L’Italia non supera l’esame dell’Istat

19/05/2004

19 Maggio 2004


IL RAPPORTO ANNUALE
L’Italia non supera l’esame dell’Istat
Stipendi e investimenti sono in calo, aumenta il divario tra le regioni
Le imprese spendono poco in ricerca e non aggiornano la tecnologia
Le esportazioni diminuiscono, «ma l’anno prossimo il dato sarà attivo»

Stefano Lepri

ROMA
E’ in declino l’Italia? Nel rapporto annuale dell’Istat, che ormai ha l’ambizione di non limitarsi a sfornare numeri, ma di intepretarli e approfondire le ricerche in alcune direzioni, la parola non compare mai in senso riassuntivo, storico. Tuttavia dalle cifre emerge una perdita di posizioni dell’Italia anche rispetto al poco dinamico continente in cui si trova: nelle buste-paga come negli investimenti. E’ una crisi che si accentra nelle sue imprese; è tutto il modello italiano che non sembra più adeguato alla nuova epoca di globalizzazione commerciale e finanziaria.
Per non essere accusato di eccessivo pessimismo, il presidente dell’Istat, Luigi Biggeri, ha voluto mettere in chiaro che il 2004 può anche portare notizie meno brutte, perché le esportazioni, in coincidenza con la ripresa mondiale, stanno tornando a crescere. Se dovesse continuare così, «con un +0,4% a trimestre, basta fare la moltiplicazione e si arriva a un +1,5%, +1,6%». Se invece ci si fermasse, sarebbe comunque acquisito come crescita del prodotto lordo nell’anno un +0,6% (al momento, gli osservatori congiunturali specializzati prevedono attorno all’1%).
Ma in prospettiva, sempre secondo Biggeri, i dati ritraggono un Paese che «si limita a tenere il minimo». Non solo si esporta meno, ma i prodotti italiani diventano sempre meno competitivi all’interno. Dopo anni di moderazione salariale e interventi di liberalizzazione di mercato del lavoro, non è certo da questo lato che vengono i problemi. Nel biennio 2002- 2003 si registra «una perdita di potere d’acquisto delle retribuzioni lorde in alcuni settori (agricoltura, costruzioni, servizi privati) e nell’insieme del settore privato». E «l’ampliamento della flessibilità del mercato del lavoro, in un periodo di inflazione superiore alla media degli altri Paesi dell’unione e con una crescita inferiore delle retribuzioni, fa aumentare le incertezze sul futuro e il clima di sfiducia».
Non c’è stato spazio per accrescere i salari anche perché non è aumentata la produttività. Di chi è la colpa? Il rapporto Istat, come già altri studi, individua il punto debole in quello che gli economisti chiamano «produttività totale dei fattori», ovvero «un insieme vasto di fenomeni non direttamente misurabili» come «innovazioni nel processo produttivo, miglioramenti nell’organizzazione del lavoro e nelle tecniche manageriali, miglioramenti nell’esperienza e nel livello di istruzione raggiunto dalla forza-lavoro, miglioramento della qualità dei beni capitali utilizzati». Insomma l’efficienza dell’impresa sia nei suoi aspetti interni che in quelli esterni, di sistema-Paese.
I dati Istat, raccolti su un campione di circa 30 mila imprese, segnalano tra l’altro un rallentamento dell’innovazione tecnologica «grande», di prodotto o di processo, già di per sé frenata dalla troppo piccola dimensione media delle imprese italiane. Non sarà per caso che non si usano ancora abbastanza computer? No, qui l’Istat tranquillizza, se non altro non siamo indietro rispetto al resto d’Europa. La diffusione delle tecnologie informatiche «tende a stabilizzarsi sui livelli già raggiunti dagli altri principali Paesi dell’Unione europea a Quindici, anche se permangono alcuni ritardi nelle microimprese». Casomai il problema è di non saperli usare appieno, i computer: pesa «la generale riluttanza» a ripensare i processi produttivi attorno a essi.
E’ già noto che le imprese italiane spendono poco in ricerca e sviluppo, problema comune in Europa con Spagna, Grecia e Portogallo. L’Istat aggiunge una notazione ancora più preoccupante, perché in questi altri tre Paesi le variazioni sono in crescita (ci stanno raggiungendo) mentre da noi c’è un ristagno. Né sembra che ci aiuti la presenza di imprese a controllo estero, per la prima volta misurata in un 7% come addetti, 14% come fatturato. Anche queste, operando in Italia, partecipano delle inefficienze del sistema. I nuovi Paesi membri dell’Unione europea pongono sfide: svantaggiati e arretrati in diversi campi, hanno tuttavia un miglior livello di istruzione della forza lavoro rispetto a noi; Repubblica Ceca e Slovenia sono competitive anche quanto a innovazione tecnologica.
Insomma, scrive l’Istat, «L’Italia attraversa una fase inquieta.. . ha i numeri di un grande Paese europeo, ma con vincoli che condizionano le prospettive di sviluppo e limitano le nostre scelte, vincoli che si sono aggravati nella recente fase di stagnazione». Oggi, «in una fase di crescente apertura internazionale, continuano ad essere carenti gli investimenti, ma soprattutto quell’insieme di presenze istituzionali, di conoscenze tecnologiche, di vocazioni imprenditoriali, di comportamenti sociali che consentirebbero di aumentare il potenziale di sviluppo dell’economia».

