L’Italia degli autogrill, tra chiacchiere e sfoghi

23/12/2003




martedì 23 dicembre 2003

L’Italia degli autogrill, tra chiacchiere e sfoghi


di MAURO COVACICH

      Non ci sono cheeseburger e patatine fritte. E i bambini non vogliono mangiare
      Scaligera Sud. Buio a mezzogiorno. Un ponte di finestre illuminate buca la nebbia dell’A4 Milano-Venezia. QUI CASA, pare che gridi. Perché un ambiente freddo come un autogrill riesce a scaldarci il cuore? Perché un luogo anonimo come un autogrill riesce a tenerci uniti? Sto parlando idealmente a quei milioni di persone che si spostano ogni giorno sulle autostrade italiane, a quelle persone che per un motivo o per l’altro trascorrono come me porzioni consistenti della loro vita viaggiando in macchina, gente che mi pare di conoscere per nome e cognome anche se non ho mai visto. Lo chiederei ai miei vicini di posto, qui al self-service, se avessi un po’ di coraggio.
      Non trovate magico il senso di euforia che vi prende a mangiare scaloppine precotte su un tavolo di formica tra il posto da cui siete partiti e quello cui siete diretti? Sparsi alla mia sinistra ci sono in prevalenza uomini soli, tutti seduti in direzione dei vetri, uno per tavolo, facilmente riconoscibili come: due rappresentanti (cravatta), due funzionari in missione (no cravatta) e un artigiano (schizzi di pittura sul maglione). Sulla mia destra, ai tavoli centrali, ci sono gruppi di tre quattro camionisti, a occhio i cosiddetti padroncini, o comunque quelli che non si fermano allo Spizzico del pianterreno.
      Più in fondo, scrupolosamente appartati credo per non disturbare, ci sono un padre e una madre intenti a litigare con un bel po’ di bambini. La discussione ruota attorno al cibo, ovviamente. Ai bambini era stato promesso un menu McDonald’s, adesso i genitori hanno scoperto che questo autogrill è privo di cheeseburger e patatine fritte. Allibiti loro per primi, cercano di provare la loro buonafede ai figli. Senza grossi risultati. Le grida di ingiustizia fanno aggrottare più di un sopracciglio fin dalle mie parti. Mi sono scelto uno dei pochi tavoli che danno direttamente sul vuoto sottostante. Vicino a me ho due uomini che potrebbero fare i consulenti aziendali o qualsiasi altro lavoro del genere, due colleghi, di sicuro amici da come parlano. Stanno rientrando per il fine settimana, immagino da Milano, dove non l’hanno ancora detto. Il più giovane sta spiegando all’altro che non ha nessuna voglia di tornare a casa. Brutta storia. Cerco di mettere più spazio tra me e loro, di concentrare altrove la mia attenzione. «Dopo cinque giorni con lei, solo l’idea di suonare il campanello mi fa star male. Ma come faccio? E i bambini?» continua l’uomo più giovane. Brutta storia.
      Guardo sotto il ponte. Nella sua pancia passano saette illuminate a un ritmo abbastanza costante, fari gialli nelle tre corsie verso Venezia, luci rosse nelle altre tre verso Milano. Compaiono e scompaiono nel muro di nebbia che mi lascia vedere giusto i primi cento metri di asfalto, il parcheggio, un pezzettino dell’area dei Tir. Sposto il piatto, mi spingo col naso fin quasi sul vetro. E’ come se le auto attraversassero il mio corpo. Ne conto 102 in un minuto. Arrotondo per difetto a 100. Quindi, grosso modo, nell’ora della mia pausa pranzo, 6.000 macchine mi attraverseranno da parte a parte, trasportando vite in tutto simili alla mia, a quella dei due tizi qui accanto, dell’artigiano qui dietro, della famigliola là in fondo, vite umane chiuse dentro capsule che schizzano come impulsi di luce dentro la stessa pioggia orizzontale, vite che in quelle capsule fumano, telefonano, ascoltano musica, s’ignorano, si sentono sole, pensano, aspettano solo di arrivare.
      Il popolo dell’autostrada è un organismo semplice, abitudinario, un corpo di milioni di persone che ragiona con la stessa testa. A quest’ora ci si ferma. Non importa per mangiare cosa, non importa in quale punto della rete: la pausa pranzo non serve allo stomaco, è un ristoro psicologico, è sacra, e ha la sua precisa liturgia. Si esce dalla capsula, ci si stiracchia come appena svegli, ci si rimette il cappotto (i viaggiatori occasionali li si riconosce perché lo tengono addosso anche mentre guidano) e si va alla toilette. Dopo ci sarà la scaloppina precotta, il caffè di nuovo giù al bar, il giretto lento, meditativo, nelle corsie dei beni di conforto (biscotti, salatini, cioccolata). Tutto dopo. Prima però c’è il passaggio obbligato ai bagni. La pulitrice appoggiata al banco, i guanti