L´Italia delle caste (1-continua)

14/06/2005
    lunedì 13 giugno 2005

    Pagina 1 /15 – Economia

    L´INCHIESTA

      Avanza l´Italia delle caste
      il 10% ha metà della ricchezza
      Ceti medi più poveri, crescono immobilismo e disparità

      Il figlio di un´operaio ha sei volte più probabilità di far l´operaio di quante ne abbia il figlio di famiglia benestante
      Alla fine degli anni ´80 l´1 per cento più ricco aveva in mano il 10,6% del patrimonio, oggi ha il 17,2 per cento
      Anche i matrimoni seguono la gerarchia sociale: il 70% delle mogli di uomini con licenza media hanno lo stesso grado di istruzione
      Case, Bot e altri cespiti si sono motiplicati: rapporto record di nove a uno con il Pil. Ma la loro distribuzione è tutt´altro che equa
          Maurizio Ricci

            ROMA
            Le barche stanno allineate, strette e pigiate lungo i moli, fino a nascondere l´acqua: yacht, cabinati entrobordo, motoscafi per la pesca d´altura, agili bialberi. Un signore in camicia e bermuda bianchi chiude la Mercedes e si avvia verso il suo enorme motoscafo. Dal veliero a fianco, scende un altro signore in jeans e maglietta e si infila in un gippone.
            Una tranquilla scena di inizio estate: al Circeo, all´Argentario, in Riviera. Uno spettacolo consueto. E, per questo, a prima vista, inesplicabile. Perché, a credere alle statistiche, siamo un paese di poveracci. Portare a casa, ogni mese, più di 2.500 euro, parrebbe un evento raro, straordinario, eccezionale.

            Gli italiani noti al fisco sono quasi 40 milioni, ma solo uno su cento dichiara di guadagnare più di 70 mila euro (lorde, al netto di tasse e contributi è circa la metà) l´anno. Fra questi, a superare anche il picco dei 100 mila euro sono solo 188 mila, meno di uno ogni duecento. Questo sparuto manipolo di ricchi, peraltro, sembra darsi un gran da fare, spendendo e spandendo come Grandi di Francia prima di Robespierre. In Italia, si vendono, ogni anno, circa 90 mila macchine grandi o di lusso, le Bmw, le Mercedes, i gipponi e le Porsche, quelle auto che costano 40-50 mila euro solo all´acquisto e una congrua quota a farle girare. Difficile prenderle senza un reddito all´altezza e anche 100 mila l´anno, forse, sono pochi. Eppure, 90 mila macchine l´anno per 180 mila persone significa che questi straricchi dovrebbero farsi la Mercedes nuova almeno ogni due anni. Un impegno notevole, soprattutto se considerate tutte le altre spese. La barca, appunto: in Italia risultano registrate – fra cabinati, semicabinati, a vela, a motore – 70.743 imbarcazioni da diporto fra i 10 e i 24 metri di lunghezza. Dieci metri sono tanti: ci stanno 4-6 posti letto. E costosi anche: un modesto 12 metri a vela costa facilmente 160 mila euro. Per non parlare di quadri e mobili antichi: solo le case d´asta, nel 2003, hanno battuto oggetti d´arte per più di 80 milioni di euro.