L’INSEGNANTE
«Noi le donne più felici? Una volta, forse
Scuola e famiglia non si conciliano più»


ROMA
Beate le insegnanti, dice l’Istat, che tra tutte le donne lavoratrici sono quelle che meglio riescono a far coesistere professione e attività di cura della famiglia.
E’ così secondo, Alessandra Cenerini, docente di inglese di Bologna e presidente dell’Adi, l’associazione dei docenti italiani?
«L’Istat non dice una cosa sbagliata, ma una cosa vecchia: la scuola consentiva una certa discrezionalità nella gestione dei tempi, e questo – certamente – fino ad alcuni anni fa ha consentito a molte di noi di occuparsi bene del lavoro e abbastanza bene anche dei nostri figli».
Poi che cosa è successo?
«La professione si è burocratizzata. Essere insegnanti vuol dire dedicarsi solo in parte alla didattica e molto alle carte, alle scadenze formali, alle riunioni, alle commissioni, alle schede … Il tempo-scuola si è dilatato, debordando su quello familiare e personale. Oggi la mia non è più una professione facilmente compatibile con la famiglia, e in questo aspetto somiglia a tutte le altre».
Dunque in pratica smentisce l’Istat?
«Non smentisco, racconto semplicemente la mia esperienza di docente impegnata in una associazione di categoria. Peraltro io vorrei che la professione insegnante fosse effettivamente percepita come tutte le altre e non venisse quindi considerata una professione “femminile”, anche se ormai sono donne quasi i due terzi dei docenti. Credo che noi insegnanti saremmo molto soddisfatte se venissimo considerate come professioniste e non piuttosto come lavoratrici “dimezzate” che acquistano valore solo perché riescono anche a fare le mamme. Mi piacerebbe leggere un dato più confortante sui padri che accettano di fare il congedo parentale. Quella sì sarebbe una novità».

IL VOLONTARIO
«Al Nord siamo il quadruplo che al Sud?
Il nostro lavoro serve dove c’è speranza»


ROMA
Matteo Iori, 34 anni, lavora nel volontariato da oltre dieci e attualmente è presidente dell’Associazione Giovanni XXIII di Reggio Emilia.
L’Istat dice che il volontariato al Nord è quasi il quadruplo del Sud. Prospera cioè dove ce ne sarebbe meno bisogno?
«Il volontariato è complementare e non sostitutivo all’azione dello Stato. Anzi, funziona solo laddove esiste una politica sociale forte. Io mi occupo, per esempio, di ragazzi che hanno disagi legati alla droga o a situazioni familiari compromesse e posso dire che il servizio che noi facciamo è efficace solo a patto che, una volta usciti, i ragazzi possano trovare un tessuto sociale e civile in grado di accoglierli. Non mi meraviglia quindi il dato Istat».
Chi è il volontario?
«Ci sono due categorie principali di volontari. La prima è costituita da giovani che, nella maggioranza dei casi, provengono da un percorso di impegno religioso o politico e intende spendere un po’ del suo tempo in linea con l’orientamento generale della propria vita. La seconda è costituita da persone già adulte e spesso pensionate, che hanno tempo e competenza da dedicare agli altri».
Basta avere tempo e voglia per essere un volontario?
«Evidentemente no. Intanto bisogna essere delle persone psicologicamente stabili. Poi è necessario ricevere una formazione: chi bussa alla nostra porta, prima di essere messo a lavorare deve formarsi per due mesi».
Quanto dura l’esperienza?
«In genere 7-8 mesi, ma c’è anche chi lavora con noi da anni. Esiste un turn over molto accelerato, eppure il numero dei volontari è alto. Questo vuol dire che un’esperienza come questa, specie tra i giovani delle nostre parti, è pressoché generalizzata.

I «BORDER LINE»
«Basta poco per diventare poveri
E spesso i sacrifici non servono a nulla»


TORINO
Hanno eliminato la pizza del sabato sera, poi la gita della domenica. Tutto questo non basta a far quadrare un bilancio che è sempre all’osso, anche se la statistica lo colloca, magari per pochi euro, «al di qua» della soglia di povertà. «Però – avverte Pierluigi Dovis, direttore della Caritas diocesana di Torino – per oltrepassare il confine basta davvero poco».
Che cosa, per esempio?
«Un periodo di cassa integrazione, una malattia, anche un conguaglio della luce nel momento sbagliato».
Come cambia la vita degli italiani «border line»?
«Le cito un fatto: le stesse famiglie che qualche anno fa portavano i vestiti smessi in parrocchia, ora vengono a chiedere aiuto. Con vergogna, per non sprofondare nei debiti: si accumulano le mensilità di affitto non pagate, il mutuo. Ci si indebita per non avere lo sfratto, per non perdere la casa. Ma si va in crisi lo stesso».
Succede spesso?
«L’ultimo caso è recentissimo. Una coppia di operai con un figlio ancora piccolo si è ritrovata da un giorno all’altro a doversi occupare di una mamma anziana divenuta non autosufficiente. La donna ha dovuto chiedere l’aspettiva per assistere la madre in ospedale e al tempo stesso ha iniziato a pagare, in nero, una baby sitter per il bambino. Certo, è stato chiesto l’intervento dei servizi sociali, ma non c’erano le condizioni per fruire di un contributo».
Perché in famiglia arrivava comunque uno stipendio…
«Sì, ma insufficiente. In poco tempo sono arrivati due avvisi per morosità. Al terzo, nel timore dello sfratto, in famiglia si è creata una situazione di stress psicologico fortissimo. Il timore è che persone così cadano nelle mani degli usurai. Purtroppo, questo è un rischio concreto per chi non può contare su una rete di amici o di parenti».