L’Istat: Pensioni? falsa emergenza

19/12/2003



      19 dicembre 2003

      L’Istat: Pensioni? falsa emergenza
      L’Istituto nazionale di statistica registra la diminuzione del rapporto tra pensionati e occupati. Diminuzione che va avanti da cinque anni. Falso l’allarme del governo, ma non vuol dire, spiegano i ricercatori, che non ci sarà la «gobba». Circa il 30% delle pensioni non arriva a 500 euro al mese. Il 35,2% sta tra i 500 e i 999 euro. Il fenomeno delle doppie pensioni
      PAOLO ANDRUCCIOLI


      Dal 1997 al 2002 il rapporto tra pensionati e occupati è diminuito costantemente in tutte le zone del paese, anche se ci sono notevoli differenze territoriali. Nel 1997, due anni dopo la riforma Dini, in Italia c’erano 78 pensionati ogni 100 occupati. L’anno scorso la percentuale si era abbassata di cinque punti, passando a 73 pensionati su ogni cento occupati. Una riduzione del rapporto tra pensionati a carico del sistema e occupati attivi «contribuenti» del sistema che è stata più accentuata nelle regioni del centro (-12,9%) e più contenuta al nord (-6,4%) e nelle regioni meridionali (-4,7%). Nonostante le differenze, emerge però un dato che sembra generalizzabile e che potrebbe mostrare una tendenza. E’ uno dei risultati dell’indagine Istat sui beneficiari delle prestazioni pensionistiche che è stata presentata ieri a Roma. Mercoledì era stata la volta dei poveri. Ieri – forse per una qualche affinità elettiva – è stata la volta della fotografia dei pensionati italiani. I dati Istat mostrano infatti tutte le prestazioni «in essere», cioè concretamente erogate in questo momento da tutti gli istituti previdenziali (la fonte primaria è il
      Casellario centrale dei pensionati dell’Inps). Al 31 dicembre dell’anno scorso i titolari di pensioni erano 16.345.493, con una leggera diminuzione (-0,1% rispetto al 2001). Complessivamente per pagare tutte le pensioni ci sono voluti 189.295 milioni di euro, con un tasso di variazione del 4,6%. Nell’ambito delle diverse tipologie si registrano anche significative diminuzioni di alcune prestazioni. Nel corso del 2002, per esempio, sono risultate in diminuzione le pensioni di invalidità, che sono calate del 9,3% e le prestazioni «indennitarie» (cioè basate sulle indennità) che sono diminuite a loro volta dell’11%.

      La domanda è quindi venuta spontanea: visto che i dati statistici dell’Istat mostrano una diminuzione del rapporto tra pensionati e occupati non saranno magari esagerati tutti gli allarmi sull’imminente catastrofe finanziaria del sistema pubblico? Non saranno cioè forzate le spinte a una nuova riforma? Naturalmente i responsabili dell’indagine dell’Istat non hanno voluto dare valutazioni politiche. E non si sono sbilanciati in proiezioni per il futuro. Noi, hanno spiegato ieri durante la conferenza stampa, registriamo i dati di questi anni, non produciamo modelli per il futuro. In realtà, ci spiega il professor Gianni Geroldi, docente all’Università di Parma ed esperto di sistemi previdenziali, non si tratta tanto di fermarsi al rapporto tra pensionati e occupati. Per comprendere e possibilmente prevedere ciò che succederà nei prossimi anni al sistema della previdenza (fino al 2050), è necessario tenere conto di tanti altri fattori come il tasso di natalità, il saldo migratorio, la crescita della produttività e in generale le questioni demografiche. Una proiezione al futuro utilizzando solo i dati demografici sarebbe comunque assurda perché ci farebbe pensare a una società di soli anziani, mentre le cose saranno diverse a causa (per merito) dell’aumento del lavoro delle donne e in generale dell’allungamento dell’età lavorativa. Tutti fattori che smorzerebbero, almeno parzialmente il peso del tasso di dipendenza degli anziani.

      In ogni caso, anche fermandoci solo al presente, l’Istat ci consegna una fotografia della realtà alquanto diversa da quella abitudinaria che viene usata nella propaganda politica. L’altro elemento che spicca riguarda l’entità monetaria delle pensioni. In genere, quando si discute di questo argomento, si fa capire che in Italia ci sarebbe una massa di privilegiati che vive sulle spalle della collettività, o meglio della collettività che lavora e versa i contributi, perché gli altri (quelli che non versano i contributi) sono totalmente irresponsabili. In realtà le pensioni degli italiani sono per la maggior parte delle pensioni povere. Nella figura che vi proponiamo in questa pagina (tratta dall’indagine Istat), si vede con chiarezza che il 27,1% delle pensioni non arriva a 500 euro al mese. Il 35,2% dei pensionati vive con una rendita che va da 500 a 999 euro al mese. Certo esistono anche le pensioni ricche e le doppie o triple pensioni. Nei dati dell’Istat risulta per esempio che il 6,8% delle pensioni va dai 2000 euro in su. Tra queste ci sono anche le cosiddette «pensioni d’oro» che però sono un piccolissima parte e che lo stesso governo in carica ha voluto parzialmente toccare. Ci sono poi anche i fenomeni di doppie e triple pensioni che però bisogna stare attenti ad analizzare.

