L’Italia del terzo millenio: Discesa di classe

18/12/2007
    N.50 anno LIII – 20 dicenbre 2007

    Pagina 58/64 – Attualità

    Inchiesta
    L’Italia del terzo millenio

    Discesa di classe

      Meno soldi. Un lavoro meno qualificato. E’ la mobilità sociale al contrario. Quella dei figli che stanno peggio dei padri. Soprattutto nelle famiglie di dirigenti e imprenditori. Ma anche in quelle di impiegati e operai

        di Emiliano Fittipaldi

          Roma, Torino, Napoli, Milano, ovunque tra i giovani italiani il gioco dell’oca è tornato di moda. Un gioco, però, a cui nessuno vorrebbe partecipare, perché inevitabilmente milioni di concorrenti finiscono sulla casella che obbliga a tornare al punto di partenza. In un percorso che, fuor di metafora, li costringe a scendere la piramide sociale peggiorando lo stile di vita conosciuto nella famiglia d’origine. Un fenomeno che in Occidente non si osservava dalla seconda guerra mondiale.Difficile, dunque, che Simone Gracco, classico figlio di papà della Roma bene, immaginasse da piccolo che a 36 anni avrebbe passato gran parte delle ferie estive nei bollenti parchi della città. Nato da un architetto benestante, madre professoressa al liceo, dopo la laurea in economia ha trovato un posto a 1.200 euro al mese in una piccola azienda fuori porta. Ci lavora da quattro anni, ma lo stipendio è fermo al giorno dell’assunzione. "Da bambino andavo a Capalbio per un mese, e d’inverno la settimana bianca a Corvara era di rigore. Ora, con grandi sforzi e un aiuto del mio vecchio, riesco a fare al massimo sei giorni in un villaggio all-inclusive. Quando mio figlio compirà due anni dovrò pagare anche la sua quota. Sarà un disastro". Ugo Reggiani (chiede un nome di fantasia, "non voglio guai"), torinese e ricercatore universitario a progetto, ricorda la guerra tra due potenti baroni della sua facoltà. "Stranamente, non si erano organizzati come al solito. In un concorso per una cattedra di diritto si scannarono per piazzare i rispettivi figli. L’erede del perdente ha dovuto cambiare lavoro e status: ora fa l’impiegato in un’assicurazione". Ad Antonio Migliaccio, 34 anni, di Napoli, è andata meglio. Ingegnere come papà, ha evitato uno scivolamento di ceto emigrando in Irlanda. "Elaboro sistemi informatici, e dopo un anno sono arrivato a guadagnare tremila euro. Se sei sveglio gli scatti di carriera sono fulminei, si cambia azienda ogni sei mesi. Ora vivo agli stessi livelli di mio padre trent’anni fa. Forse addirittura meglio: io ho un’Audi presa a rate, lui guidava la Fiat 850".

            Antonio è un’eccezione. Se negli ultimi tempi i sociologi denunciano la mancanza di mobilità sociale e i politici d’ogni schieramento promettono potenti iniezioni di meritocrazia, dal Duemila la situazione è invece drasticamente peggiorata: l’ascensore sociale è in movimento, i giovani ci salgono sopra ma, invece di salire o, almeno, restare fermi al livello della classe d’origine, spesso e volentieri si ritrovano a scendere sui pianerottoli più bassi.

              Ascensore per l’inferno
              L’"indietro tutta" non interessa solo la prole del ceto medio e degli operai. Sono soprattutto i figli dei dirigenti e degli imprenditori a dover abbandonare la posizione conquistata dal padre o dal nonno. I dati Istat e Censis sono fermi al 2002, ma letti nelle pieghe segnalavano già il pericolo. Ora ‘L’espresso’ ha consultato lo studio Ilfi, un’indagine sulle famiglie che ha coinvolto quasi10mila individui – elaborata da esperti della Bicocca di Milano, dall’università di Trieste e Bologna – dimostra che, lungi dal vivere un nuovo ciclo di rimescolamento sociale, i giovani si dirigono senza scampo verso il declino. Se la metà degli italiani dai 18 ai 37 anni ricalca pari pari la strada di papà e mamma e il 7,4 per cento fa un lavoro diverso ma resta inchiodato al censo d’origine, e ben il 24,4 per cento scende a rotta di collo la piramide sociale. Uno scivolamento ‘silenzioso’: come notano gli osservatori più attenti, nonostante tirocini umilianti, mansioni pagate quattro soldi e subalternità al potere dei gerontocrati, la generazione nata a cavallo tra i Sessanta e i Settanta non ringhia. E non combatte, al contrario dei propri padri protagonisti del ’68 e del ’77, la guerra generazionale per la propria emancipazione.

