L’Ires accusa: poca produttività in busta

08/10/2002



          8 ottobre 2002


          ITALIA-LAVORO


          L’Ires accusa: poca produttività in busta


          MILANO – La politica dei redditi ha tutelato il potere d’acquisto dei salari, ma solo una quota assai ridotta della produttività è stata ridistribuita, e per di più in modo utilaterale. A quasi dieci anni dall’accordo del ’93 e in pieno dibattito sulla necessità di rivedere il modello della contrattazione, uno studio dell’Ires-Cgil (verrà presentato entro la fine delle mese) analizza l’andamento dei salari, dell’inflazione e della produttività e traccia un bilancio nel complesso positivo della politica dei redditi, anche se resta da risolvere il nodo della produttività e degli inquadramenti professionali. Ripercorrendo – spiega Agostino Megale presidente dell’Ires-Cgil – «sulla base dei dati Istat, i salari contrattuali nel periodo 1993-2001 emerge che questi hanno tenuto (-0,1%), mentre le retribuzioni di fatto sono cresciute dello 0,4%». Se, dunque, la contrattazione ha difeso i salari non è, però, riuscita a spostare quote significative di produttività. E anche quando questo spostamento si è verificato, è avvenuto in modo unilaterale, deciso cioè direttamente dalle aziende. La conferma arriva dal dato sullo slittamento salariale, vale a dire la differenza tra il salario contrattato a livello nazionale e il salario di fatto, passato dall’11% del 1982 al 30% del 2001 (si veda la tabella di fianco). Un fenomeno che, secondo la ricerca, coinvolge in modo trasversale i tecnici e gli impiegati del Centro Nord ma anche gli operai specializzati. Accade così che un numero sempre più rilevante di figure professionali sfuggono alla negoziazione e ai parametri di salario professionale previsti dagli inquadramenti contrattuali. Inquadramenti che, datati 1972, sono ormai superati e inadeguati a rappresentare il mercato del lavoro. Ecco allora che fuori dalla querelle tra chi afferma l’irrinunciabilità della contrattazione nazionale e chi, invece, spinge sul potenziamento di quella decentrata (sia territoriale, aziendale o settoriale), a metà tra chi sostiene che la produttività deve essere ridistribuita solo a livello nazionale e chi la sposta al secondo livello, arriva la proposta dell’Ires che punta a ricucire l’unità sindacale. «Sarebbe opportuno – spiega Megale – che almeno l’1% di produttività venisse utilizzato per realizzare una grande riforma dei salari professionali in Italia, ridefinendo gli inquadramenti nei contratti nazionali». Così si rilancerebbe – è la tesi dello studio – una politica contrattuale capace di difendere e rafforzare il contratto nazionale e al tempo stesso si difenderebbe il secondo livello contrattuale, «nell’auspicio – spiega Megale – che si evitino contratti separati». Anche perché, nonostante la sostanziale tenuta dei salari, lo studio dell’Ires denuncia l’erosione delle retribuzioni da parte della pressione tributaria che, in progressiva crescita negli ultimi dieci anni, è passata dal quasi 16% del 1990 a più 19% nel 2001. Unica eccezione il 1999/2000, anno nel quale è stata registrata una flessione al 18% circa.
          Serena Uccello