L’Italia è ferma, serve un patto sociale

29/03/2004


  Sindacale



domenica 28 marzo 2004

L’Italia è ferma, serve un patto sociale
Fassino: «Siamo un Paese che rischia il declino e il governo è irresponsabile»

DALL’INVIATO Roberto Rossi

Cernobbio Un nuovo patto sociale. Perché in Italia «si sta peggio di
quanto ci dicono», perché non è vero che la pressione fiscale per le imprese è scesa al 33%, perché «il nostro problema oggi non sono solo le famiglie definite povere, ma quelle normali», quelle che stanno consumando quanto messo in cascina, perché «nessun paese può
progredire in una situazione di continuità conflittualità». E allora un nuovo patto sociale, che, come ha spiegato Piero Fassino, segretario dei Ds, possa essere utilizzato dall’Italia per uscire dalla crisi.
La ricetta di Fassino, a Cernobbio per il sesto Forum organizzato dalla Confcommercio, si incentra su quattro punti, quattro direttrici di marcia. «Il rilancio dell’accumulazione attraverso un innalzamento del livello di specializzazione» dell’industria italiana, «politiche redistributive con un innalzamento del tasso di attività delle lavoratrici italiane», un importante investimento sulla formazione e una netta modernizzazione dell’apparato burocratico e infrastrutturale.
«La situazione del Paese – ha detto Fassino – credo sia più grave di quel che si dice, non mi stupirei se l’Italia fosse declassata dalle agenzie di rating. Siamo un Paese che rischia il declino, e non lo sostengo soltanto io ma anche il segretario della Confcommercio Bille». Il quale appena due giorni fa aveva parlato di rischio, per l’Italia, di una deriva argentina. Fassino non è stato così drastico. Nella sua relazione è partito da due dati su cui si fonda la «fragilità strutturale di lungo periodo» per cercare di capire perché oggi la crescita sia intorno allo zero al punto che si può parlare di stagnazione». I due dati sono l’invecchiamento della popolazione e il minor tasso di attività. «Se nel 50% delle famiglie lavora solo una persona – ha sostenuto il segretario Ds – di certo non si può pretendere che si aumentino i consumi». Se questo poi lo si lega ad altri fattori la contrazione delle esportazioni, la pressione fiscale («che è cresciuta, checché ne dica il governo, perché a quella nazionale si è aggiunta la fiscalità locale»), la riduzione di capacità di spesa e risparmio – è chiaro che il Paese non cresce. «Ed è troppo comodo dire che è tutta colpa dell’11 settembre».
Non cresce anche perché l’inflazione avanza e i redditi si riducono: «Del resto come potrebbero aumentare i consumi quando uno stipendio medio di un impiegato Fiat è intorno ai 950-1000 euro? Quando una lavoratrice del tessile qui a Como prende in media 759 euro?». Per questo è necessario «ricostruire un grande patto sociale e far ripartire l’accumulazione».
Per questo sono necessarie politiche di modernizzazione sia della
burocrazia sia delle infrastrutture – «l’Italia è un gigantesco molo di
cui ogni porto è una banchina» -, politiche di sostegno all’occupazione e, soprattutto, politiche di sostegno per ricerca e innovazione. «Da questo punto di vista – ha continuato Fassino – mi sembra che la riforma Moratti vada esattamente nella direzione opposta. Perché come si fa a fare ricerca quando non si hanno i soldi per pagare i professori?».
E proprio sugli investimenti legati al sapere che Fassino ha insistito.
Tracciando per lo Stato un ruolo fondamentale. Ma non solo.
La cosa andrebbe discussa anche in Europa. Come? «Sarebbe
opportuno rivedere i vincoli del patto di stabilità».
«Gli investimenti in ricerca e innovazione sono fondamentali per lo sviluppo – ha spiegato il segretario dei Democratici di sinistra – e condivido gli obiettivi posti a Lisbona. Io sono sempre stato un fautore della rigidità e del rispetto dei parametri di Maastricht.
Ma qui forse si può rivedere il patto di stabilità, soprattutto per quanto riguarda, appunto, le spese su innovazione e ricerca».
Ma tra i rischi per l’Italia, Fassino ha anche indicato il nostro presidente del consiglio Silvio Berlusconi, privo, secondo il segretario Ds, di un «atteggiamento responsabile». Non è responsabile quando parla della pressione fiscale sulle imprese. «Perché non è vero, come dicono manifesti fatti affliggere in tutto il Paese, che sia scesa al 33%». «Non c’è nessuna statistica in nessun Paese europeo che dia la pressione fiscale italiana sotto il 38,5% – ha detto ancora Fassino -. Non è un atteggiamento responsabile, ditemi voi se è un atteggiamento responsabile».
E proprio il presidente del Consiglio è atteso oggi a Cernobbio. Per dire cosa? Per presentare un complesso di provvedimenti, come ha fatto sapere il ministro dell’Economia Giulio Tremonti (anche lui sulle rive del lago di Como),«di carattere straordinario, estesi dall’economia reale al fisco». Quali? Ieri, da Palermo, si è Berlusconi si è detto deciso a ridurre l’Irpef dal 46 al 33%. «È qualcosa di difficile, da meditare bene, ma noi abbiamo la ferma volontà di provarci».
L’anticipazione di Tremonti non è piaciuta al ministro del Welfare,
Roberto Maroni, che ha definito «sorprendente» l’annuncio .«Non
ne so nulla – ha dichiarato Maroni -Non credo sia possibile presentare
un pacchetto di provvedimenti, che immagino riguardino anche e soprattutto il welfare, senza il nostro coinvolgimento. Annunciare un pacchetto di interventi strutturali già decisi sarebbe il modo peggiore per fare un’azione di politica economica».