L’industria italiana cade a precipizio

16/03/2004




 
   
16 Marzo 2004
ECONOMIA




 

L’industria italiana cade a precipizio
Declino senza sosta: -2,8% la produzione in un anno. Il governo tace. Cgil, Cisl e Uil: «Giusto lo sciopero generale del 26 marzo». Per i Ds «è sbagliata la ricetta Berlusconi». L’economista Guerci: «Imprese viziate, facciano autocritica»
MANUELA CARTOSIO


Agennaio la produzione industriale italiana è diminuita dello 0,2% rispetto a dicembre e del 2,8% rispetto a gennaio del 2003. Dopo il -7% di maggio e il -3,3% di agosto, è il terzo peggior calo negli ultimi 13 mesi. Tenendo conto dei giorni lavorativi, precisa l’Istat, l’anno scorso la produzione industriale è scesa dello 0,8% (nel 2002 la flessione era stata dell’1,4%). Sono dati che confermano la giustezza dello sciopero del 26 marzo, commentano all’unisono Cgil, Cisl e Uil e persino l’Ugl. E’ una magra consolazione che i dati «depurati» siano meno negativi di quelli «grezzi». Il meno è il segno dominante. Il record negativo spetta alla produzione di autoveicoli: -12% a gennaio rispetto allo stesso mese del 2003, -9,5% su base annua (nonostante il segno + di dicembre). Vanno male i settori degli apparecchi elettrici e di precisione, delle pelli e delle calzature, il tessile e l’abbigliamento. L’Isae, un altro istituto di ricerca, prevede un calo della produzione industriale dello 0,2% per il primo trimestre dell’anno e un meno 0,6% per aprile. Risultati meno favorevoli delle stime formulate dai principali analisti, che allontano l’aumento dell’1,9% del pil – sottolinea il segretario della Uil Angeletti, «con tutte le conseguenze del caso». «Inutile rifiugiarsi nelle trincee dell’ottimismo», afferma il numero uno della Cisl Pezzotta, occorre «realismo» e impegno per far crescere l’economia. I lavoratori si impoveriscono, le aziende si debilitano e sembra che governanti e imprenditori non se ne preoccupino, fa eco un altro esponente della Cisl, Raffaele Bonanni, avanti così si rischia di non vedere «l’uscita dal tunnel delle difficoltà». L’economia americana cresce poco e male, quella europea arranca faticosamente, quella italiana non esce dal coma profondo, osserva Marigia Maulucci della Cgil nazionale, nonostante le abituali «manipolazioni» del governo, i dati dell’Istat parlano chiaro. Confermano la gravità della situazione e l’urgenza di cambiare radicalmente la politica economica, dice il segretario della Cgil Epifani, e «rafforzano le ragioni dello sciopero generale». Uno sciopero «necessario», secondo il vicesegretario dell’Ugl Renata Polverini, perché l’Italia «non può permettersi un altro anno di mancato sviluppo».

Più che «manipolare», il governo tace. Solo il viceministro alle attività produttive Adolfo Urso (An), in missione ad Amman, commenta i «deludenti» dati Istat. Tutta la zona euro è «troppo lenta» ad agganciare la ripresa internazionale. Nella diagnosi di Urso il «laccio» principale è l’eccessivo apprezzamento del dollaro; la terapia, di conseguenza, non va oltre l’auspicio che la Bce adotti gli «opportuni provvedimenti» per restituire competitività alle imprese europee.

Anche l’economista Giacomo Vaciago guarda allo scenario macroeconomico europeo: la produzione industriale italiana è ferma, ma in Francia e Germania accade lo stesso. Sono i tre paesi che «vanno peggio nel mondo», hanno la stessa moneta e tre ministri «che non si parlano». Cercare di cavarsela ciascuno per conto suo è tempo perso, «non si può più far niente da soli, servono politiche economiche coordinate».

Cesare Damiano, responsabile lavoro dei Ds, sventola i dati dell’Istat sotto il naso del governo, in particolare di Gianfranco Fini che di recente ha ironizzato sul «presunto catastrofismo del centrosinistra». Da tre anni siamo in recessione industriale, il governo racconta un mondo che non c’è, persevera in ricette sbagliate che aggravano la malattia, dice Pierluigi Bersani, responsabile economia della Quercia. Ricerca, innovazione, internazionalizzazione, credito, export, qualità del lavoro: questi sono i problemi delle imprese italiane. Pensare di risolverli riducendo le tasse, flessibilizzando all’estremo il lavoro, abbassando le regole contabili e fiscali è «un’idea sbagliata», non ha innescato alcuno «scatto in avanti» delle aziende.

L’industria italiana è stata «viziata» come un bambino piccolo dalle svalutazioni competitive, dal lavoro nero, dall’evasione fiscale. Si è illusa di poter competere solo sui fattori soft, la moda e il design. Oppure facendo concorrenza alla Cina con le magliette e le scarpe a basso prezzo. Adesso sta male e non è capace di «fare autocritica». Non sono citazioni da un documento sindacale in vista dello sciopero del 26 marzo. E’ l’analisi dell’economista Carlo Maria Guerci, che non risulta tesserato alla Cgil.