L’inflazione non demorde

18/07/2001

Il Sole 24 ORE.com






    Congiuntura – Indagine Banca d’Italia-Il Sole-24 Ore: imprese pessimiste sul costo della vita

    L’inflazione non demorde
    Nei prossimi 12 mesi la dinamica dei prezzi al consumo resterà inchiodata al 3% (2,9% nella Ue)
    L.P.
    MILANO – Non scende. Per le imprese italiane l’inflazione è destinata a rimanere alta, nell’orizzonte più prossimo e in quello più lontano, in Italia e nell’Unione monetaria europea. Queste buie aspettative non sono certo un via libera per la riduzione dei tassi in Eurolandia. Tuttavia, contrastano nettamente con le previsioni di consenso, che indicano una netta decelerazione della corsa dei prezzi nei prossimi mesi. I numeri dell’ultima indagine sulle attese di inflazione, condotta da Poster per conto del Sole-24 Ore e Banca d’Italia, inchiodano la dinamica dei prezzi al consumo al 3% in Italia nei prossimi dodici mesi e appena sotto (2,9%) oltre l’orizzonte dei dodici mesi. Rispetto all’indagine di marzo, c’è un peggioramento (allora era al 2,8%), ed è il più alto valore da quando l’indagine è nata. La previsione di consenso dei centri studi per il 2002 è stata in giugno del 2%, cioè un punto più basso delle attese delle imprese. L’impressione è che le aziende formino le proprie attese sulla base delle ultime statistiche disponibili sui prezzi al consumo, ricalcandone il peggioramento. Perciò, solo quando sarà effettivamente avviato il processo di rallentamento dei prezzi, si potrà osservare anche un aggiustamento all’ingiù delle aspettative. L’unica consolazione è che queste aspettative negative si estendono anche al panorama europeo. Nell’Unione monetaria, infatti, la crescita dei prezzi resta al 2,9% ancora al giugno 2002 e poi viene limata al 2,8%. Anche qui, il pessimismo delle imprese supera quello degli economisti, che indicano un incremento annuo del costo della vita in calo all’1,9% entro un anno. Non ci sono sostanziali differenze territoriali e settoriali nelle attese delle imprese, mentre ci sono tra aziende meno grandi e più grandi. Quelle con oltre 999 addetti, infatti, hanno una visione più rosea: +2,6% è la loro indicazione nei dodici mesi in Italia, 2,4% oltre i dodici mesi. Per Eurolandia danno 2,5% e 2,4%, confermando la chiusura della forbice anche in prospettiva. Ma come si giustifica il peggioramento? Una risposta si trova tra le cause dell’inflazione. Mentre non c’è spazio per rincari nella crescita della domanda e le imposte indirette si mantengono neutrali, il costo del lavoro esercita una discreta e costante pressione dal lato dei costi e le materie prime accentuano la spinta, anche senza toccare i picchi del giugno e settembre 2000. Le differenze più significative si notano a livello territoriale nel costo del lavoro, con il Sud che beneficia di una minor lievitazione, e a livello dimensionale per le materie prime, con le grandi aziende in grado di essere più efficienti e di attenuare l’impatto sui bilanci del rincaro degli input. Ma si tratta nel complesso di divari contenuti. Se dal quadro macro, cioè del complesso dell’Italia, si passa a quello micro, cioè delle politiche di prezzo delle aziende, allora si nota un quadro migliore. Infatti, le aziende italiane prevedono un aumento dei loro listini contenuto all’1,9% nei prossimi dodici mesi, la stessa variazione indicata nelle ultime due rilevazioni; segno che i maggiori rincari dal lato dei costi non vengono travasati sui prezzi. Qui ci sono notevoli differenze territoriali, dimensionali e settoriali. Le imprese del Centro sono quelle che puntano ai rincari più bassi, mantenendo praticamente invariati i prezzi quest’anno (+0,6%). All’estremo opposto ci sono le imprese meridionali, che indicano un +3%; una politica incoerente con quanto indicato sulla pressione dei costi, minori proprio al Sud. Nord-Ovest e Nord-Est viaggiano attorno al 2%. La coerenza si ritrova invece nella disaggregazione dimensionale: le imprese più grandi, che sono più efficienti nel contenimento dei costi, riescono anche a ridurre a un 1,5% gli aumenti dei prezzi, contro un 2,6% di quelle meno grandi. Manifatturiero e terziario non commerciale sono i comparti più attenti a non far lievitare i listini. Brutte notizie, invece, sul fatturato, le cui proiezioni per il 2001 vengono riviste all’ingiù di mezzo punto percentuale (dal 6,9% al 6,4%). Con il Nord-Ovest e il manifatturiero a far da fanalini di coda, mentre le aziende di medie dimensioni si dimostrano le più vivaci. www.ilsole24ore.com/economia
    Mercoledí 18 Luglio 2001
 
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