinta posizione rispetto
            al nono e al 15esimo posto del 2001.
            Perdono terreno l’Italia (39esima
            a livello mondiale e 19esima in Europa)
            e la Francia (che passa dal 20esimo al
            30esimo posto nella classifica generale),
            mentre la Germania guadagna tre
            posizioni dalla 17esima alla 14esima.
            I Paesi in crisi. Argentina e Turchia,
            vessate da pesanti crisi economiche e
            finanziarie, occupano gli ultimi posti
            della graduatoria del World economic
            forum. Le prospettive per entrambi i
            Paesi non sono incoraggianti perché, si
            legge nel rapporto, la caduta non è
            dovuta solo a un pessimo ambiente
            macroeconomico, ma anche a un
            deterioramento delle istituzioni
            pubbliche.
            Le prospettive di crescita. Due
            sono gli indici su cui si basa la
            classifica della competitività.
            Il primo indicatore rappresenta una
            stima delle prospettive di crescita del
            Paese nei prossimi cinque-otto anni.
            È questa la parte in cui si registra un netto
            peggioramento della performance
            dell’Italia, che scende a metà classifica,
            superata da Trinidad e Tobago, da Tunisia,
            Mauritius e Lituania, precedendo
            di poco il Botswana. Tra i maggiori
            svantaggi competitivi di cui risente
            l’Italia il rapporto segnala la spesa
            governativa (70esimo posto), il tasso
            nazionale di risparmio, il deficit pubblico,
            l’inflazione, il livello di innovazione delle
            aziende (54esimo posto) e il crimine
            organizzato (65esima posizione).
            Sul fronte dei vantaggi competitivi,
            l’Italia occupa il terzo posto per la
            diffusione di cellulari, mentre in campo
            macroeconomico sono positivi il tasso
            di cambio e l’accesso al credito.
            «Sono risultati — spiega Paola
            Dubini, docente senior dell’area
            Strategia della Sda Bocconi di Milano
            (Università che ha raccolto i
            dati italiani per conto del World
            economic forum) — che ovviamente
            risentono del campione utilizzato,
            vale a dire aziende di grandi
            dimensioni e filiali di multinazionali
            operanti in Italia». Escluse,
            quindi dalla ricerca le piccole e
            medie aziende, il tessuto del sistema
            industriale italiano.
            L’ambiente economico. Il secondo
            indicatore utilizzato dal rapporto del
            World Economic Forum misura invece
            l’insieme delle istituzioni, delle strutture
            di mercato e delle politiche economiche
            che sostengono gli attuali livelli di
            prosperità. L’Italia, in questo caso, cede
            solo una posizione rispetto allo scorso
            anno, sostenuta da un brillante primo
            posto per lo sviluppo dei distretti
            industriali, dal terzo posto per la
            disponibilità a livello locale di parti e
            componenti e di know-how di processo
            e dall’ottavo per la penetrazione
            sui mercati internazionali.
            Assai più corposa è la lista degli
            svantaggi, tra cui figurano il 72esimo
            posto per la collaborazione tra dipendenti
            e datore di lavoro, il 42esimo per la
            spesa in ricerca e sviluppo, il 47esimo
            per l’efficienza del contesto legale.
            Ma pesano anche la disoccupazione, il
            tasso di investimenti, il sistema
            fiscale, la normativa per le pratiche di
            assunzione e licenziamento e la flessibilità
            nella determinazione dei salari.
            «Ma — conclude Dubini — i punteggi
            particolarmente negativi sui temi del
            lavoro riflettono il periodo di raccolta
            dei dati, quando la flessibilità era diventato
            un tema rovente nel mondo politico».
            BARBARA PEZZOTTI