L´ira degli altri ministri “Ora Giulio deve cedere”

07/10/2002


DOMENICA, 06 OTTOBRE 2002
 
Prima Pagina e Pagina 3 – Economia
 
IL RETROSCENA
 
L´ira degli altri ministri "Ora Giulio deve cedere"
 
        Lo scontro sulla Finanziaria può sconvolgere gli equilibri con le parti sociali e nella maggioranza
              
        L´ultima guerra di Giulio allarma Berlusconi e gli alleati
MASSIMO GIANNINI  

 
ANTONIO D´Amato dice: «Questa è una delle Finanziarie peggiori che siano mai state scritte». Eppure, al maxi-convegno della Confindustria di Parma prima delle elezioni aveva allegramente duettato con Berlusconi, e insieme avevano convenuto: «Il nostro programma è il vostro programma». Lo stesso Berlusconi, capo di un governo di centrodestra, sentenzia «le pensioni non si toccano». Nelle stesse ore Piero Fassino, leader del più grande partito della sinistra, segnala «l´urgenza di una riforma previdenziale». Antonio Fazio dichiara «non smantellate lo Stato sociale», ma da almeno cinque anni la sua Banca d´Italia denuncia le storture del nostro «Spaghetti-Welfare». Forse ha davvero ragione Massimo Cacciari: qualche strana cometa, nell´ultima settimana, deve aver attraversato i cieli del Belpaese stravolgendo quello che sembrava «l´ordine delle cose».
C´è grande confusione. E la situazione non è affatto eccellente. Tra le contraddizioni del momento, la prima è sicuramente la più clamorosa. Forse il botta e risposta tra D´Amato a Capri e Giulio Tremonti a Roma non consuma ancora il divorzio definitivo tra governo e Confindustria. Ma ne è sicuramente l´anticamera. Siamo a un passo dalla rottura. Una rottura anche peggiore di quella che si aprì dopo il ’96 tra la Confindustria di Fossa e il governo ulivista di Prodi. Il tono volutamente acido e sprezzante usato dal ministro dell´Economia («In Confindustria non hanno letto la Finanziaria») è un colpo al cuore inferto al tentativo di riconciliazione che lo stesso premier ha avviato mercoledì scorso, per ricucire lo strappo con Confindustria dopo la Finanziaria. La replica volutamente stizzita e irridente pronunciata dal leader degli industriali («Proprio perché l´abbiamo letta diciamo che è una delle peggiori») segnala una radicale inversione di linea da parte delle imprese, che rischia di essere destabilizzante per un governo al quale le parti sociali, una alla volta, stanno ritirando la fiducia.
Il Cavaliere è preoccupato. Ma confida nelle sue capacità affabulatorie. «Sapete com´è Giulio, ha fatto una battuta. Troverò un´intesa con la Confindustria, e anche con Cisl e Uil». D´Amato, Pezzotta e Angeletti, per ora, sono ancora in attesa di avere una risposta alle tre lettere che hanno mandato a Palazzo Chigi, per ridiscutere l´impianto della Finanziaria, che non regge da nessuna parte, dal Sud agli incentivi allo sviluppo. Per non parlare delle riforme strutturali e del rigore finanziario. Che le cose si stessero mettendo male, D´Amato lo aveva capito fin dall´ultimo incontro che il governo aveva convocato con le parti sociali per presentare la manovra, due settimane fa. Nel bel mezzo della riunione, Berlusconi gela i presenti con uno dei suoi pensieri in libertà: «Riforme, riforme, che riforme chiedete? La spesa sociale non la tocchiamo. E non state tanto a preoccuparvi del debito pubblico: ne abbiamo una montagna di qualche milione di miliardi, che volete che sia se anche nel 2003 cresce di altri 2 o 3 miliardi di euro?». Tocca a Gianni Letta, come gli capita spesso, fare il pompiere: «Presidente, che dici? Non scherzare, che poi qualcuno ci crede…». Non scherzava. E´ stato in quel momento che D´Amato ha avuto la conferma che con la Finanziaria di quest´anno il governo avrebbe risanato poco o nulla, e soprattutto avrebbe messo le mani solo nelle tasche delle imprese.
E´ tornato a spiegarglielo mercoledì scorso, in un concitato faccia a faccia a Palazzo Grazioli. Il leader di Confindustria si è presentato con la sua brava cartelletta, piena di tabelle e di numeri, per dimostrare che il ceto produttivo, con questa manovra, rimedia davvero una stangata. «Quale stangata!», ha tagliato corto Berlusconi. E D´Amato ha aperto la sua cartelletta e ha snocciolato i suoi numeri: il rifinanziamento degli interventi al Sud e nelle aree depresse è di 8,6 miliardi di euro nel triennio 2003-2005, ma le nuove risorse sono concentrate tutte sull´ultimo anno. Per i prossimi due anni sul piatto, per le imprese, ci sono rispettivamente 520 e 540 milioni di euro. «Una mancia, niente di più», è stato il commento di D´Amato. Poi l´affondo, con un premier sempre più inquieto: «E infine, presidente, il tuo governo ci bastona due volte. Con il decreto sulla Dit e la Superdit colpisci le grandi aziende, con la trasformazione dei contributi a fondo perduto in prestiti al tasso minimo dello 0,50% colpisci le piccole. Così mi metti nei guai: come reggo la mia base, in queste condizioni?». Il leader ha rispiegato al Cavaliere, per l´ennesima volta, la partita delicatissima che si sta giocando dentro Confindustria. L´ha portata senza esitazioni sulla linea del governo. Hanno scritto insieme il Dpef, al punto che interi pezzi di quel documento portavano la firma di diversi dirigenti di viale Astronomia. Hanno firmato il Patto per l´Italia, che D´Amato ha benedetto come «una riforma storica, la prima vera di questi ultimi 30 anni». «Se adesso non porto a casa niente – è stato il ragionamento – chi li tiene più, i miei associati?».
