L’Italia ha risposto, milioni in piazza

21/10/2002

          19.10.2002
          L’Italia ha risposto, milioni in piazza
          di Oreste Pivetta


          Da Torino al Meridione, un solo grido: occupazione. Oppure: Nord Sud uniti nella lotta, il posto di lavoro non si tocca. Questo è uno dei due cortei per lo sciopero generale, il corteo che alle dieci si incammina da corso Marconi e via Nizza, a fianco di Porta Nuova. Corso Marconi era la Fiat. Dietro via Nizza c’è San Salvario, ci sono gli immigrati di oggi e dell’altro ieri, quelli che hanno fatto l’automobile e Torino negli anni sessanta. L’altro corteo si raduna in piazza Statuto. In piazza Statuto quarant’anni fa si manifestò il sessantotto italiano e torinese: operai e studenti, si cominciò a dire, uniti nella lotta. Ieri in sciopero c’erano anche gli studenti, nella maggior parte non sono riusciti a entrare in piazza San Carlo. Uno di loro è salito sul palco, prima di Guglielmo Epifani, per difendere la scuola pubblica, contro i privati della Moratti, per dichiarare la paura di tutti di fronte alla crisi e alla precarietà del lavoro, per chiedere pace nel mondo. Ha concluso gridando : «Operai e studenti uniti nella lotta». Berlusconi ha un merito: ci riporta ai vecchi tempi. Si ascoltano le vecchie canzoni partigiane, da «Una mattina mi son svegliato» a «Valsesia Valsesia», con soddisfazione: ci sono ancora. Persino i canti delle mondine si rinfrescano d’attualità. L’Inno di Mameli difeso dalle ex tute blu, per amor patrio contro lo scempio nazionale di Berlusconi e dei suoi alleati.

          E le bandiere rosse: quelle della Cgil e della Fiom con l’immagine di un antico ingranaggio dell’epoca industrialista, quelle della Quercia e di Rifondazione. Nel mare rosso ondeggiante, sotto un vento che libera il cielo, sventolano anche i drappi del sole che ride, di un ramoscello d’ulivo, dei colori dell’arcobaleno. Pinocchio presta il naso a Berlusconi sotto la scritta «l’unico taglio utile all’Italia», il taglio alle bugie di Berlusconi.

          Una grande manifestazione? Forse qualcuno s’augurava che non lo fosse e qualcuno lo temeva. I giornali non ne hanno scritto molto e se ne hanno parlato è stato per dare fiato a chi consigliava di sospendere tutto: prudenza, responsabilità, diamine. Le televisioni si sono strette nel loro silenzio. Però è stata una grande manifestazione: duecentomila in piazza e nelle vie intorno, sotto il palco dominato da quello striscione: «Uno sciopero per l’Italia». E poi: «No alla finanziaria. Sì a diritti, contratti, sviluppo» . Lo dirà anche Guglielmo Epifani, il nuovo segretario al primo sciopero generale, uno dei più difficili di sicuro, per le divisioni e per l’aria che tira: «Uno sciopero per l’Italia e per gli Italiani». «Noi – aveva spiegato due righe sopra – non ci rassegniamo, noi abbiamo fiducia». Noi,la gente: quelli in piazza a Torino e quelli che assistono al passaggio dai portici e dalle finestre, quelli di Firenze, di Milano e di Roma, di Termini Imerese e di Melfi, con quelli di Mirafiori. Un milione, due milioni, tanta parte dell’Italia.

          I numeri dello sciopero li fa Adolfo Bisoglio, lo speaker: Teksid di Borgaretto cento per cento, Merloni novanta, Alenia novanta, Iveco ottanta, Avio settantacinque, Lagostina e Bialetti novanta, Trust di Asti novanta, Sandretto di Ivrea cento. Ivrea si cita per il suo call center Omnitel: settanta per cento. Con orgoglio Bisoglio annuncia che alla Massucco, azienda del Canavese senza rappresentanze sindacali, hanno scioperato all’ottanta per cento. Il titolare della Massucco è un parlamentare di Forza Italia.
          In piazza San Carlo si torna alla Fiat. Prima Vincenzo Scudiere, segretario regionale Cgil, poi Pina Murru, sarda di 41 anni, da vent’anni a Mirafiori carrozzeria, delegata Fiom, che inciampa negli appunti emozionata: «Torino è l’industria, è la Fiat. Rivendichiamo un piano industriale degno di questo nome. La posizione delle banche e della Fiat è immorale, vergognosa».

