Liquidazioni. Come scegliere tra l’uovo e la gallina

27/07/2005
      N.30 del 28 luglio 2005
    26 luglio 2005

      PREVIDENZA – GUIDA PER CAPIRE LA RIFORMA DEL TFR

      Liquidazioni. Come scegliere tra l’uovo e la gallina

        di Guido Fontanelli

          Meglio l’uovo oggi o la gallina domani?
          E che gallina sarà, grassottella o spennacchiata? Il dubbio inizia a frullare nella testa di milioni di italiani. Non perché l’avicoltura sia tornata di moda, ma perché tra meno di sei mesi (cioè da gennaio 2006 e fino a giugno) i lavoratori delle aziende private saranno chiamati a decidere se mantenere l’attuale sistema della liquidazione o se passare ai fondi pensione.

          Una scelta che non solo manderebbe in soffitta uno strumento familiare e rassicurante, grazie al quale intere generazioni si sono comprate la prima o la seconda casetta, ma che smuove anche parecchi miliardi di euro. E quando si smuovono miliardi, c’è chi ci perde e chi ci guadagna: tra i primi, le imprese e, sembrerebbe, anche lo Stato (la Ragioneria parla di costi aggiuntivi per 3 miliardi dal 2006 al 2014); tra i secondi, i gestori del risparmio e probabilmente gli stessi lavoratori.

          Partita colossale, e se non si troverà un accordo fra governo e parti sociali (il prossimo incontro è fissato per mercoledì 27 luglio) la riforma potrebbe anche slittare. Già è preoccupante che su questo progetto aleggi con inquietante ripetitività il numero 13, non molto ben augurante: 13 milioni sono i lavoratori dipendenti coinvolti; 13 miliardi di euro il flusso di soldi che ogni anno alimenta il sistema delle liquidazioni (una forma di finanziamento a buon mercato che le aziende rischiano di perdere); e sarebbe pari al 13 per cento la percentuale di italiani pronti ad aderire al nuovo sistema, secondo un’indagine condotta dal centro di ricerca Isae, mentre un sondaggio commissionato da Panorama indica una percentuale del 17,5 per cento.
          Buona fortuna, Roberto Maroni!

          1) Che cosa succede da gennaio?
          Dal 1° gennaio ed entro giugno (salvo slittamenti) i lavoratori privati dovranno scegliere se continuare a farsi accantonare dalle aziende quasi il 7 per cento della retribuzione lorda per costruirsi la cara, vecchia liquidazione; oppure se trasferire questi soldi ai fondi pensione, facendo finalmente decollare la cosiddetta previdenza complementare che affianca il sistema pubblico (cioè l’Inps) messo in crisi dall’invecchiamento della popolazione. Se il lavoratore dice no, non cambia nulla. Se dice sì, dovrà anche indicare a chi far versare questi soldi: al fondo pensione di categoria o aziendale; a un fondo aperto, collocato da banche, società di assicurazioni, società di gestione; a un piano assicurativo offerto dalle compagnie d’assicurazione.

            Se infine il dipendente sta zitto, il suo silenzio verrà interpretato come un assenso e i suoi futuri versamenti verranno dirottati sul fondo di categoria o, se questo non c’è, in uno speciale fondo dell’Inps. Una volta intrapresa la strada del fondo non si può tornare indietro alla vecchia liquidazione. Invece chi ha detto no ma poi ci ripensa può trasferire quando vuole i versamenti nei fondi pensione. Domanda: che fine fanno i soldi accantonati finora per la liquidazione? Restano dove sono e si intascano quando ci si dimette. A meno che il lavoratore non voglia dirottare anche questi soldi verso il fondo, un’eventualità che probabilmente verrà prevista in futuro.