di lattice ancora su, la radio accesa, il piattino per le mance. Mi chiedo spesso se queste signore vedono ciò che guardano, se viaggiano un po’ nelle migliaia di viaggiatori che ogni giorno passano davanti al loro banco, se ascoltano davvero la radio oppure si divertono a immaginare da quale ascensore è uscita quella ragazza stamattina, dove sarà l’ultima consegna di quel corriere stasera, chi riceverà tutti i regali che quella nonna ha chiesto di tenere un attimo in custodia perché non si fidava di lasciarli neanche nel bagagliaio, eccetera eccetera. Alle volte penso che la mancia vada data per la quantità di storie che la testa della signora dei bagni, della viaggiatrice immobile, è costretta a contenere. Breve parentesi a proposito di quantità: prima, frugando nelle tasche poteva capitare di estrarre al massimo 500 lire, adesso, se ci si trova in mano una moneta da 2 euro, che si fa? La si rimette in tasca in faccia alla pulitrice? Si spendono quasi 4.000 lire per fare pipì? Si preparano gli spiccioli, vigliaccamente, prima di entrare in bagno? Ecco, in questo caso il popolo dell’autostrada non reagisce in modo univoco, lo si nota soprattutto dai diversi tipi di grazie pronunciati di risposta.
      Intanto qui sopra, al self- service, i due amici continuano a scavarsi dentro, a dirsi cose che mi costringono sempre un po’ più in là, sempre più a ridosso del vetro. Gli volto le spalle e mi siedo in direzione delle scale. Stanno salendo due uomini e una coppia. Prendono i vassoi e si mettono in coda al banco dei primi, tutti con la stessa espressione di sfinimento e gratitudine dipinta in faccia. La donna si sposta al banco delle insalate, contempla gli olii, poi prende su quello al peperoncino e si concede uno sfizio. Aspetta il compagno alla cassa e insieme scelgono un tavolo nella zona dei camionisti. Ecco, anche l’odio per i camionisti scema in autogrill. Voglio dire, sono gli stessi mostri che mi hanno fatto morire di paura solo oggi almeno una decina di volte (sbandate, sorpassi, cambi di corsia senza freccia), magari qualcuno di questi qua dietro è lo stesso cui ho mostrato il medio mezz’ora fa. Eppure a vederli così, scesi dalle loro torri, nei loro maglioncini di pile, gli occhi arrossati, il caffè corretto col succo a base di taurina per combattere il sonno, insomma mi verrebbe quasi da chiedergli scusa. Chissà in quale parcheggio sconteranno il week-end. Andrà senz’altro meglio alla coppia che si è seduta accanto a loro: aria da gitanti de cultura, diretti verso qualche mostra, qualche ciclo di affreschi. Lui, lasagna da professore pacioso; lei, insalata da magra ideologica, ma attenzione, con l’olio al peperoncino. Gli unici, insieme alla famigliola, che non scaricheranno a piè di lista questa sosta sul ponte di Scaligera Sud.
      Fuori, la nebbia ci tiene come appiccicati al cielo. Camionisti, gitanti, agenti di commercio, attori, pendolari, come tanti cosmonauti solitari, taciturni, stretti insieme sulla stessa piattaforma spaziale, per qualche attimo riscaldati dalla reciproca compagnia, prima che le capsule si richiudano e ci riportino in viaggio. «Insomma, è sempre tua moglie – dice il tizio accanto a me all’amico più giovane -, riduci le trasferte». «Sì, hai ragione – risponde l’altro -, è sempre mia moglie. Ridurrò le trasferte. O forse glielo dirò». E insieme si alzano, indossano il barbour, piegano le ricevute e si accingono ad affrontare il gelo siderale della strada.


      www.maurocovacich.it

      4.300 I PUNTI di ristoro, sparsi in quindici Paesi e non solo sulle autostrade. L’Italia pesa per un terzo del fatturato complessivo. Le persone che collaborano per gli autogrill sono oltre 41 mila. Gli Autogrill sono nati ventisei anni fa «Dopo 5 giorni con lei come farò a tornare da mia moglie? Ma i bambini?»
      684 MILIONI i clienti dei vari Autogrill che sorgono
      in tutto il mondo. Complessivamente vengono serviti 260 milioni di caffè, 238 milioni di pasti, 55 milioni di tranci di pizza e 64 milioni di panini

      102 LE AUTO contate durante un minuto della pausa pranzo all’Autogrill Scaligera Sud. Arrotondando a 100 si può stimare che in un’ora, in quel punto della Milano-Venezia, passino almeno seimila automobili
      500 LIRE era la mancia tradizionale che si lasciava al personale che custodisce e tiene puliti i gabinetti negli autogrill. Con l’avvento dell’euro anche questo è più costoso: minimo bisogna lasciare 50 cent, cioè quasi mille lire


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