                I dati fotografano impietosamente la caduta. Solo un quarto dei figli dell’alta borghesia riesce a fare il dirigente o il libero professionista, magari nello studio di famiglia. Quasi la metà è costretta ad accontentarsi di una scrivania e fa l’impiegato ‘qualificato’, il 7 per cento decide per il lavoro autonomo, mentre il 23 per cento scende molti gradini e diventa operaio o manovale nei servizi. Anche i colletti bianchi riescono con difficoltà a mantenere posizioni: una piccola minoranza ha successo e fa il salto di classe, ma oltre il 36 per cento finisce, volente o nolente, nei ceti subalterni. Gli artigiani, i commercianti e le partite Iva sono le categorie più mobili, ma il ritorno alle origini tocca quattro rampolli su dieci. Anche i figli ventenni delle tute blu hanno meno possibilità di affermarsi rispetto ai pari-censo degli anni Sessanta: solo cinque su cento sfondano come imprenditori e professionisti, la massa (il 60 per cento) è destinato alla fabbrica. La scalata alle professioni intellettuali, obiettivo dei proletari sessantottini, resta una chimera. "Un paradosso. Perché la generazione che va dai 20 ai 40", spiega il sociologo Antonio Schizzerotto, curatore della ricerca e massimo esperto italiano in materia, "è in media molto più istruita e preparata dei padri e dei nonni. Conosce le lingue straniere, ha possibilità di muoversi in un mondo globalizzato, ma in termini reali è molto più povera. Anche chi resta al piano rischia di peggiorare il proprio ménage: fare l’impiegato oggi ha molti meno vantaggi di un tempo, i differenziali con i salari di chi suda in catena di montaggio sono enormemente diminuiti". La questione centrale è che, in Italia, non c’è stato un vero passaggio al terziario avanzato, come nel resto dei paesi occidentali. "Se negli anni ’60 e ’80 la scolarizzazione di massa prima e la nascita della società dei servizi poi portò nuova ricchezza e un boom dei sorpassi sociali, negli anni ’90 e nel 2000 siamo rimasti congelati. La mobilità ascendente (al 21 per cento, ndr) è dovuta in gran parte a fattori esogeni, alla scomparsa di mestieri come i coltivatori diretti e i contadini. In realtà non ci stiamo modernizzando per niente. Non stupiamoci se il mercato del lavoro è asfittico ed è caratterizzato da settori ipermaturi".