              2) Che cos’è il Tfr e quanto vale?
              Il vero nome della liquidazione è «trattamento di fine rapporto» (Tfr) ed è un capitale che il lavoratore ottiene quando si dimette. Uno strumento tutto italiano: solo in Germania esiste una forma simile di accantonamento a cura delle aziende. In pratica funziona così: il lavoratore rinuncia ogni anno a circa il 7 per cento della sua retribuzione lorda e questi soldi vengono accantonati dall’azienda. Quando ci si dimette, l’impresa restituisce il denaro applicando una rivalutazione pari al 75 per cento dell’inflazione annua più l’1,5 per cento. Sembra difficile ma non lo è: poniamo che ora l’inflazione sia dell’1,7 per cento. Il 75 per cento di 1,7 è 1,2. Sommando 1,5 si arriva a 2,7. Tolte le tasse, il valore è 2,4 per cento: questo è il tasso con cui si rivaluterebbero quest’anno i versamenti nella liquidazione. Non è un interesse basso se messo a confronto con altre forme di investimento. Ed è un sistema sicuro che garantisce la protezione matematica dal carovita se l’inflazione resta sotto il 6 per cento.

              Ma è anche un modo economico per finanziare le imprese, che se dovessero farsi prestare gli stessi soldi dalle banche si sentirebbero chiedere un interesse del 5-6 per cento. E poiché si parla di flussi da 13 miliardi di euro all’anno, è chiaro perché la Confindustria non sia proprio entusiasta della riforma. Quando lascia l’azienda, il lavoratore riceve dunque questo capitale rivalutato su cui paga un’imposta calcolata in base agli anni di lavoro in azienda e che varia da caso a caso. Un dipendente con uno stipendio lordo annuo di 28 mila euro e 17 anni di anzianità incassa per esempio 28.160 euro di liquidazione lorda, sui cui pagherà il 23 per cento al fisco.

              3) Dove vanno i soldi se si cambia sistema?
              Vanno ad alimentare le casse dei fondi pensione: sono circa 600 di cui una parte, 134, di nuova generazione, mentre gli altri si stanno adeguando alle nuove regole. In tutto contano circa 2,8 milioni di iscritti. I fondi «chiusi» o «negoziali», come quello dei metalmeccanici, il più grande, sono in genere frutto di un accordo tra i sindacati di una categoria e i datori di lavoro. Non gestiscono direttamente i soldi ma lo fanno attraverso grandi società di gestione, banche, assicurazioni. I fondi aperti, disponibili per chiunque, sono invece gestiti direttamente da società finanziarie, banche, compagnie assicuratrici.

                Spesso offrono più linee di investimento: obbligazionaria, mista, azionaria… Se si cambia lavoro, si potrà passare a un altro fondo di categoria senza oneri. C’è da fidarsi? Il rischio che qualcuno scappi con la cassa è remoto: con i fondi di investimento non è mai successo. Semmai il gestore può fare peggio dei mercati. Comunque, sui fondi vigila la Covip, Commissione di vigilanza sui fondi pensione (www.covip.it): ora sapete con chi prendervela, nel caso.

                4) Che vantaggio c’è a cambiare?
                Iniziamo con le basi: la liquidazione è un uovo sicuro che si ottiene ogni volta che ci si dimette. Ma è un uovo su cui si pagano imposte superiori al 20 per cento: se mi danno 10 mila euro di liquidazione dopo 5 anni di lavoro, ne pago oltre 2 mila in tasse. Il fondo è invece qualcosa che potrebbe diventare una gallina: bisogna però aspettare fino alla pensione. Ma è anche un uovo: nel senso che quando si va in pensione, si può chiedere di avere subito il 50 per cento del capitale maturato. Su questi soldi le tasse sono al massimo del 15 per cento, e possono scendere fino al 9 per cento in base agli anni di versamenti nel fondo. Quindi: meno tasse rispetto al Tfr.

                  Inoltre, come con la liquidazione, il lavoratore può chiedere un anticipo prima di andare in pensione: fino al 75 per cento per spese sanitarie, fino al 50 per cento per la casa e fino al 30 per cento per altre esigenze personali. Fin qui gli elementi sicuri (salvo modifiche del decreto). Poi c’è da considerare il rendimento: quanto rendono i fondi pensione? Convengono o no? La risposta naturalmente non esiste, perché l’andamento dei fondi dipende dai mercati. Luigi Scimia, presidente della Covip, ha dichiarato al Corriere della sera che «nel lungo periodo è molto improbabile» che i fondi rendano meno del Tfr. Per ora non è proprio andata così: negli ultimi 5 anni le liquidazioni si sono rivalutate del 15,8 per cento, più della media di tutti i fondi pensione.