            Auto, barche, quadri d´autore e trumeau d´epoca. Da dove vengono, in anni di crisi economica e di ristagno dei redditi, tutti questi soldi e chi li spende? Di certo, non sarà il Fisco a dircelo. Un anno fa, uno studio riservato dell´Agenzia delle Entrate stimava in 200 miliardi di euro il giro d´affari che il fisco non vede: per ogni 100 euro denunciati, ce ne sono altri 46 che rimangono nascosti. Rispetto a venti anni fa, questo sommerso, avverte il Censis, ha cambiato natura: sempre meno fabbriche nel sottoscala, borsette contraffatte. Anche il sommerso diventa postmoderno: un sommerso di servizi, «che si annida nelle sottodichiarazioni, nelle false fatturazioni, nelle mancate dichiarazioni, nelle transazioni in contanti». Mezzi evasori, più che evasori totali. In questo popolo, c´è di tutto. Ma, se guardiamo alla quantità di reddito occultato, è probabile che contino soprattutto avvocati, ingegneri, architetti e psicologi. Una delle grandi fratture che divide in due la società italiana è, infatti, il rapporto con il fisco: da una parte i 12 milioni di italiani che i redditi li dichiarano, dall´altra il resto, tassato sulla busta paga. Nel suo ultimo numero, la rivista Patrimoni elenca 20 modi (tutti legali) per pagare meno tasse: la maggioranza riguarda i lavoratori autonomi e/o chi dispone di una seconda casa. Il 12 per cento dei lavoratori dipendenti possiede anche la casa per le vacanze. La percentuale, secondo la Banca d´Italia, raddoppia per le famiglie di liberi professionisti. Anzi, se guardiamo al patrimonio (case, barche, titoli), un lavoratore indipendente – dice la Banca d´Italia – ha una ricchezza superiore del 50 per cento alla media nazionale, un lavoratore dipendente del 30 per cento inferiore.

            In effetti, il puzzle di un paese che guadagna poco ma non si nega il lusso diventa meno ingarbugliato se, invece che ai redditi, guardiamo alla ricchezza, ai patrimoni familiari di case e titoli, censiti dalle indagini campionarie della Banca d´Italia. Perché l´Italia è un paese ricco, anzi, anormalmente ricco. Il patrimonio complessivamente accumulato dagli italiani è oggi pari a nove volte il loro reddito annuale. «Negli altri paesi europei, il rapporto, di solito, è di 3 a 1» sottolinea Giuseppe De Rita, che del Censis è il fondatore. Siamo un paese di ricchi? Riccucci, semmai, verrebbe anzitutto da dire, seguendo il ragionamento di De Rita. Stefano Ricucci, l´immobiliarista al centro delle grandi vicende finanziarie di questi mesi – dalle banche al Corriere della sera – sembra infatti il prototipo di un´Italia che nuota in immobili, titoli e contanti, ma si tiene ben lontana dall´investire questi soldi in prodotti e servizi. «Un paese di padroni, non di capitalisti» dice De Rita. A condizione, naturalmente, di intendersi sul termine "padroni": l´80 per cento degli italiani vive in casa di proprietà, ma solo il 13 per cento, quasi uno su otto, ha anche una seconda casa. Più in generale, la piramide della società che disegna la ricchezza è molto meno regolare e continua di quella che individuano i labili dati sul reddito: si gonfia in cima e si svuota al centro. L´Italia è un paese diviso, in cui la ricchezza si concentra in alto e il processo ha preso velocità a partire dagli anni ‘90. Oggi, secondo una ricerca del Servizio studi della Banca d´Italia, il 10 per cento delle famiglie più ricche della popolazione controlla quasi metà della ricchezza totale del paese. Nel 1989, il patrimonio di questi ricchi arrivava solo al 40 per cento del totale. A perdere terreno, sono state le classi medie, il 40 per cento della popolazione che sta a metà della scala sociale. Nel rapidissimo scorrere di dieci anni, sono passate dal 34 al 29 per cento. Il paese progredisce: tutti andiamo al mare. Ma c´è chi allunga le vacanze a Capri e chi accorcia le sue a Castelvolturno. Il bacino in cui galleggiano quei panfili da 10 a 24 metri diventa, però, più largo e più credibile: escludendo le 200 mila famiglie di straricchi, circa due milioni di famiglie si spartiscono il 30 per cento della ricchezza nazionale. A occhio, per ognuna, in media, un patrimonio di due miliardi di vecchie lire.

