L´indignazione di Cofferati “Quelli hanno perso la testa”

26/03/2002
CONCITA DE GREGORIO

Quando Cofferati è arrabbiatissimo, proprio molto arrabbiato, si vede dal fatto che cammina mentre parla. Ti parla e non sta fermo, due piccoli passi a destra due a sinistra, pausa, un giro, ritorno. Allora sai che è nervoso. Dal viso no, da quel viso di pelle tirata come una tela sulla cornice non si vede nulla. Né dal tono della voce, che è sempre così: sillabato e fermo, cortese. Non grida né si sgomenta nemmeno quando dice: «Hanno perso la testa». Lo comunica, semplicemente. Come dicesse: hanno perso il cappello, o hanno sbagliato strada. Un fatto. Hanno perso la testa, e illustra oltre: «Sono alieni. Gente che parla solo di sé. Non conoscono la storia d´Italia».

 
 
IL PERSONAGGIO
La giornata campale del leader della Cgil: legge i giornali e annuncia la rottura con l´esecutivo

L´indignazione di Cofferati "Quelli hanno perso la testa"
          "E´ più che un tentativo di discredito del sindacato: è la risposta politica alla manifestazione di sabato a Roma"
          "Questi ministri e sottosegretari sono degli alieni: non conoscono la storia"
          "Non siamo in guerra con il governo. Siamo fermissimi. E´ un´altra cosa. Quelle di Martino non sono parole dal sen fuggite"


          E ancora: «Non sanno quello che il sindacato ha fatto per difendere la democrazia e le istituzioni. Come fossero arrivati ieri. Vedono solo se stessi, e menano colpi. Non hanno il senso dello Stato». Non hanno il senso dello Stato, questi Martino, Bossi e Sacconi, questi ministri e sottosegretari «che invece di andare da un magistrato, se hanno dei sospetti, danno un´intervista in cui chiedono che la Cgil faccia i nomi dei terroristi o scrivono un editoriale per dire che siamo un pericolo per la democrazia. E´ più che scorretto. E´ peggio che una minaccia. E´ intollerabile in un paese civile». Anche «intollerabile» Sergio Cofferati lo dice piano, senza enfasi. Sono le otto del mattino. Ha letto i giornali e ha già deciso. Da solo, di nuovo. Ha deciso mentre la macchina lo porta da casa al palazzone del sindacato: con chi ci accusa di questo non ci si siede a un tavolo. «Devono chiedere scusa e smentire, deve farlo Berlusconi se no io a quella riunione convocata dal governo non ci vado».
          E così a quarantott´ore esatte dal primo passo nel corteo dei tre milioni il segretario della Cgil spende il primo dividendo del partimonio politico incassato sabato. Entra in Cgil, e diventa il motore della giornata politica. Ha in mano le fotocopie dei tre giornali: l´editoriale di Martino, l´intervista di Sacconi, le dichiarazioni di Bossi. Convoca la segreteria, sono le nove. Epifani, Casadio, Nerozzi, Ghezzi, Carla Cantone, Betti Leone, Giampaolo Patta, il presidente del direttivo Danini, il direttore generale Achille Passoni detto «c´è da spostare un pullman», l´uomo che ha materialmente portato a Roma tre milioni di persone. Qualcuno ha portato con sè copie di vecchie interviste, ritagli dei giornali di agosto, dove già esponenti del governo associavano l´azione sindacale alle violenze di Genova e additavano la Cgil come «un pericolo». La riunione dura dieci minuti secchi, si chiude con decisione unanime: una lettera a Berlusconi in cui si chiede si smentire le parole dei suoi ministri e viceministri, in caso contrario la Cgil non andrà al tavolo delle trattative. Alle nove e mezza Cofferati compone il numero di telefono di Pezzotta, poi di Angeletti. Informa i segretari di Cisl e Uil. Poche parole condivise, non c´è bisogno di spiegare molto: l´attacco del governo riguarda tutti, non c´è un caso Cofferati né un caso Cgil. C´è il tentativo politico di delegittimare il sindacato. Tutto il sindacato definito eversivo e – dal ministro della Difesa – «pericoloso per la democrazia». Pezzotta è d´accordo: alle sue parole di ieri, al suo dissenso dalla manifestazione di sabato non si fa cenno. Non è il momento adesso. Poi Cofferati chiama Fassino: «Ho scritto a Berlusconi, ho convocato una conferenza stampa». Dunque entrino i giornalisti e le telecamere. A incontro concluso Cofferati torna nel suo ufficio al quarto piano. Con lui c´è Epifani, il successore alla segreteria.

