L’inflazione non si batte gonfiando la busta paga

07/05/2001
La Stampa web



 


Lunedì 7 Maggio 2001
L’inflazione non si batte gonfiando la busta paga
Alfredo Recanatesi

PER quanto di entità non certo drammatica, l’aumento dell’inflazione ha riacceso i rapporti tra i sindacati dei lavoratori e le organizzazioni degli imprenditori come da anni non avveniva. La controversia ha due componenti economiche preminenti che si intersecano tra loro: una, più strutturale, consiste nella aspirazione a conseguire, ad ogni rinnovo di contratto, un miglioramento reale del trattamento; l’altra, espressione più specifica e congiunturale della prima, sta nella rivendicazione del recupero de lla perdita di potere d’acquisto dovuta al fatto che l’inflazione è cresciuta mediamente più dei salari e degli stipendi fissati dai contratti. Qualche considerazione sull’una e sull’altra può essere sufficiente per comprendere che la questione non riguarda solo i diretti interessati, ma l’intera collettività nazionale. La rivendicazione di un continuo miglioramento nel tempo nasce dallo stesso concetto di progresso: si da per scontato che domani vivremo meglio di ieri, quindi lavoreremo meno e disporremo di un reddito reale più elevato col quale potremo assicurarci un maggiore benessere. Possono esserci battute d’arresto momentanee, ma la tendenza di fondo della storia, prima lentissima, poi da un paio di secoli a questa parte sempre più accelerata e persino prorompente, è questa, e contro la storia è difficile andare. Q uesta concezione del progresso, per altro, è condizione del progresso stesso. Infatti, organizzando i fattori della produzione, e in particolare il lavoro, l’imprenditore consegue un profitto sul quale, alle scadenze contrattuali, i lavoratori esercitano la loro rivendicazione nella forma di un aumento della retribuzione (o di una riduzione della quantità di lavoro prestata). Gli aumenti di retribuzione (o le riduzioni delle prestazioni) riducono il profitto dell’impresa, la quale si impegnerà per ricostituirlo vuoi rendendo sempre più efficiente il processo produttivo, ossia accres cendo la produttività di tutte le risorse impiegate nel processo stesso, vuoi cercando produzioni più evolute, innovative, e quindi più redditizie. La funzione della rivendicazione è, dunque, quella di mantenere tesa la corda dell’impegno attraverso il quale l’imprenditore legittima il suo ruolo sociale nella misura in cui si rende protagonista non solo della produzione di ricchezza, ma anche della sua distribuzione e, in definitiva, della crescita del benessere materiale dell’intera collettività. La condizione perché ciò avvenga è che la tensione della corda non diventi eccessiva, il che può accadere non solo per un eccesso di rivendicazione, ma anch e per un ritardo delle imprese nel produrre le risorse sufficienti a soddisfare le ragionevoli attese di elevazione del benessere dei loro lavoratori, direttamente, ma indirettamente dell’intera collettività nazionale. Le imprese possono essere in ritardo a motivo di condizioni ad esse esterne – strutture, fiscalità, costi che determinano una condizione di svantaggio rispetto ai concorrenti di altri Paesi – o ad esse interne – quantità e qualità degli investimenti, scelte strategiche sulle produzioni, impegno nella ricerca e nell’innovazione -. È la questione assai dibattuta della competitività il cui indebolimento è stato finora imputato quasi esclusivamente a cause esterne all’impresa, ma che ora si comincia a consider are come dovuto anche a scelte strategiche non sempre vincenti (competitività di prezzo invece della competitività sulla qualità e sulla innovazione) ed a limiti della struttura produttiva (imprese troppo piccole e troppo familiari). Naturalmente, è questione quanto mai controversa la prevalenza dell’uno o dell’altro ordine delle cause che determinano scarsa competitività e, quindi, scarse risorse; ma se si diffonde la consapevolezza che gli ordini sono almeno due e che le imprese non sono solo specchi che riflettono le condizioni ad esse esterne, il senso della contrattazione, la sua rilevanza politica, e la corretta concezione delle finalità ultime della politica dei redditi, avranno fatto un passo avanti. Questione del tutto diversa è quella che attiene il recupero del potere d’acquisto eroso da una inflazione cresciuta di fatto più delle retribuzioni contrattuali. La rivendicazione di un recupero integrale si giustifica in un sistema chiuso nel quale l’inflazione sia data da un aumento dei margini delle imprese, indicando così un aumento della quota di reddito reale acquisita dalle imprese stesse a scapito della quota che residua al lavoro. La logica della scala mobile si riferiva ad un simile sistema econ omico. In un sistema aperto una inflazione «da profitti» è, o dovrebbe essere, esclusa dalla concorrenza o, in alcuni specifici casi, da apposite Autority. L’inflazione, pertanto, è generata o da una domanda esuberante, e non è certo il caso che ora ricorre in Italia, o da aumenti dei costi di produzione. Quando questi costi sono esterni al sistema, prescindono dalla contrapposizione di interessi tra le imprese ed i lavoratori da esse dipendenti: è il caso dei rincari determinati dal prezzo del petrolio o da quelli che risalgono all’encefalopatia dei bovini. Ricostituire il potere d’acquisto eroso da questi rincari non serve in alcun modo a contrastarli, ma s olo ad evitare la propria quota di onere per riversarla su qualche altro; in prima battuta sulle imprese, le quali però tenderebbero a rifarsi sui prezzi, vale a dire «girando» l’onere sui consumatori, e così via avvitando una spirale certamente meno virulenta di quelle sperimentate in passato, ma non per questo meno devastante.

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