            Chi più (come Usa e Gran Bretagna), chi meno (come Francia e Germania) o molto meno (come gli scandinavi), anche gli altri paesi registrano un divaricarsi della ricchezza fra le diverse classi. Il problema, in prospettiva, è capire quanto quel bacino dei panfili sia off limits, un segnale non di classe, ma di casta chiusa. Quanto quel sogno delle vacanze a Capri sia destinato a rimanere nel cassetto, fin da quando uno nasce, a seconda della famiglia in cui nasce. Quanto davvero l´Italia sia il paese dei Ricucci, l´ex odontotecnico, figlio di un tranviere, che adesso scala il Corriere della sera. Sotto questo profilo, dicono molti studiosi, l´Italia appare più immobile degli altri, un paese in cui la fluidità sociale – ovvero la possibilità di salire, come di scendere, nella scala sociale – è imprigionata in colli di bottiglia. Non tutti sono pessimisti. Aris Accornero, noto soprattutto per i suoi studi sugli operai, sottolinea con forza le disuguaglianze economiche fra le classi. «Ma la gente, dice, percepisce con chiarezza gli spazi di mobilità sociale, ci crede, ci investe, a cominciare dagli studi dei figli». Tre quarti dei laureati di questi anni sono il primo dottore in famiglia. Nel giro dei dieci anni che portano al 2003, il numero di dirigenti, imprenditori, professionisti, tecnici è aumentato di oltre il 30 per cento, mentre diminuivano artigiani, operai e lavoratori non qualificati. «Tutti costoro sentono di star meglio dei loro genitori e questa convinzione si accumula – nota Accornero – generazione dopo generazione». Anche al Censis, il direttore generale Giuseppe Roma sottolinea il test di mobilità sociale che viene dal laboratorio Veneto, con le centinaia di ex operai diventati imprenditori o dagli immigrati: fra il 2000 e il 2005, il numero di ditte individuali intestate a extracomunitari è triplicato, arrivando a oltre 180 mila. «Non è questo il punto» ribatte Antonio Schizzerotto, il sociologo che più da vicino, in questi anni, ha studiato la mobilità sociale. «Se parliamo di fluidità sociale, in Italia è più vischiosa di America, Gran Bretagna, Svezia, Olanda, Francia e Germania. Sette italiani su dieci fanno un lavoro diverso da papà. Ma questo avviene perché è cambiata la struttura occupazionale». Insomma, la società è cambiata, «ma non sono cambiati i meccanismi che generano le disuguaglianze». Il figlio di un libero professionista continua ad avere molte più chances del figlio dell´operaio di diventare libero professionista, di avere la casa per le vacanze e, magari, l´Aston Martin. «Da questa angolatura, le differenze con l´Italia di inizio ‘900 sono poche»: il figlio dell´imprenditore ha dieci volte più possibilità di diventare imprenditore di quante ne abbia il figlio di un operaio. Mentre il figlio di un operaio ha sei volte più probabilità di restare operaio di quante un ragazzo di classe superiore ne abbia di diventare lavoratore manuale.

            Per sgelare queste caste, dovrebbero funzionare di più i grandi meccanismi di ricambio fra le classi. L´amore dei tempi moderni sarà anche romantico e cieco: chi pensa più ai matrimoni di interesse? Ma, a quanto pare, in materia di scala sociale, l´amore ci vede benissimo. Il 70 per cento delle mogli di uomini arrivati solo alle medie ha la licenza media e quella elementare. Il 90% delle mogli di laureati ha la laurea o la maturità. Quasi il 60% degli attuali quarantenni ha sposato qualcuno con lo stesso livello di istruzione. Non è una tendenza in calo: i loro predecessori, i baby boomers del dopoguerra erano meno classisti (50%). E neanche il più grande motore di mobilità sociale, la laurea, gira a regime. Non tutti i laureati, dice Schizzerotto, valgono uguale: un dottore di famiglia borghese o di classe media ha il 50 per cento di probabilità in più di restare borghese o classe media, di quante ne abbia di arrivare al top della scala sociale il dottore figlio di un lavoratore manuale. Perché stupirsi, osserva Giuseppe Roma? Quattro laureati su cinque trovano lavoro grazie alla rete di amici, parenti, conoscenti. Panfilo chiama panfilo, Castelvolturno chiama Castelvolturno.

          (1 – continua)