                Redditi da fame
                L’abbassamento dei salari negli ultimi sette anni ha riguardato quasi tutti i dipendenti, ma la vera proletarizzazione colpisce soprattutto le nuove leve. Nemmeno il capitale familiare e le reti relazionali, che in Italia valgono tradizionalmente più delle risorse culturali e del merito individuale, sembrano bastare più. La sindrome della quarta settimana investe anche ‘segnalati’ e raccomandati. Se molti puntano il dito contro una presunta pigrizia generazionale e il mito del ‘tutto e subito’, tanto che persino il ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa ha criticato "i bamboccioni" attaccati alla gonnella di mammà, uno studio della Banca d’Italia firmato da Alfonso Rosolia e Roberto Torrini, ancora non pubblicato in italiano, mostra come nel corso degli anni Novanta e Duemila la busta paga dei giovani si sia drasticamente ridotta rispetto a quella del decennio precedente. Alla fine degli anni Ottanta le retribuzioni nette degli under 30 erano più basse del 20 per cento rispetto a quelle dei senior. Nel 2004 il gap è raddoppiato, crescendo fino al 35 per cento. "Un andamento", dicono gli autori del paper, "riscontrabile a tutti i livelli di istruzione". Il crollo dei salari d’ingresso è spaventoso: spulciando dati dell’archivio dell’Inps del settore privato, si stima che dal 1992 ai primi anni del millennio sia i diplomati che i laureati siano tornati sui livelli di venti anni prima. Oggi, al netto del lavoro nero, il 27 di ogni mese intascano poco più di 1.100 euro. "Un riduzione non controbilanciata" chiosano gli studiosi "da una carriera e da una crescita delle retribuzioni più rapida. La perdita di reddito nel confronto con le generazioni precedenti risulta in larga parte permanente". Un controsenso, visto che l’invecchiamento della popolazione avrebbe dovuto contribuire a sostenere il portafoglio degli junior, sempre meno numerosi ma sulla carta più colti e preparati. Se la crisi ha toccato milioni di famiglie, la redistribuzione degli stipendi è stata invece asimmetrica, a tutto vantaggio degli anziani. Non solo: in Italia al di là del mestiere e dello status, anche la correlazione tra le buste paga è fortissima. Un altro report dell’ufficio studi, elaborato da Sauro Mocetto, sottolinea infatti che, se i tuoi genitori guadagnano poco, è assai probabile che anche il tuo stipendio sarà basso. I paesi scandinavi, Svezia in testa, sono i più dinamici, seguiti a ruota dal Canada e dalla Gran Bretagna. I figli dei poveri possono diventare ricchi più facilmente anche in Francia e Stati Uniti, che galleggiano a metà classifica, mentre l’immobilismo è massimo nel nostro Paese e in Brasile, ultimo nella graduatoria dei casi analizzati.

                L’Italia degli ignoranti
                Al di là delle divisioni di classe, protagonisti assoluti del gioco dell’oca sono i laureati. Negli anni ’60 l’agognato pezzo di carta permetteva di scalare le gerarchie e regalava carriere fulminanti, oggi università poco selettive sembrano aver generato, invece di maggiori opportunità, un’offerta di dottori sproporzionata rispetto alle esigenze del sistema. "Non conviene investire come un tempo nell’istruzione. Le imprese cercano soprattutto tecnici diplomati, i cervelli sono troppi e il mercato non riesce ad assorbirli", sentenzia Schizzerotto. Anche secondo i dati Istat e Almalaurea la laurea paga poco e su tempi lunghi. "Ma non ci sono certezze", aggiunge Luca Bianchi, vicedirettore della Svimez. "Ho due amici romani di 40 anni, laureati in legge da oltre dieci anni, che hanno trovato solo un impiego nei call center. Abitano nella casa di papà, niente moglie e marmocchi, l’utilitaria presa di seconda mano. I genitori sono impiegati di buon livello: un classico esempio di arretramento dal ceto medio a posizioni borderline". Se la riforma del ‘tre più due’ ha peggiorato il grado di preparazione e le matricole continuano a snobbare le più redditizie materie scientifiche, l’inflazione dei titoli di studio è da addebitare anche alle politiche delle imprese. Gli investimenti in ricerca e sviluppo languono, e le figure professionali più gettonate restano tecnici specializzati. Alla fine del 2007, secondo l’analisi Excelsior di Unioncamere, su 100 assunti solo 9 saranno laureati. Verranno usati come dirigenti, ma anche come impiegati (gli ingegneri a mille euro non si contano) e addetti alle vendite. Agli industriali i dottori interessano ancora meno: solo 5 assunzioni su cento saranno destinate a loro. Per lavorare a salario minimo basta un diploma, l’istruzione professionale e, per un assunto su tre, la sola scuola dell’obbligo.