          Esordisce Epifani: «Ancora una volta abbiamo vinto una sfida. Contro il nostro sciopero tanti sono scesi in campo. Ci dicevano è intempestivo, perché non lo volevano né prima né dopo. Lo hanno definito sbagliato, inutile e anche stupido». «Stupido» come compariva a piena pagina, nella prima pagina di un giornale degli amici di Berlusconi: «La risposta l’hanno data i lavoratori. Abbiamo dimostrato che la maggior parte del paese non cede a una politica industriale sbagliata…Il governo ha sbagliato due volte: attaccando l’articolo 18 per introdurre una flessibilità senza regole e quando non ha fatto nulla per arrestare la crisi. Il turbo sviluppo promesso dalla maggioranza di governo dov’è? Cari D’Amato e Tremonti, caro governatore della Banca d’Italia, caro Berlusconi. La realtà parla di una crescita uguale a zero, dei prezzi che salgono, del lavoro minacciato. Il patto per l’Italia, salutato dal presidente di Confindustria come un accordo storico, ha rivelato nel giro di un mese la sua fragilità, la sua inconsistenza».

          Come consolarsi? La finanziaria è peggio. Se questo è vero come si può definire ingiustificato lo sciopero generale. Due conti di Epifani: nelle previsioni della Cgil i posti a rischio rapidamente sono almeno duecentocinquantamila. Basta leggere dei tagli in programma: gli organici della scuola, della sanità, nel pubblico impiego. Più la Fiat: «Crede davvero l’azionista della Fiat in quello che fa, nel futuro dell’auto? Se è così non metta nessun lavoratore in cassa integrazione a zero ore e non chiuda nessuno stabilimento né al Nord né al Sud. Chiamiamo l’azienda alle proprie responsabilità». «Se la Fiat ci crede fin o in fondo – aggiunge – perché continua a sbagliare modelli, a non investire nella ricerca, a non creare una rete di distribuzione efficiente? Se invece non ci crede, che cosa si pensa di fare perché l’industria dell’auto abbia un futuro?».

          «Abbiamo chiesto al governo – spiega Epifani – di intervenire, vogliamo un tavolo di confronto vero, senza trucchi, in cui il governo non giochi altre partite di scambio e non abbia altri fini che salvaguardare la nostra industria dell’auto». E comunque con quel piano non c’è futuro: «Il governo ha detto che va rifatto. Noi prendiamo per buona questa affermazione e ci auguriamo che non dicano domani il contrario di quello che ieri hanno detto ai lavoratori di Termini e ai sindacati». E tanto per metterlo alla prova il governo: questa storia dell’articolo 18 toglietela di mezzo, con che coraggio insistete davanti al rischio concreto e prossimo di tanti licenziamenti.
          Una battuta per Berlusconi che s’appella all’Europa, perché «ci aiuti a toccare le pensioni: Presidente del consiglio, la smetta…».

          Infine la questione dolente dei rapporti sindacali: «Guardo questa piazza e penso: peccato che non ci siano Cisl e Uil. Dico alle altre due organizzazioni: avete perso un’occasione. Davanti a una crisi così grave ai lavoratori serve unità e l’unità i lavoratori sanno ritrovarla quando devono difendere i loro diritti e il loro lavoro». Come si vedrà: «Lo sciopero unitario del metalmeccanici è giusto…L’ultima notizia è che la Cgil ha raccolto più di quattro milioni di firme per la difesa dell’articolo 18: tante firme, tante persone che messe in fila farebbero quattromila chilometri, quattromila chilometri di volontà, di intelligenza, di cultura, di valori comuni.