L’inflazione è stabile ma crescono i salari

28/05/2004

    28 Maggio 2004


    I DATI DALLE CITTÀ CAMPIONE: PER IL QUARTO MESE I PREZZI NON SALGONO. RIDUZIONI PER AUTO, BENI DI LARGO CONSUMO E ALIMENTARI

    L’inflazione è stabile ma crescono i salari
    Polemiche sull’Istat

    La temuta stangata legata al caro-petrolio non c’è stata: a maggio +2,3%
    I consumatori: «Se la benzina è aumentata del 13% questi dati sono irreali»

    Raffaello Masci
    ROMA
    L’inflazione è stabile e le retribuzioni sono cresciute di mezzo punto più dei prezzi. Il governo esulta, ma questi numeri convincono poco sia le associazioni dei consumatori che i sindacati. Così la rilevazione statistica dei prezzi al consumo continua ad alimentare perplessità e polemiche, come avviene ormai da tempo. Senza dire che su tutto questo scenario aleggia l’incognita del petrolio.


    I fatti dicono che, secondo la rilevazione delle città campione, la grande stangata dell’inflazione non c’è stata: l’aumento congiunturale (di questo mese rispetto al precedente) è stato dello 0,2%, mentre l’incremento tendenziale (di maggio rispetto a maggio dello scorso anno) è stato del 2,3%. Questo diventa così il quarto mese consecutivo in cui l’inflazione tendenziale si mantiene stabile. Non c’è da stare allegri se si pensa che comunque siamo di un terzo di punto al di sopra della media europea, ma molti hanno tirato un sospiro di sollievo, considerando che ci si attendeva un dirompente effetto-petrolio, che pure in parte c’è stato, ma parzialmente riequilibrato dalla riduzione di prodotti di largo consumo, come gli alimentari, per esempio, ma anche l’elettronica, le automobili e perfino il «fresco», cioè frutta e verdura, che invece lo scorso anno di questi tempi era la prua dell’inflazione. Coldiretti, ovviamente, ha prontamente sottolineato il fenomeno.
    Se guardiamo le singole città, Perugia si presenta come quella con la più alta crescita dei prezzi (+ 0,4%) mentre Ancona è stata la più controllata, con una inflazione pari a zero. Altre città presentano punte di incremento per singoli prodotti: a Milano e Venezia cresce il pesce (+ 0,7%) e a Roma alberghi e ristoranti (+1,8%). Ma, nell’insieme, il trend è abbastanza uniforme.


    Secondo l’Isae, l’istituto di studi sulla congiuntura del ministero dell’Economia, la stabilizzazione dell’inflazione era pienamente attesa e si dovrebbe confermare anche per i prossimi mesi, al di là delle paure da petrolio. Sarebbe in corso, insomma, un assestamento.
    Il viceministro delle Attività produttive, Adolfo Urso, è anche lui convinto che il dato sia confortante rispetto alle aspettative, «ma comunque occorre scendere al di sotto del 2%» che è la media europea.


    Le organizzazioni del commercio (sia Confcommercio che Confesercenti) hanno sottolineato come i generi di largo consumo abbiano tenuto, al punto da neutralizzare l’effetto-petrolio. Sia chiaro però – lo dice il leader di Confcommercio Sergio Billè, confortato dall’opinione di molti analisti – che l’onda inflattiva del petrolio è partita, e quindi se il trend non cambia, è destinata ad abbattersi sul sistema dei prezzi.


    Va detto, comunque, che ogni giudizio definitivo sulle dinamiche dell’inflazione è prematuro, considerando che una valutazione definitiva dell’Istat ci sarà solo il 15 giugno. Tant’è che ieri, insieme all’euforia di alcuni, c’è stato anche lo scetticismo di molti. Le associazioni dei consumatori (Intesa, Federconsumatori, Codacons) hanno avanzato dubbi ormai storici sui criteri di rilevazione adottati dalle città campione (e quindi da Istat): «Non è possibile – ha detto Carlo Rienzi di Codacons – che l’inflazione resti bloccata al 2,3% quando il prezzo della benzina alla pompa è aumentato del 13% da gennaio a oggi». E comunque, anche se così fosse – hanno detto Carla Cantone della Cgil e Pierpaolo Baretta dell Cisl – questa situazione stagnante non è di alcun supporto alla ripresa economica. In sostanza: se non nuoce, neppure giova.


    L’Istat, come si diceva, ieri ha anche diffuso la rilevazione sulle retribuzioni ad aprile, e il dato tendenziale dice che sono aumentate del 2,8% a fronte di una inflazione del 2,3%. L’Italia non sarebbe dunque – secondo la tesi di alcune recenti ricerche – un paese a rischio di povertà. E così il governo, attraverso il sottosegretario al Lavoro Maurizio Sacconi, non ha potuto non rilevare il fenomeno: «I dati Istat sulle retribuzioni fanno giustizia sulla presunta e generalizzata perdita del potere d’acquisto dei redditi delle persone».


    Ma la segretaria confederale della Cgil Marigia Maulucci gli ha ricordato che «le retribuzioni sono aumentate, ma solo per quelle categorie i cui contratti sono stati rinnovati».