L’inflazione che penalizza l’Italia

01/03/2004


  economia e lavoro



domenica 29 febbraio 2004

L’inflazione che penalizza l’Italia
Aumenta il divario col resto della Ue.
Così diminuisce il potere d’acquisto e la ripresa si allontana

Giampiero Rossi
MILANO L’Italia si sta facendo scappare l’Europa. Dopo averla agganciata saldamente con l’adesione alla moneta unica e, soprattutto, con il raggiungimento dei parametri indispensabili
per essere ammessi al primo colpo nel club dell’euro, ora il nostra paese sta progressivamente allontanandosi dal cuore delle economie
del continente. La famosa “Europa a due velocità”, insomma, rischia di diventare una realtà sostanziale dopo essere stata scongiurata
formalmente ai tempi di Maastricht.
E tutto ciò pregiudica seriamente le possibilità di ripresa economica,
perché prezzi più alti significano anche maggiori costi per la produzione e, quindi, minore competitività dei produttori italiani. non soltanto rispetto ai concorrenti extraeuropei, ma anche rispetto a quelli del vecchio continente che possono contare su prezzi più vantaggiosi. La colpa? Dei soldi, dei prezzi, ma non certo dell’euro, sebbene Silvio Berlusconi giochi ora la carta disperata della demagogia nel tentativo di scaricare sulla moneta europea le responsabilità del carovita. E a dimostrare che il premier, ancora
una volta, ha torto non sono le parole ma i fatti, quelli inoppugnabili
espressi dai numeri: infatti, gli indici statistici dicono senza possibilità
di interpretazioni di alcun genere che mentre nel resto d’Europa l’impennata dei prezzi sta progressivamente rientrando, da noi in Italia succede il contrario. E si tratta di una realtà che le famiglie stanno misurando a proprie spese da troppo tempo.
L’indice Eurostat che raffronta gli andamenti dei prezzi del gennaio
2004 rispetto allo stesso mese dell’anno precedente dice infatti che
mentre l’inflazione media europea continua costantemente a calare ed
è arrivata all’1,8% (e si prevede che scenda fino all’1,6% con riferimento a febbraio), in Italia è di nuovo in crescita, dal momento che l’Istat (che ha dovuto fare retromarcia dopo gli “ottimismi” del recente passato) annuncia che il mese che sta terminando ha portato con sé aumenti dei prezzi del 2,4%. E il quadro si fa ancora più scuro se si raffronta il nostro dato con quelli dei singoli paesi dell’Unione europea. Si sta infatti creando una dicotomia, un crescente distacco tra il gruppo di stati che sembrano dominare i trend positivi e quelli che invece arrancano dibattendosi – per esempio – con livelli inflazionistici più penalizzanti.
Basti pensare che, oltre a essere ben distante dal tasso di inflazione
dell’1,3% che può vantare la Germania (per tacere dell’1,2% dell’Austria o del “fuori concorso” 0,8% della Finlandia), l’Italia si presenta con l’indice di aumento dei prezzi tra i peggiori in assoluto all’interno dell’Unione: solo la Grecia (3,1%) offre di peggio. Ma non è certo quella ellenica l’economia alla quale finora il nostro paese ha guardato per trovare paragoni adeguati.
Ma attenzione, perché non nemmeno (o solo) questo l’indicatore più allarmante. Gli economisti, infatti, guardano con molta maggiore preoccupazione alla linee di tendenza: che dicono che per quanto riguarda altri paesi (per esempio la Francia, che a gennaio ha registrato un indice di aumento dei prezzi del 2,2%) l’inflazione risulta comunque in costante e progressivo calo, mentre non si può dire lo stesso dell’Italia. Non deve stupire, dunque, il fatto che anche all’interno della compagine di governo del centrodestra c’è chi comincia a manifestare la propria inquietudine: «Il ministro Tremonti
ha annunciato, opportunamente, l’inizio di una campagna di controlli per combattere gli aumenti indiscriminati dei prezzi. Visti anche gli ultimi dati dell’inflazione è tempo di passare dalla politica degli annunci a quella operativa dei fatti», auspica il vice coordinatore nazionale di An, Italo Bocchino, secondo il quale «la tutela di prezzi equi deve essere per il governo una priorità sulla quale non sono ammesse distrazioni. Nel resto d’Europa il controllo pubblico sui prezzi è stato rigorosissimo – aggiunge lo stesso Bocchino – occorre che anche in Italia ci sia una campagna a tappeto, documentata e articolata nel tempo, e magari l’introduzione di sanzioni gravi per gli speculatori».