L’ira degli alleati: vittime della guerra in Forza Italia

02/07/2002

2 luglio 2002



IL RETROSCENA / Nei giorni scorsi Fini si era convinto che sulle lettere del professore fosse iniziato uno scontro tra apparati dello Stato, con De Gennaro nel mirino

L’ira degli alleati: vittime della guerra in Forza Italia

      ROMA - «Un regolamento di conti. Per colpa di un regolamento di conti dentro Forza Italia, il governo è stato trascinato in una polemica che ci ha messo in grave difficoltà», e il tono irritato del ministro riflette lo stato d’animo dell’intera maggioranza, dove forse per la prima volta perfino centristi e leghisti si riconoscono nella stessa analisi politica, perché questo ieri sussurravano gli alleati del premier, consapevoli di doversi muovere per garantire anzitutto la tenuta della coalizione e dell’esecutivo, ma furibondi per il modo in cui la polemica sulle missive di Biagi ha finito per travolgere pesantemente il centro-destra. E dire che in principio nessuno a Palazzo Chigi avrebbe previsto un simile scenario. All’indomani della pubblicazione delle missive del giuslavorista assassinato dalle Br, il vice premier nei suoi colloqui riservati aveva interpretato le ultime, clamorose rivelazioni, come il frutto avvelenato di una «guerra tra apparati»: sebbene le note di Biagi chiamassero in causa il leader della Cgil, Fini aveva subito scartato l’ipotesi che si trattasse di una «resa dei conti a sinistra», «non credo sia un attacco a Cofferati», e allo stesso modo aveva considerato improbabile un’offensiva contro il governo, «perché la polemica sulle scorte c’è già stata».
      No, secondo Fini si era scatenata «una lotta tra i servizi segreti e il Viminale», con «un vero obiettivo nel mirino»: il capo della Polizia. Ora, è vero che esponenti dell’esecutivo – con una punta di malizia – avevano sottolineato a più riprese negli ultimi tempi «lo strettissimo legame» tra il ministro dell’Interno e De Gennaro, considerato «l’ispiratore di gran parte delle decisioni di Scajola, a partire dalle nomine che spettano al Viminale». Ed è anche vero che persino tra i banchi dell’opposizione c’è chi si chiedeva ieri «come mai il capo della Polizia sia riuscito finora ad attraversare indenne i fatti del G8 di Genova e l’uccisione di Biagi, per non parlare del caso Napoli»…
      Epperò nulla lasciava presagire un’evoluzione degli eventi così critica per il governo. A far precipitare la situazione – raccontano autorevoli fonti della maggioranza – sarebbero stati i commenti di alcuni rappresentanti di spicco di Forza Italia. E certo, quei commenti a caldo sulle email di Biagi prendevano di mira il segretario della Cgil, ma il vero obiettivo secondo Scajola era il Viminale, «si nascondono dietro l’attacco a Cofferati per attaccare me, questa è la verità», era sbottato il ministro: «E’ un tentativo di coinvolgermi direttamente. Qui c’è qualcuno che punta a farmi fuori». Ed è chiaro che Scajola non si riferiva all’opposizione, ed è questo il motivo di tanto nervosismo, quantomeno così nel centro-destra hanno tentato di interpretare «la gaffe» di Scajola, la sua incredibile esternazione su «quel rompicoglioni di Biagi».
      Anche ai tempi della prima Repubblica la sovrapposizione dei partiti di governo con lo Stato in alcuni casi era sfociata in scontri che avevano finito per invadere la sfera pubblica, ma gli alleati del Cavaliere non intendono attardarsi sui ricorsi storici, non vogliono pagare il prezzo di un «regolamento di conti dentro Forza Italia», non intendono più accettare che «la guerra per bande nel partito di Berlusconi» si traduca in un indebolimento della coalizione. E di segnali inequivocabili di quanto sia cruenta la lotta fratricida ce ne sono tanti, «a partire – racconta un ministro – dal braccio di ferro sulla Farnesina: contro Frattini si è scagliato Scajola, Marzano è stato fatto fuori da Tremonti. Tremonti, che prima stava con Frattini, pur di non farlo andare agli Esteri si è alleato con Scajola che pure è un suo nemico giurato…».
      E nel partito forzista la battaglia è ancora più dura, tanto che c’era ieri chi pronosticava «molti franchi tiratori» se in Parlamento si fosse votato a scrutinio segreto su Scajola. Il fatto è che «Berlusconi del suo movimento si è disinteressato, non è intervenuto a sedare la rissa» e ora – dicono esponenti del governo – «ha capito che non basta più una pacca sulla spalla per mettere in riga i suoi». E chissà se in queste ore drammatiche e frenetiche il Cavaliere avrà avuto il tempo per pensare a certi guasti di gestione, perché sarà pure adirato con il suo ministro dell’Interno, colpevole ai suoi occhi per quegli «atteggiamenti sbrigativi e rudi» che sono all’origine dell’«errore» su Biagi. E sarà pure «presuntuoso» Scajola, ma fu Berlusconi ad affidargli il partito, a dargli carta bianca, a fargli probabilmente credere di avere ancora pieni poteri sull’apparato quando già si era trasferito al Viminale.
      Ma forse il premier non avrà avuto tempo per pensarci, perché la prima, vera crisi che è costretto a gestire, sembra avere creato anche qualche dissapore con il Quirinale, dove si racconta una forte irritazione per quello che persino nel centro-destra è definito «il balletto delle finte dimissioni di Scajola». Per quanto forte sia l’irritazione, è altrettanto indiscutibile che il Colle in questi giorni non ha invitato il premier a compiere un atto risoluto e definitivo verso il titolare del Viminale, e la telefonata di Ciampi ai familiari di Biagi, nonostante marchi una netta differenza con il silenzio di Palazzo Chigi, serve anche al governo, perché è un modo di circoscrivere l’incendio.
      Ora però Berlusconi è atteso a un complicato passaggio parlamentare, perché – come ha sostenuto Fini discutendone con i suoi – «la situazione è di estrema delicatezza». Sul piano mediatico An sa di pagare un dazio per il suo silenzio sulla vicenda, ma è l’unico modo – secondo il capo della destra – di marcare una distanza senza provocare scossoni irreparabili, «e comunque la solidarietà non è un fatto automatico». Il punto è che sulla graticola ora non c’è più Scajola, c’è il governo, e gli alleati sono stati chiari con Berlusconi, dal suo discorso alle Camere si attendono che la coalizione venga risparmiata dagli «schizzi di fango» sollevati dal ministro dell’Interno. Perché nel centro-destra nessuno vuole finire ulteriormente travolto «da un regolamento di conti interno a Forza Italia».
Francesco Verderami