      La maggior parte dei pensionati (47,3%) riceve solo la pensione di vecchiaia. Il 69,4% del complesso dei pensionati riceve una sola pensione, il 23,9% ne cumula due e il 6,7% è titolare di almeno tre pensioni. Questi dati potrebbero far gridare subito allo scandolo. In realtà tra queste doppie e triple pensioni si nasconde anche qualche furbo (in determinati ambienti spesso dell’amministrazione pubblica). Ma ci sono anche banalmente casi di pensioni povere che si cumulano. Esempio: una donna che percepisce una sua pensione bassa di vecchiaia e che ha cumulato con la reversibilità quella del marito deceduto. Tra i dati Istat troviamo anche il fenomeno delle pensioni di anzianità. In Italia è ancora un tipo di pensione che «copre» una parte della popolazione. Ma da noi, a differenza degli altri paesi europei, tutte le altre pensioni assistenziali, tipo l’invalidità, sono molto minori, un fenomeno tutto sommato relativo.

      Infine qualche dato sul territorio: il 47,4% dei pensionati risiede al nord (circa 7,7 milioni di persone). Il 30% risiede al sud e il 19,5% nelle regioni centrali. 504 mila pensionati risiedono all’estero.


      scheda


      PENSIONI DI TANTI TIPI
      Le pensioni sono un universo variegato. Ne esistono di vari tipi. La più comune è la pensione di vecchiaia corrisposta ai lavoratori che raggiungono l’età stabilita dalle legge nella gestione di riferimento e che hanno anche i requisiti contributivi minimi. Esistono poi le pensioni di anzianità pagate a chi ha maturato anzianità di versamenti contributivi. Altra tipologia è quella delle pensioni di invalidità. Sono di due tipi: a) gli assegni di invalidità erogati in presenza di infermità – fisica o mentale – che provoca una riduzione permanente della capacità di lavoro a meno di un terzo «in occupazioni confacenti alle attitudini del lavoratore»; b)le pensioni di inabilità pagate quanto l’infermità provoca «un’assoluta e permanente impossibilità a svolgere qualsiasi lavoro». Vi sono poi le pensioni di invalidità civile: sono pagate ai cittadini con redditi insufficienti e con una riduzione della capacità di lavoro o di svolgimento delle normali funzioni quotidiane superiore al 73%. Altra categoria sono le pensioni indennitarie: sono corrisposte a seguito di un infortunio sul lavoro, per causa di servizio o malattie professionali. Le pensioni possono anche essere erogate ai superstiti di un pensionato. In questo caso si parla di pensioni ai superstiti. Infine le pensioni assistenziali: comprendono le pensioni sociali, gli assegni sociali, le pensioni e le indennità ai non vedenti civili, ai non udenti civili, agli invalidi civili e le pensioni di guerra, comprensive degli assegni di medaglia d’oro
       
      IL SESSO E L’ETA’
      Rispetto al 2001 risulta leggermente in crescita l’importo complessivo delle pensioni per le donne. Nel 2001 l’Istat registrava infatti tra i pensionati il 47% di maschi che percepiva il 56% dell’importo annuo. Le donne erano il 53% e percepivano il 44% dell’importo. L’anno successivo, nel 2002, i maschi erano ancora il 47%, ma percepivano un po’meno, per la precisione un punto in meno (55%). Le donne eranoancora il 53%, ma percepivano qualcosa di più, il 45% invece del 44 dell’anno precedente. Tutte cifre relative e in percentuale perché gli assegni reali delle pensioni delle donne stanno quasi sempre sui livelli più bassi. Complessivamente il 66,3% di tutti i beneficiari dei trattamenti pensionistici è concrentrato nella fascia di età che va dai 65 ai 79 anni. Il 17,4% dei pensionati è ultraottantenne.

      Se questo è il grosso dei beneficiari delle pensioni, ovvero di persone che stanno nella fascia di età tra i 65 e gli ottanta e oltre anni, una parte di «giovani» pensionati esiste ancora nel sistema italiano. L’Istat rileva infatti che il 30,2% dei percettori dei vari trattamenti (vecchiaia, invalidità, reversibilità, assegni assistenziali, indennità di vario tipo) ha un’età compresa tra i 40 e i 64 anni. E c’è perfino un 3,5% che ha meno di 40 anni. La maggior parte dei pensionati italiani, il pensionato medio, percepisce una rendita che va dai 500 ai 1000 euro al mese.