          Siete in guerra, segretario? «Niente affatto. Siamo fermissimi, che è un´altra cosa. Non ci muoviamo da qui». Rispetto al tentativo di discredito del sindacato, dice? «E´ più che un tentativo di discredito. E´ la risposta politica alla manifestazione di sabato. Non sono parole dal sen fuggite, quelle di Martino e Sacconi. Bossi lasciamo perdere, non mi avventuro sul suo terreno. Ma gli altri, Martino in specie, compiono un´azione politica gravissima». Può darsi che ci sia anche dell´imperizia, certo, nel parlare così, «ma non solo quella. E´ una risposta mediatica alla piazza se il giorno prima dell´incontro tre esponenti del governo parlano in questo modo». Nel merito, poi. Nel merito delle accuse, ed è qui che il Cinese comincia a camminare su e giù, diritto nella sua giacca verde, cravatta di lana a righe. «Mi ha impressionato l´ordine del giorno della riunione convocata dal governo: al primo punto la lotta al terrorismo. Ma andiamo, non si usa un morto come strumento nel confronto sociale. Non si mettono le due cose allo stesso tavolo, sullo stesso piano: non si può, è incivile, è di nuovo questione di senso dello Stato. E poi: ci chiedono di fare delazione sui nomi dei terroristi. Delazione è quando sai e non dici. Insinuano una copertura dei terroristi, o non capisco bene? Chiunque di noi sapesse o sospettasse qualcosa riferirebbe a un magistrato. Per D´Antona si disse che c´era un informatore al ministero. Che si doveva indagare dentro a quel palazzo. Noi della Cgil andiamo e veniamo, dal quel palazzo. Non siamo dentro». E comunque ci potrebbe essere anche un problema di isolamento, per lei, persino di sicurezza. Cofferati allunga la mano sulla spalla del cronista, stringe: «Non si preoccupi, di questo», e ride. Ride perché sì che le minacce sono arrivate, e non da ieri, e non a uno solo. Ma queste sono questioni di cui si occupa la sicurezza, non la stampa. Tutt´al più, ai giornalisti che sempre lo incalzano dicendo «allora, segretario, siete stretti in un angolo?» oggi risponde: «Sì, siamo stretti in un angolo insieme a tre milioni di persone». Ridono tutti, adesso, nel piccolo capannello al quarto piano di corso Italia.
          Alle cinque arriva la risposta di Berlusconi. E´ una nota anonima del governo, in cui si dice che la smentita alle accuse è «implicita» nella convocazione dei sindacati a Palazzo Chigi. La convocazione, però, è arrivata prima delle accuse: il giorno prima. E poi non si fa cenno alle parole di Martino. Il commento più benevolo, alla Cgil, è che quella nota vale quanto carta straccia. «Risposta insufficiente», detto in termini più consoni. Di Berlusconi, in altre recenti occasioni apparso a reti tv unificate, per tutto il giorno non c´è traccia. Bossi Sacconi e Martino approfittano del tempo libero per confermare le accuse, Bossi raddoppia: «Il terrorismo è figlio della protesta sindacale». La Uil comunica per prima che non andrà all´incontro di oggi. La Cisl per seconda. Ultimo Cofferati, il motore di tutto: non andiamo. Il governo rinvia la riunione. «Quale riunione, se non ci andava nessuno?», chiede un´assistente portando il lancio di agenzia al segretario. «Quella, appunto» solleva lo sguardo il Cinese, stretto nell´angolo coi suoi tre milioni. La rinviano, tanto non ci andava nessuno.