L’inflazione programmata divide i sindacati

17/07/2001






Il nodo dei contratti da rinnovare. Berlusconi si scusa per le dichiarazioni televisive del superministro dell’Economia

L’inflazione programmata divide i sindacati


Cgil e Uil bocciano il tasso dell’1,7%. Cisl: «Accettiamo la sfida ma le tariffe vanno controllate»

      ROMA – Cgil e Uil bocciano il tasso di inflazione programmata fissato dal governo Berlusconi per il 2002. La Cisl no. L’1,7% scritto nel Dpef (Documento di programmazione economica e finanziaria) approvato ieri sera dal consiglio dei ministri è troppo poco per garantire la difesa dei salari, secondo i sindacati guidati da Sergio Cofferati e Luigi Angeletti. «Non basta. Si doveva fare di più perché l’inflazione reale sarà certamente superiore al 2%», dice il vicesegretario della Cgil, Guglielmo Epifani. Per Angeletti «sarebbe stato più realistico un tasso almeno dell’1,9%». Diverso il commento di Raffaele Bonanni per la Cisl: «La sfida è difficile. Siamo pronti a raccoglierla, ma il governo deve controllare prezzi e tariffe, a cominciare dalla rc auto e dalla benzina». La Confindustria, che invece aveva chiesto la conferma dell’1,2% (o poco di più) fissato nel Dpef dello scorso anno, giudica la scelta dell’1,7% «poco incisiva». Già ieri mattina, dopo l’incontro con il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, e con il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, i commenti di Cgil, Cisl e Uil, complessivamente impostati su una linea unitaria, erano apparsi distinti proprio sul punto dell’inflazione programmata. Cofferati aveva avvertito che senza un aumento «consistente» del tasso per il 2002 il governo si sarebbe assunto «la responsabilità assai pesante di mettere in crisi la politica dei redditi». Angeletti era stato più esplicito, spiegando che la cifra doveva essere «intorno al 2%». Invece, il segretario della Cisl, Savino Pezzotta, pur confermando la richiesta di un adeguamento, aveva sottolineato che l’inflazione programmata è «un obiettivo» e quindi va fissata sotto quella reale prevista, per spingere tutti verso un risultato migliore.

      CONTRATTI – Il tasso d’inflazione programmata è fondamentale per i sindacati perché è la base sulla quale vengono chiesti gli aumenti di retribuzione quando si rinnovano i contratti di lavoro. E il prossimo anno tocca a tutti quelli del pubblico impiego. Tremonti, ieri mattina, aveva spiegato che, secondo le previsioni più autorevoli l’inflazione prevista per il 2002 oscilla tra l’1,6% e l’1,9%. Il governo, aveva aggiunto, intendeva puntare sull’1,6%. E in effetti nella bozza del Dpef entrata ieri pomeriggio nel consiglio dei ministri c’era scritto questo numero. Poi, dopo un braccio di ferro con An che ha spinto per un aumento, si è arrivati all’1,7%. Un segnale di attenzione verso i sindacati, secondo il governo. Che però non è bastato a Cgil e Uil.
      E pensare che ieri mattina Berlusconi era riuscito a chiudere l’incidente Tremonti della settimana scorsa. Il presidente del Consiglio si era scusato con Cofferati, Pezzotta e Angeletti per l’uscita televisiva del ministro dell’Economia, che aveva dato al Tg1 le stime sul buco dei conti pubblici che solo pochi minuti prima aveva negato ai sindacati. Non solo. Berlusconi aveva anche confermato l’intenzione di portare a un milione al mese il minimo di pensione (gradualmente, aveva subito precisato Tremonti). I segretari di Cgil, Cisl e Uil, pur apprezzando, avevano però scelto una linea di estrema cautela sul Dpef. Cautela che, nel caso di Cofferati, era subito scivolata in aperto scetticismo: «Il governo prospetta una quadratura del cerchio difficile da comprendere». La previsione di una crescita del prodotto interno lordo del 3% nel 2002, «partendo da un tendenziale del 2-2,2%, non mi pare credibile», aveva tagliato corto il leader della Cgil.

      LE «SOGLIE INVALICABILI» – «Siamo davanti a una scommessa», aveva aggiunto, un poco meno critico, il segretario della Uil. Sulla stessa linea il numero uno della Cisl, Pezzotta: «Se gli obiettivi del governo sono credibili lo verificheremo presto». Nel frattempo i sindacati, compatti, hanno indicato a Berlusconi quelle che Cofferati ha definito le «soglie invalicabili», le tre condizioni per evitare lo scontro: 1) Il mantenimento del principio universalistico nel sistema sanitario. No, quindi, a una sanità regionale, con prestazioni e diritti diversi. 2) Niente provvedimenti sulle pensioni nel Dpef. 3) La fissazione di un tasso di inflazione programmata adeguato. La Confindustria, invece, aveva trovato «convincente e condivisibile» il Dpef. Giudizio confermato ieri sera.

Enrico Marro


Economia