                    Ma è anche vero che i grandi fondi di categoria, come il Cometa dei metalmeccanici o il Fonchim dei chimici, hanno reso più del 14, raggiungendo così il Tfr. Il fatto è che un periodo di 5 anni è troppo limitato. Uno studio della Covip ha provato a simulare un confronto a ritroso tra i portafogli dei fondi e il Tfr negli ultimi vent’anni: se i fondi fossero nati nel 1982, il loro valore sarebbe triplicato al netto dell’inflazione, mentre il Tfr sarebbe rimasto quasi fermo. Ma si tratta appunto di una simulazione.I sostenitori della previdenza integrativa sottolineano comunque che il rischio vale la candela: soprattutto per i giovani, che altrimenti con la crisi del sistema pubblico non riuscirebbero a mantenere un adeguato tenore di vita arrivati alla pensione.

                    E consigliano ai giovani di puntare sulle linee di investimento più aggressive proprio per far crescere il più possibile il capitale nei primi anni. Passare ai fondi è indicato anche per chi pensa di cambiare di frequente posto di lavoro (un fenomeno che sarà sempre più diffuso): si ottiene così un sistema di risparmio «forzato» invece di tante, piccole liquidazioni. Daniela, impiegata con 24 anni di anzianità in un’azienda elettronica, dice per esempio che lei aderirà al nuovo sistema perché «così si creerà un capitale». Ma anche ai più anziani conviene cambiare sistema e sfruttare i contributi versati dal datore di lavoro: un piccolo vantaggio che altrimenti andrebbe perduto.

                    I critici invece sottolineano che la vecchia liquidazione garantisce la massima sicurezza. E che se è vero che da un punto di vista fiscale è meno vantaggiosa dei fondi, non è detto che le migliori condizioni previste oggi valgano anche tra vent’anni: fidarsi è bene, non fidarsi… E poi, si può sempre decidere più tardi di passare dalla liquidazione al fondo: Fabrizio, dirigente, da 15 anni in una multinazionale tedesca, è perplesso e ha paura di perdere una specie di riserva, il Tfr, da cui attingere in caso di necessità per un futuro più incerto.

                    5) In quanti aderiranno?
                    Alcune stime indicano in 3 miliardi il flusso di soldi che dal prossimo anno si sposterà nei fondi pensione, per arrivare a regime a 10 miliardi all’anno. Previsioni credibili? Come rivela il sondaggio di Panorama su un campione di 400 persone, il 65 per cento manterrà l’attuale sistema. Ma per ora molti italiani non sono sufficientemente informati e sarà determinante la posizione dei sindacati e delle azienze. Intanto, per informarli delle novità in arrivo, verranno spedite ai lavoratori dipendenti milioni di lettere. Quanti? Beh, naturalmente 13.

                    LE TRE SCELTE

                      Dal 1 gennaio 13 milioni di lavoratori dipendenti devono decidere se mantenere l’attuale liquidazione o se trasferire gli accantonamenti nei fondi pensione. Hanno tre possibilità:

                        NO
                        Non cambia niente, quando si dimetterà il lavoratore incasserà la liquidazione.

                        VANTAGGI
                        Rendita bassa ma sicura (è calcolata in base all’inflazione). Comodità di avere un capitale quando ci si dimette.

                        RISCHI
                        Se l’inflazione sale oltre il 6% la liquidazione si svaluta. Cambiano spesso lavoro, si rischia di perdere la possibilità di accumulare un capitale aggiuntivo per la pensione. Il lavoratore comunque può sempre decidere di cambiare idea e trasferire i versamenti ai fondi.

                        SI e SILENZIO (Vale come assenso: gli accantonamenti per la liquidazione passano al fondo di categoria o, se non c’è, a un fondo apposito dell’Inps)
                        Il lavoratore può scegliere se trasferire i futuri accantonamenti al fondo pensione di categoria, a un fondo aperto o a un piano assicurativo. Quando andrà in pensione, il lavoratore avrà una una rendita ma potrà anche chiedere di incassare fino al 50% dal capitale pagando al massimo il 15% di tasse.

                        VANTAGGI

                          Il capitale si può rivalutare molto di più rispetto alle liquidazioni. Anche il datore di lavoro contribuisce.
                          RISCHI

                            Il rendimento non è sicuro. Si perde la disponibilità totale del capitale quando si lascia l’azienda.