                La carica dei dipendenti
                Seguire il sentiero già percorso dai genitori, nell’anno di grazia 2007, è quasi una necessità. Il ‘familismo amorale’, come lo chiamano i sociologi, diventa spesso l’unica risposta alla recessione. Così nepotismo e autoriproduzione delle professioni invece di diminuire, crescono esponenzialmente. Non c’è liberalizzazione, non c’è Bersani che tenga. Se una recente inchiesta della magistratura ha svelato il mercato dei test per l’accesso alle facoltà a numero chiuso (a Bari sembra che gli acquirenti fossero soprattutto medici e dentisti), a Napoli la cattedra è sempre più un diritto ereditario. Nel 2002 un rapporto del giornale universitario ‘Ateneapoli’ scoprì che alla facoltà di Economia della Federico II il 16 per cento dei professori era imparentato con un collega, cinque anni dopo – denuncia un dossier della Confederazione degli studenti – la percentuale è salita al 26 per cento. Padri e figli, mogli e mariti, fratelli e cognati. La politica non fa eccezione: nel neonato Partito democratico il giovane segretario provinciale di Avellino appena eletto si chiama Giuseppe De Mita, nipote di Ciriaco, mentre a Reggio Calabria i delegati hanno eletto Alessia Zappia, figlia dell’ex segretario Ds scomparso tre anni fa. Alan Baccini, rampollo del leader Udc, è commissario nazionale dei giovani del partito. A volte la pratica del passaggio di testimone nelle aziende è persino contrattualizzata: negli ultimi anni, dalla Caripe alla Sea di Milano, fino alla Fincantieri e agli esuberi di Intesa-Sanpaolo, i sindacati hanno benedetto senza vergogna la staffetta tra padri e figli come incentivo per il prepensionamento.

                Nel Nord una ricerca dell’Opes ha dimostrato che, soprattutto in Trentino, qualcosina si muove, e la meritocrazia crea più opportunità rispetto al resto d’Italia. Non per tutti, però. "Gli under 35 che vengono da famiglie meno abbienti", racconta Daniele Marini, direttore della Fondazione Nordest, "per mantenere il proprio status sono costretti a consumare molto più dei loro genitori. Computer, cellulari, vacanze e master: oggi le famiglie si impoveriscono anche perché investono i risparmi per sostenere una prole non autosufficiente". La recente riconversione industriale ha aperto la strada a giovani imprenditori in settori di nicchia, ma per i figli delle corporazioni la cruna dell’ago è sempre più stretta. "Medici, avvocati e giornalisti trent’anni fa erano pochi, nel Duemila gli Ordini professionali scoppiano di iscritti. Ovvio che per raggiungere il livello conquistato dalla famiglia ci voglia molto più tempo". Nel felice Triveneto della piena occupazione c’è anche una quota minoritaria di persone che sceglie di fare il gambero, camminando all’indietro per scelta personale. "La cultura della gratificazione e il culto del tempo libero si è diffuso a macchia d’olio. Conosco bancari e commercialisti che si sono trasformati in volontari o collaboratori di centri per l’infanzia", racconta Marini. Nel Mezzogiorno il libero arbitrio è un lusso che pochissimi possono permettersi. Mantenere le posizioni sociali acquisite dalla nascita è già un successo insperato. "La novità è che l’ascensore viaggia verso il basso anche per le fasce più alte, che in passato godevano di collaudati cuscinetti di protezione", racconta Bianchi, che delle Svimez è tra i ricercatori più esperti. "Il mercato è ai minimi, e quel poco che resta del settore privato boccheggia. C’è solo la grande balena pubblica, che a fatica foraggia un po’ tutti". Non stupisce che uno studio Istat-Svimez sui laureati meridionali del 2001 dimostra che, a tre anni dalla tesi, parte consistente dei rampolli dell’alta borghesia tenti la fortuna emigrando al Centro-Nord: chi rimane è costretto a fare il dipendente, accettando stipendi da fame. Nel pubblico finiscono anche i figli di imprenditori, commercianti e liberi professionisti: solo uno su tre ha i capitali per rischiare in proprio, il resto finisce dietro una scrivania con un contratto a progetto. "Sono i più fortunati, non dimentichiamolo", chiude Bianchi, "il tenore di vita peggiora rispetto alle abitudini familiari, ma almeno un lavoro ce l’hanno. Secondo i nostri calcoli invece quasi 800mila ragazze del Sud, figlie delle sessantottine che riuscirono ad emanciparsi e a diventare impiegate e insegnanti, sono tornate tra le mura domestiche a fare le casalinghe, come le loro nonne: un salto all’indietro dal sapore medioevale che fa tremare i polsi".