L’Italia che lavora si ferma il 16 aprile

27/03/2002





L’Italia che lavora si ferma il 16 aprile

di 
Felicia Masocco


 Martedì 16 aprile l’Italia si ferma. È questa la data dello sciopero generale unitario di 8 ore scelta da Cgil, Cisl e Uil contro i licenziamenti facili, le norme sull’arbitrato il taglio dei contributi per i nuovi assunti su cui il governo ha deciso di andare avanti a testa bassa spingendo sull’acceleratore dello scontro sociale fino a rendere inevitabile per i sindacati il ricorso allo strumento più duro. La decisione è stata presa martedì in tarda mattinata in una segreteria unitaria e a stretto giro di posta ecco che alle confederazioni si sono unite altre sigle, quella dell’Ugl vicina ad An, e quella del Sin Cobas. Sciopero generale per i diritti dei lavoratori, e contro il terrorismo mobilitazione unitaria mercoledì in tutte le città con manifestazioni e fiaccolate. A Roma in particolare, con appuntamento in Campidoglio e sfilata fino a Piazza Navona dove parleranno Cofferati, Pezzotta e Angeletti. Poi il Primo maggio a Bologna, teatro dell’efferato assassinio di Marco Biagi. Alla fiaccolata di questa sera Cgil, Cisl e Uil hanno invitato i presidenti del Senato e della Camera, Pera e Casini. Questa la loro risposta: «Ribadiamo che l’impegno contro il terrorismo è patrimonio comune delle formazioni sociali e dei partiti politici», hanno scritto in un messaggio per i tre leader sindacali, «il terrorismo – proseguono – è in primo luogo un attacco allo Stato, alla democrazia, alle nostre istituzioni, che siamo tutti fermamente impegnati a difendere». Un appello all’unità, il riconoscimento al sindacato del ruolo storicamente svolto contro la violenza.
Ed è in nome di questo comune fare e sentire che i sindacati si sono ricompattati. Dopo la storica manifestazione della Cgil di sabato scorso, dopo le dichiarazioni polemiche tra le tre confederazioni che pure l’hanno accompagnata, il sindacato ha infatti ritrovato l’unità, per i diritti e contro il terrorismo, ma soprattutto per respingere l’aggressione senza precedenti subita dal movimento dei lavoratori da parte di alcuni esponenti del governo Berlusconi. Contiguità con i terroristi, collusioni, ambiguità: accuse rivolte non solo alla Cgil, ma a tutto il sindacato. Le scuse chieste, la «smentita» reclamata prima da Cofferati e poi dai suoi colleghi di Cisl e Uil e martedì ribadita da tutti non è arrivata. Nessun chiarimento ritenuto «sufficiente», piuttosto nuove accuse questa volta direttamente dal
premier: la democrazia non ammette «scorciatoie con colpi di piazza o colpi di pistola», ha detto. Piazza e pistole, un’equazione terribile. «Affermazioni gravi e inquietanti» per la segreteria della Cgil, «l’accostamento è inaccettabile. Ripropone l’idea che l’esercizio di un diritto costituzionale sia equivalente alla pratica distruttiva del terrorismo». Ancora: «È disprezzo verso le persone e le organizzazioni», dice la Cgil, disprezzo «destinato a creare ulteriori divisioni tra il governo e il paese e a provocare l’inasprimento del conflitto sociale». Piazza e pistole. Quanto allo sciopero viene irriso dal premier. «Generale? Sarà parzialissimo». La manifestazione di sabato? «Una gita pagata a chi ha partecipato». «Era meglio tacere», per il numero due della Uil Adriano Musi, «è la risposta di chi vuole chiudere il dialogo, di chi lo vive come un fastidio e non è disposto ad ascoltare le ragioni degli altri». Durissima anche la Cisl con Raffaele Bonanni: «Berlusconi deve capire che è ora di dire basta al circolo vizioso degli slogan, delle provocazioni e delle contumelie». Il premier «preferisce dividere il paese» aggiunge Pierpaolo Baretta, anche lui della segreteria Cisl. E pensare che a Berlusconi sarebbe bastato dividere la Cgil, da Cisl e Uil. Martedì, nella sede Uil dove si è tenuta la segreteria unitaria, Sergio Cofferati e Savino Pezzotta sono tornati a parlarsi; il leader Cisl ha esposto la linea adottata, a nome di tutti: l’«impegno del sindacato contro i terrorismo non è mai venuto meno, né verrà meno», ha spiegato, «Cgil, Cisl e Uil non hanno bisogno né di sollecitazioni, né di inviti», «nell’esecutivo c’è chi cerca lo scontro», taglia corto Pezzotta. E fa lui una sollecitazione, «è venuto il tempo che i terroristi siano arrestati e condannati». Altro che delazioni e denunce da parte dei sindacati. Il «chiarimento» del governo non c’è stato, in compenso l’articolo 18 è sempre lì: «Ripartiamo dallo stralcio – afferma il leader Uil Luigi Angeletti – non abbiamo cambiato opinione. Se il Parlamento dovesse approvare la delega, la Uil promuoverà un referendum abrogativo».




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