Berlusconi ha capito. E infatti è uscito dall´incontro dichiarando «la Finanziaria si può modificare». Anche perché, nel frattempo, ha subito la pressione costante dei centristi: «Silvio – ha insistito al telefono Marco Follini – non possiamo trascurare il malessere delle parti sociali. A Confindustria, Cisl e Uil dobbiamo dare una risposta. E possibilmente dobbiamo dargliela positiva». Il premier si è convinto. E così ha lanciato anche un messaggio rassicurante a Cisl e Uil sulle pensioni. Anche perché, nelle stesse ore, Pezzotta ha parlato con Gianfranco Fini, per ripetergli un concetto che aveva già anticipato a Palazzo Chigi prima di firmare il Patto per l´Italia, il 5 luglio: «Ricordatevi bene una cosa, io reggo fino in fondo lo scontro con Cofferati e Epifani a una sola condizione: che non andiate a toccare le pensioni. Se lo fate, non tengo la Cisl, e ve la ritrovate in piazza con la Cgil». Forse è anche per questo che Fassino, paradossalmente, ora sfida il governo a «toccare le pensioni»: l´Ulivo, in piena asfissia politica, ha bisogno come l´aria dell´unità sindacale. E un attacco del centrodestra sulla previdenza, allo stato attuale, sarebbe l´unico modo per rimettere insieme le tre confederazioni. Il quadro, alla vigilia del convegno di Capri, sembrava quindi in tendenziale stabilizzazione. Il ministro delle Attività produttive Marzano, appena sbarcato sull´isola sabato sera, si era premurato di rassicurare a cena i suoi ospiti confindustriali, già galvanizzati dall´inatteso affondo di Pera contro il governo: «Tranquilli, domani faccio un discorso che riapre il dialogo sulla Finanziaria».
Come spesso gli capita in questi ultimi tempi, Marzano – e con lui l´intero stato maggiore di Confindustria – non ha calcolato il fattore-Tremonti. La stessa scelta di convocare una conferenza stampa al Tesoro, in contemporanea con il convegno confindustriale, è stato un modo per contro-bilanciare il rito mediatico di Capri. Ma Tremonti non si è fermato alla forma. Ha affondato il colpo nella sostanza, creando con il suo ruvido sarcasmo le premesse per lo scontro frontale con D´Amato. «Uno scontro di cui francamente non si sentiva il bisogno – ragiona Follini – e che ora esige una ricomposizione. Un governo saggio, a questo punto, modifica la Finanziaria, e viene incontro alle richieste di Confindustria. Per quanto ci riguarda, annuncio fin da ora che l´Udc farà una battaglia in Parlamento per modificare almeno la norma sulla trasformazione dei contributi a fondo perduto in prestiti». La stessa cosa, verosimilmente, la farà An. E soprattutto, non si esclude una discreta «moral suasion» del Quirinale: Ciampi batte da giorni sul tema dello sviluppo, e per definire la situazione del Mezzogiorno usa non per caso un aggettivo che pesa: «inaccettabile».
La vera incognita, a questo punto, è di nuovo Tremonti. L´anello debole della catena di governo, su cui si concentrano le pressioni e le insoddisfazioni più profonde nella maggioranza e nella società. Lo sconto sul pareggio di bilancio concesso dalla Ue lo ha in parte rafforzato. Ma se sulla Finanziaria si scatenasse il conflitto, nelle piazze e in Parlamento, il ministro dell´Economia tornerebbe nel mirino. «Ora deve cedere, non si deve impuntare: per il suo e per il nostro bene», dicono in coro gli alleati. Se non lo farà, rischia di entrare anche lui nel frullatore del rimpasto, che Berlusconi prepara entro la fine dell´anno: dal primo gennaio l´Italia sarà nella trojka dell´Unione, e non può arrivarci senza un vero ministro degli Esteri. Le difficoltà si moltiplicano. Il governo Berlusconi ha perso tutto il suo smalto, innovatore e riformatore. Il premier-operaio non ha più una missione, e si acconcia a una deriva sempre più populista, ormai quasi peronista. Si limita al galleggiamento, al quale uno come lui non è abituato.
Anche per questo dentro la Cdl crescono le voci sulla «gran voglia di elezioni anticipate» del Cavaliere. «Non esiste – chiosa un alto inquilino della Casa – anche perché se le facessimo adesso le perderemmo». Chirac insegna
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