L’Italia ha perso la bussola e le imprese non marciano

16/09/2004


            giovedì 16 settembre 2004

            analisi

            SMENTITE DALL’ISTAT TUTTE LE PREVISIONI DI ESPERTI E CENTRI DI RICERCA
            L’Italia ha perso la bussola e le imprese non marciano
            Sempre più forte il divario di crescita con il resto dell’Europa
            Rossi (Bankitalia): vera deriva. Berta: declino? No, metamorfosi

            Stefano Lepri

            ROMA
            QUESTA volta non si tratta di ottimismo governativo smentito. E’ successo invece che si sono sbagliati tutti, Confindustria, Isae, centri studi privati. La produzione industriale italiana in luglio è andata peggio di come si attendevano la gran parte degli economisti impegnati nel difficile lavoro della previsione. Niente «rimbalzo», niente buona partenza del terzo trimestre. E siccome anche in giugno gli stessi esperti erano stati smentiti in peggio, si comincia a sospettare che nell’industria italiana stia accadendo qualcosa che sfugge ai metodi di analisi fin qui sperimentati.

            C’erano dei segni buoni o per lo meno di recupero, ci sono, insistono gli economisti: un po’ più di fiducia di imprenditori e consumatori, un po’ più di esportazioni, un po’ più di acquisto di beni durevoli. Non è così nero il quadro. Eppure l’industria italiana non marcia, oscilla attorno a una tendenza piatta, ammettono tutti alla vista dei dati di ieri, in Banca d’Italia come alla Confindustria. Fin qui, ovvero a metà settembre, secondo tutti gli indici disponibili – compreso quello dei consumi elettrici che è il più rapido ad arrivare – sempre lì siamo, dall’inizio dell’anno, quando perfino negli altri grandi e fiacchi Paesi dell’Europa si produce e si vende di più.


            Andrà meglio da ottobre, quando si vedrà un +0,8% insistono all’Isae, centro studi a proprietà pubblica, sulla base di un modello di previsione che tiene conto tra l’altro delle attese degli imprenditori e dei movimenti del traffico merci. Ma intanto negli uffici studi privati le previsioni sulla crescita dell’intera economia italiana del 2004, che finora centravano sul +1,2% governativo, scivolano all’ingiù verso l’1 per cento.


            Dipingere l’Italia come «fanalino di coda» o come «maglia nera» dell’Europa è immagine ricorrente nella polemica, da un decennio. Negli anni ‘90, in realtà, in coda all’Europa c’era la Germania, frenata dal peso della riunificazione; l’Italia non era distante dalla media dell’area euro. E’ invece in questi primi anni del XXI secolo che si evidenzia un problema specifico italiano. Mano mano che va avanti il 2004 compare una divergenza forte tra la media euro di crescita del prodotto, che dall’1,8% sale verso il 2 per cento, e l’Italia (1,25% contro 2%, nelle cifre, fresche di ieri, elaborate dall’ex capo ufficio studi del Fmi Michael Mussa, per l’Institute of International Finance).


            Che sta succedendo? Alla tesi del declino dell’Italia industriale, esposta in un libro di successo da Luciano Gallino, professore di sociologia a Torino, ha replicato Giuseppe Berta, storico dell’economia alla Bocconi: non è declino ma metamorfosi, vista in questa fase nel punto più difficile, pure non priva di speranze. Sta di fatto che molte energie e risorse imprenditoriali si sono trasferite dai settori esposti alla concorrenza internazionale ai settori delle
            utilities, dei servizi, ristretti al territorio nazionale. E il mistero di come in anni di moderazione salariale l’efficienza produttiva delle imprese sia calata non trova risposte chiare.

            Dalla Banca d’Italia, di solito parca di interventi esterni, arriva ora sul numero in edicola della rivista
            Il Mulino un intervento (a titolo personale) del capo del Servizio studi, Salvatore Rossi: non è declino, ossia disfacimento, quello dell’industria italiana, è, sulla base dei dati, «una deriva, originata dall’incapacità di vedere e seguire la giusta rotta», soprattutto per carenza di attenzione alle nuove tecnologie, pericolosa, non irrimediabile però. Per mutare rotta è possibile, sostiene Rossi, una politica industriale non dirigista, fatta di riforme che non costano e che «colpirebbero al cuore i problemi strutturali dell’economia italiana»: completare la liberalizzazione di elettricità, gas, telecomunicazioni, trasporti; abolire gli albi per aprire alla concorrenza il mondo delle professioni, abolire il valore legale dei titoli di studio e il ruolo pubblico dei docenti universitari.